L’epilogo dei Daft Punk segna la fine della musica elettronica come la conoscevamo finora?

Di Carlotta Sisti
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Photo credit: Marc Grimwade - Getty Images
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From ELLE

Ricordo con immutata tristezza tutti gli addii alle mie band del cuore, dai Blur agli Smiths fino alle Spice Girls (no judgement), ma oggi, nonostante i Daft Punk siano assolutamente tra i miei artisti preferiti, accolgo quello che hanno chiamato "epilogue" con un senso di accettazione che stupisce me per prima. Sarà che 28 anni di musica insieme sono tanta roba. Sarà che dal 1993 al 2013 (anno del loro ultimo disco, Random access memories, quello, per intenderci, di Get Lucky) non hanno mai sbagliato un album. Sarà che, appunto, dal 2013 si sono fermati e, a parte qualche collaborazione, che come sempre è stata puro godimento, come quella con The Weeknd, non hanno più fatto uscire nulla. Sarà che i tempi sono di quelli che mettono a durissima prova la tenuta di tutto, dalla nostra salute mentale ai matrimoni, dal lavoro alle amicizie, sta di fatto che mi sento di capirli.

Sto provando più empatia, che dispiacere, e nonostante i miei social e le mie chat stiano esplodendo di proclami di lutto o rabbia furibonda per non averli potuti vedere live, in qualche modo mi viene più spontaneo pensare "raga, vi capisco, ci mancherete ma siate felici". Certo, a lasciare le scene sono due che hanno preso l'elettronica e le hanno dato una nuova vita, che l'hanno manipolata in modo completamente inedito, rendendola non solo accessibile ma anche amatissima da chi da quel genere s'era sempre tenuto distante. I Daft Punk hanno fatto innamorare del loro sound persone che prima di Homework (con dentro quel pezzo che non invecchia di un minuto che è Around The World) non avrebbero potuto concepire la musica, senza le chitarre.

Due alieni casco-muniti a coprire i volti (prima di tanti a venire) se ne vanno quando il mondo intero è costretto a mascherarsi, e forse non è un caso. Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter sono stati parchi, troppo, di tour e in generale di concerti, e questo sì, è il grosso problema nel doverli salutare per sempre. C'è stato un live, però, entrato direttamente nella leggende, ed è stato quello, già sapete, del 2007 al Traffic Festival di Torino (gratuito, praticamente la cosa più bella che la musica dal vivo abbia avuto in Italia, e infatti non è durato a lungo), quando sono atterrati nel nostro paese a bordo di una piramide e ci hanno fatto capire (sì, c'ero) che stavamo assistendo ad un pezzo di storia della musica.

Non indulgerò su quell'evento, perché so quanto faccia male il pensiero a chi se lo perdette, ma la sensazione comune che da allora non ci ha più abbandonati è che, per quanto sfuggenti, fossero destinati a rimanere per sempre nei nostri giradischi, nei lettori cd, nelle playlist, nei nostri dj set (mai fatto uno senza una traccia dei Daft Punk) e nel nostro radar, quando mille volte siamo andati a cercare, invano, il loro nome nelle line up dei festival musicali di tutto il mondo emerso. Qui sì, abbiamo forse qualcosa da rimproverargli, che non è abbastanza quel loro live incredibile al Coachella del 2006 (dopo di loro c'è solo il "Beychella", che fece dire al New York Times: "Beyoncé is bigger than Coachella) diventato nel tempo leggendario e che secondo molti segnò il momento in cui le esibizioni dei dj furono definitivamente sdoganate anche in contesti musicali diversi dalle discoteche e dai concerti di elettronica. Ventotto anni sono tantissimi, e per questo mi sento di dire che l'epilogue va rispettato, pur con malinconia, le occasioni per vederli dal vivo non altrettante, ma, come per i Blur sopra citati, chissà che anche ai due inventori del "french touch" tra qualche anno, quando l'orizzonte sarà più sereno, non torni la voglia di incontrare noi fan, per un ultimo ballo, un ultimo rendez vous.