“L’infiammazione ci tiene in vita. Ma è la sua risoluzione che ci fa stare bene"

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“Spesso pensiamo all’infiammazione come a qualcosa di pericoloso per la salute. In realtà, è vero l’opposto. Abbiamo bisogno di un po’ di infiammazione per sopravvivere, altrimenti saremmo facile bersaglio di microrganismi, e le eventuali ferite fisiche non guarirebbero mai. Ma la lesione che ha dato origine all’infiammazione iniziale deve essere risolta completamente perché il processo di guarigione possa dirsi completato”, afferma Barry Sears, presidente dell'Inflammation Research Foundation di Peabody, MA (USA), nella sua ultima pubblicazione “ZONA della Risoluzione. La scienza della Risposta Risolutrice”, edito da Verducci.

L’infiammazione è la prima difesa messa in atto dall’organismo in seguito a una qualche lesione, ma se questa infiammazione iniziale non viene completamente risolta, si instaura una sorta di infiammazione cronica che può accelerare il processo di invecchiamento e una serie di malattie croniche. Alla base della guarigione vi deve essere un meccanismo molecolare che determini un equilibrio tra infiammazione e risoluzione.

Photo credit:  markus-spiske - unsplash
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Il modo in cui ci nutriamo è una delle cause principali dell’infiammazione cronica. “L’infiammazione indotta dall’alimentazione sta avendo un impatto negativo sulla salute a livello globale. La crescente industrializzazione del cibo ha funzionato da vaso di Pandora, scatenando uno tsunami di infiammazione. La conseguenza è una crescita incessante dell’infiammazione cellulare non risolta, che fa salire i costi dell’assistenza sanitaria nel mondo, oltre a compromettere la longevità in salute. D’altro canto, acquisita una maggiore consapevolezza sulle cause dell’infiammazione cellulare cronica, possiamo cominciare a stilare un piano alimentare efficace per avviare una chiara inversione di tendenza”, prosegue Sears.

Ma quali sono le abitudini alimentari (sbagliate) che determinano l’infiammazione, secondo il biochimico? Sicuramente un eccessivo apporto calorico e il consumo sconsiderato di zuccheri e di alimenti che contengono omega-6 e grassi saturi. “I pasti devono essere bilanciati e il cibo, attraverso una specifica associazione di carboidrati, proteine e grassi, deve diventare nostro alleato”, commenta Sears. Ed è proprio su questi principi che basa le sue fondamenta la dieta Zona.

Il nostro organismo ha bisogno di carboidrati, ma per mantenere l’equilibrio insulinico, è indispensabile consumarne il giusto quantitativo. Lo stesso per le proteine, che devo essere consumate ad ogni pasto, rispettando però precisi limiti. Solo in questo modo sarà possibile mantenere i livelli di glucosio nel sangue. I pasti devono prevedere anche una giusta quantità di grassi non infiammatori, che aiutano il nostro organismo a rilasciare gli ormoni della sazietà.

Photo credit:  jannis-brandt - unsplash
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La formula della dieta Zona è quindi abbastanza semplice. Nei tre pasti principali, e in almeno 2 spuntini, il 40% delle calorie deve provenire da fonti di carboidrati, il 30% dalle proteine e il restante 30% dai grassi. Alimenti ricchi di acidi grassi Omega-3 e di polifenoli (alghe, frutti di bosco, cioccolato fondente) supporteranno i benefici di quella che, sulla base di diversi studi scientifici, è considerata la migliore dieta antinfiammatoria. Sulla tavola non può mancare frutta e verdura di tutti i tipi, ma di stagione, carne bianca e pesce, latticini magri, uova, olio di oliva, frutta secca (mandorle, noci) e salmone per gli omega-3.

Barry Sears ci tiene però a sottolineare come la capacità di ridurre l’apporto calorico, senza sentire i morsi della fame o affaticamento, sia il fattore più importante per ridurre l’infiammazione. “Qualunque metodo si sia impiegato, maggiore è la quantità di adipe in eccesso e più alta la probabilità che l’organismo stia generando una crescente infiammazione cellulare non risolta. Secondo l’American Council of Exercise, la percentuale di massa grassa non dovrebbe superare il 15% (negli uomini) o il 25% (nelle donne). Chi ha una percentuale superiore al 25% (uomini) o al 32% (donne) è da considerarsi obeso. Misurare la soppressione dell’appetito con un orologio o determinare la percentuale di adipe possono sembrare metodi semplicistici. Tuttavia esistono marker soggettivi più precisi che ci illustrano i progressi nel raggiungere la Zona”, spiega il ricercatore. Questi marker soggettivi, che si palesano già dopo un paio di settimane dall’introduzione del regime alimentare, vanno dal miglioramento delle performance fisiche quotidiane (ci si sente più attivi ed energici), all'ottimizzazione del riposo notturno; da una maggiore capacità di concentrazione (attenzione più alta) e un potenziamento del benessere generale (unghie e capelli più sani, pelle più luminosa, diminuzione delle rughe).

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