Kira Salak, la viaggiatrice che si è spinta da sola fino ai luoghi più remoti e selvaggi del mondo

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Scrittrice di viaggio, reporter per i magazine del National Geographic, avventurosa viaggiatrice sin da quando ha potuto iniziare a farlo da sola, Kira Salak ha dimostrato che una donna può viaggiare fino in capo al mondo. Non senza timore di niente, no, ma con tutte le paure nel bagaglio e dentro al cuore. Imparando però a tenerle al guinzaglio.

Da Chicago all’Europa all’Africa

Kira Salak è nata in un sobborgo di Chicago nel 1971 e da piccola è una bambina timidissima. Per provare a farle superare la sua timidezza, a 13 anni i suoi genitori la mandano in una scuola nel Wisconsin che prevede numerose attività sportive all’aria aperta. Kira invece di socializzare con i suoi compagni diventa una campionessa di corsa. Vince una gara dietro l’altra, le università se la contendono, si prospettano le Olimpiadi. Fino ad allora non aveva mai brillato, oscurata dal fratello che era bravo in tutto. È la sua rivincita. Ma presto sente che quella vita costellata di successi è anche carica di aspettative altrui. Troppa pressione, un percorso già tracciato. A lei interessano le vie meno battute.

Approfitta di un periodo di studi in Olanda per cominciare a esplorare il mondo e trovare la sua strada. A 19 anni percorre l’Europa in Interrail e al ritorno va a lavorare in fabbrica per pagarsi un nuovo viaggio. A 20 anni percorre l’Africa orientale e centrale raggiunge il Madagascar. In Mozambico trova la guerra e sfugge per un pelo a uno stupro, forse alla morte, scappando nel cuore della notte dalla polizia che l’ha rapita mentre attraversava il confine a bordo di un furgone merci.

L’Africa le apre gli occhi e le indica la sua direzione: “Il viaggio è stato duro, ma incredibile, la cosa più potente che abbia mai fatto. Molte giovani donne fanno quello che facevo anche io prima di partire per quel viaggio: sottovalutare il loro vero potenziale, il loro valore. Viaggiando in Africa ho scoperto parti di me che non avevo idea esistessero.” Con questo senso di potere torna in fabbrica per finanziare la tappa seguente, Papua Nuova Guinea.

Il viaggio in Papua Nuova Guinea

Gli studi alla fine li completa laureandosi in scrittura creativa ma non sono più la sua priorità. A 24 anni è di nuovo tempo di esplorare il mondo. Per lei raggiungere aree geografiche remote non è solo un modo per scoprire cosa si cela dall’altro lato del mondo, nei cuori di persone così lontane e tra la fitta vegetazione di una giungla. Ogni viaggio è prima di tutto dentro se stessa, le sue paure e i suoi limiti.

Nel 1995, via Tahiti e Australia, si imbarca per la Papua Nuova Guinea. Non sarà un viaggio semplice, non ha sponsor, non ha appoggi, è sola con il suo zaino e la sua determinazione. È la prima donna americana ad attraversare il paese considerato tra i più pericolosi al mondo. Lo fa in barca lungo i fiumi oppure a piedi inerpicandosi su per le montagne, chiedendo ospitalità nei villaggi lungo la via e contando solo sulle sue forze. Di fronte a ogni difficoltà l’adrenalina le salva la pelle e le fa provare quel morso doloroso ma eccitante insieme: finirà qui o me la caverò? Se la cava.

Racconta questo viaggio nel libro Cronaca di una viaggiatrice solitaria che attira l’attenzione del National Greographic. Le chiedono se ha voglia di diventare una reporter freelance per loro, accetta. Da quel momento non la ferma più nessuno. Va in Libia, Iran, Ruanda, Uganda, Peru, Birmania e Borneo. Documenta tutto con i suoi articoli. Nel 2003 convince dei trafficanti di armi ucraini a condurla con sé fino alla Repubblica Democratica del Congo in piena guerra. Ha descritto quella esperienza come “un flusso infinito dei peggiori e più inconcepibili atti di disumanità.” Per riuscire a portare a termine il suo viaggio congela i suoi sentimenti, si impone di sopportare ogni cosa senza cedere al dolore, al disgusto, all’insensatezza. Ma quando rientra le diagnosticano una pesante sindrome da stress post-traumatico e le ci vogliono due anni per riprendersi.

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“Lara Croft in carne e ossa”

Negli anni racconterà aree di guerra o zone remotissime del mondo, supererà decine di pericoli, vedrà la morte in faccia schivandola per un pelo, conoscerà la malaria, il colera, le peggiori atrocità umane. Ma vedrà anche tanta bellezza e scoprirà che persino la persona in apparenza più diversa da sé nutre dentro al cuore le stesse speranze: “pace, felicità, un futuro per i propri figli.”

