L’amore segreto e impetuoso tra Vittoria Colonna e Umberto Boccioni (custodito 90 anni in un baule)

Di Sara Mostaccio
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Photo credit: Heritage Images - Getty Images
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From ELLE

Gli ingredienti sono quelli di un romanzo: una villa in mezzo al lago, una principessa romana, un giovane pittore e un piccolo fascio di lettere legate strette nascoste in fondo a un baule che svela un amore travolgente e brevissimo. In mezzo la mondanità europea della Belle Époque, l’avanguardia artistica di primo ‘900, la guerra. Sono gli ingredienti della storia dell’amore tra Vittoria Colonna e Umberto Boccioni.

Il luogo dove tutto si consuma nel breve volgere di qualche settimana è l’isolino di San Giovanni sul lago Maggiore. È sulla più piccola delle isole Borromee che Vittoria da qualche anno trascorre le sue estati con la sola compagnia del figlio Onorato e di pochi domestici. Lei chiama “il mio regno privato” quella villa secentesca con un terrazzo fiorito che si affaccia sull’acqua. L’estate è quella del 1916, infuria la guerra e Vittoria ha messo da parte la scintillante vita mondana tra la Roma d’origine che trova fin tropo asfittica e la Londra in cui è nata e a cui sente di appartenere per parte di madre. Il padre è il principe Marcantonio Colonna, duca di Marino e assistente al soglio pontificio.

Dal 1901 Vittoria è sposata a Leone Caetani, principe di Teano e duca di Sermoneta, rampollo di un’altra potente famiglia romana. Le nozze hanno risolto l’antica avversione tra le due famiglie che risaliva a papa Bonifacio VIII (un Caetani). Dopo le prime settimane di idillio gli sposi si allontanano, le loro vite appaiono inconciliabili. Lei si dedica alla mondanità, all’arte, allo sport, si lascia corteggiare da re Edoardo VIII d’Inghilterra, si fa ritrarre da Boldini e da Emil Fuchs. Lui si rifugia nello studio di arabo e persiano e nella sua passione per l’islamistica quando non è impegnato ad amministrare le tenute pontine di famiglia. Si scrivono, più che vedersi.

Quell’estate Leone è al fronte e Vittoria al lago. Al lago ci sono anche il pianista Ferruccio Busoni e il pittore futurista Umberto Boccioni, in licenza dal fronte. In attesa di tornarvi è ospite dei marchesi della Valle di Casanova sul lago Maggiore, a Verbania Pallanza, proprio di fronte all’isolotto di Vittoria. Dipinge il ritratto di Busoni. Non lo sa ancora ma è la sua ultima grande opera.

È l’inizio di Giugno. Vittoria ha 35 anni, porta i capelli corti secondo la moda parigina e indossa abiti candidi che sottolineano una figura modellata dallo sport e da una vita frenetica. È provetta cavallerizza e ama andare in bicicletta, per un periodo a Londra è diventata persino un’audacissima aviatrice in pallone aerostatico tanto da aver meritato il soprannome di Ballooning Princess. Umberto di anni ne 33, è alto e atletico ma soprattutto ha una risata contagiosa e uno sguardo mobilissimo e vorace.

Il 6 Giugno i marchesi danno un ricevimento per i loro ospiti e tra gli invitati c’è Vittoria che arriva a remi dall’Isolino. Resta subito colpita da quel “jolly boy pieno di allegria e intelligenza” come lo descrive in una lettera a Leone. Lo invita a visitarla il giorno dopo. È l’inizio di una assidua frequentazione. Quando il dipinto è finito Umberto torna a Milano, ma non per molto. Il primo Luglio prende il treno per Pallanza dove Vittoria l’aspetta in barca. Gli assegna la camera verde che si affaccia sul blu del lago e quei due colori diventano per Umberto sinonimo di felicità. Ne parla in molte lettere. “Le acque e il cielo dell’Isolino avevano lasciata in me un’armonia verde e azzurra come i colori della Vostra casa… Mi sentivo puro e calmo. Riconciliato con il mondo esterno, con me stesso, con tutto. Mi sentivo riconoscente e più in alto. Sentivo aumentato il significato della mia vita e delle mie aspirazioni, come se la Vostra bontà avesse messo nel tumulto della mia sensibilità un ordine superiore… Mi avete fatto un gran bene, nessuno mi ha incoraggiato a divenire, come Voi!”

Restano insieme per una settimana, cenano in terrazza tra ortensie e gelsomini sotto la luna di Luglio, parlano di arte. Umberto è sorpreso, scopre che Vittoria è eccellente acquerellista e ha frequentato gli artisti di mezza Europa. Lei ammette un inaspettato interesse per il futurismo. Quando si lasciano prendono a scriversi. Si danno ancora del lei. “Venga appena può. Non ci vedremo forse per tanto e tanto tempo, e in quest’anno di guerra spero che la gente avrà altre cose alle quali pensare che di notare che Lei sta volentieri all’Isolino.”

La seconda settimana che trascorrono insieme, dal 16 al 23 Luglio, è quella della passione e nelle lettere che si scambiano subito dopo si svela un’intimità nuova. “C’è qualche cosa di così armoniosamente legato nei nostri atti ch'’io rimango stupito… amica mia! Purezza mia! Bellezza mia! Dolcezza, profumo, estasi!... Voi infiammate quello che in me è più profondo e puro, quello che più è nobile in me come uomo e come artista!” Lui la fotografa tra le ortensie, lei conserva quegli scatti insieme alle lettere in fondo a quel baule.

“Voi mi avete illuminato, mi avete ridato uno scopo, avete messo ordine, infuocato la speranza, nobilitata la mia ambizione! Se Vi tornerò a dire queste cose all’Isolino, chi potrà pensar male? Vedo il piccolo porto con i vasi verdi e i fiori azzurri.” Umberto ora è a Verona, segue l’addestramento da artigliere per tornare al fronte, ma ogni sera le scrive calde lettere d’amore. “Quello che c’è tra noi è una profonda realtà… il nostro segreto, quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà! Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina mia.” La chiama dolce bambina, amore, le manda baci “con tutto il mio ardore e la mia tenerezza.”

Lei è più cauta, sospetta che un domestico pagato dalla suocera sbirci tra la sua corrispondenza o addirittura la sottragga. È per questo che a un certo punto Umberto si preoccupa: troppo silenzio, vorrà lasciarlo? “Cosa è accaduto? Non comprendo! Vivo in un orgasmo che non mi dà pace. Non ho nemmeno la forza di stare a cavallo.” Le racconta che sta imparando a cavalcare, immagina che alla fine della guerra potranno farlo insieme. Ma sarà proprio il cavallo a strappargli quella speranza. La sera del 16 Agosto, poco dopo aver spedito l’ultima lettera a Vittoria, esce a cavalcare. Forse per via di un autocarro sulla strada, il cavallo si imbizzarrisce e disarciona il cavaliere, che batte la testa. Muore poche ore dopo ma Vittoria lo saprà dal giornale solo il 19 Agosto. Quella mattina gli aveva scritto: “La vita mi ha dato molto: se non mi ha dato di più è anche perché non ho saputo o non ho voluto prendere: ora voglio trovare la vera felicità: la cerco.” Il ritaglio del giornale finirà insieme alle lettere e alle foto in fondo a quel baule. Solo nel 2006 sono state ritrovate da Marella Caracciolo Chia che le ha raccontate nel libro Una parentesi luminosa.

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