Il New York Times la definisce “una Lara Croft in carne e ossa”, secondo il Book Magazine è “la più coraggiosa – qualcuno direbbe la più folle – donna avventurosa dei nostri giorni.” E lo è davvero. Sembra non temere niente ma nei suoi libri lo ribadisce spesso: ha paura eccome, solo che ha deciso di non farsi condizionare la vita.

Non parte sprovveduta, comunque: studia arti marziali, si mantiene in forma, forte, pronta a battersi se necessario. Frequentare un corso di autodifesa, dice, le ha dato la fiducia necessaria in se stessa. Ha imparato che di fronte a un pericolo è meglio mostrarsi infastidita o arrabbiata che impaurita, che l’atteggiamento mentale è determinante più ancora che apparire forti fisicamente. Mette in pratica questo insegnamento ogni volta che si trova in una situazione di pericolo.

Il viaggio lungo il fiume Niger fino a Timbuctu

Il viaggio della vita è quello del 2002 quando si mette in testa di ripercorrere le tracce dell’esploratore Mungo Park che nell’800 aveva per due volte tentato di percorrere il corso del Niger in Mali. Non solo ci riesce, ma è la prima donna a farcela. Da sola. Con un kayak gonfiabile rosso, uno zaino, una tenda e una gonna lunga sopra i pantaloncini per non incorrere nella condanna sociale dei popoli che incontra, per i quali una donna in pantaloni è inconcepibile.

Percorre il fiume per 960 chilometri fino a Timbuctù e poi racconta l’avventura nel libro Il viaggio più difficile. Gonfia il suo kayak a Segou e da lì procede lungo il fiume fino a Timbutcu via Mopti, sostando nei villaggi abitati da Fulani, Bozo, Bambara, Tuareg. Quando raggiunge Sansanding si sente “come uno degli esploratori del passato, che arriva in un regno segreto del deserto.” È solo l’inizio.

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Nel primo tratto del fiume viene accolta con gentilezza, a volte un po’ di timore perché in molti casi gli abitanti lungo le rive non hanno mai visto una donna bianca prima del suo arrivo. Via via che sale verso Nord le cose cambiano, i capi villaggio esigono un “regalo” economico per permetterle di dormire sulla loro terra, gli abitanti l’assalgono sin da quando mette piede sull’argine chiedendole denaro. “Vedono la mia pelle bianca e mi riducono a un’identità che non posso cambiare: ricca donna bianca, portatrice di doni, niente di più”. Scendere a terra spesso si rivela più faticoso che affrontare il fiume tra tempeste, coccodrilli, ippopotami e rapide.

Timbuctù la delude, non è più da secoli la città opulenta che era una volta, crocevia di traffici commerciali tra il fiume e le rotte transahariane, culla di sapere antico. L’El Dorado d’Africa descritto dagli antichi esploratori non esiste più, non è che un “misero avamposto in una pianura di arbusti e sabbia.” Kira tuttavia non si perde d’animo, prima di ripartire ha intenzione di liberare due donne di etnia Bella. Benché abolita da decenni, la schiavitù in Mali resta un dato di fatto. Con l’aiuto della sua guida di Mopti che la raggiunge apposta per l’impresa, organizza una compravendita: paga un capo Tuareg perché le ceda due delle sue schiave e poi le libera donando a ciascuna di loro una moneta d’oro perché possano costruirsi una vita senza padroni.

Altri viaggi e un solo perché

Sempre sola pedala per 1300 km attraverso l’Alaska fino all’Oceano Artico. Nel 2007, tra le pochissime persone al mondo a esserci riuscite, completa lo Snowman Trek. È il sentiero più impegnativo del Bhutan e uno dei più difficili al mondo per via di altitudine, lunghezza e imprevedibilità del meteo. La prossima avventura in cantiere è un viaggio in Mongolia.

A interessarla sono soprattutto i luoghi che nessun altro sembra trovare appetibili. Ed è convinta che i pericoli si nascondano anche nel vialetto dietro casa, quindi perché rinunciare a vivere il mondo se può capitarti di peggio anche nel tuo quartiere? A chi la definisce “dipendente dall’adrenalina” risponde che non va cercando i pericoli per il puro piacere di mettersi nei guai, anzi prende ogni precauzione per ridurli al minimo. Ovunque vada ci va per una ragione: vedere, capire, capirsi. “Da quando sono piccola, se qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa, mi convince solo a provarci di più.

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