L’Italia ha un serio problema con l’occupazione femminile: dobbiamo parlarne e dobbiamo agire

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Photo credit: farol 106 su unsplash
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Abbiamo un problema, un problema grave e un problema che non si può più ignorare: quello dell'occupazione femminile. Secondo l'Eurostat, l’Italia è il penultimo Paese in Europa per occupazione femminile e su 100 donne tra i 15 e i 64 anni solo 49 lavorano. Dati preoccupanti che, come sappiamo, sono ulteriormente peggiorati con la pandemia. Tra marzo 2020 e marzo 2021, infatti, il numero di donne occupate è diminuito di 377.000 unità, quasi il doppio rispetto agli uomini. Se da un lato si spera che le misure inserite nel Piano di Ripresa e Resilienza del Governo Draghi aiutino a invertire la rotta, dall'altro con lo stop al blocco dei licenziamenti le donne potrebbero nuovamente trovarsi nell'occhio del ciclone.

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"Dobbiamo guardare ai consumi per capire dove stiamo andando", spiega a Repubblica Fedele De Novellis, economista e direttore d'impresa Ref, "Sono meno pessimista, ma c'è una netta differenza tra i tanti settori che hanno recuperato e i pochi in cui si concentrano le contrazioni. La costruzione va, per esempio. Nel settore manifatturiero, tessile, abbigliamento e pelle stanno attraversando una grave crisi. Qui lo shock territoriale sarà micidiale perché la filiera è molto localizzata, soprattutto nel Centro Italia. E con una forte componente di genere". L'INAPP - Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche - individua infatti 612.000 lavoratori a rischio licenziamento in questa nuova fase: il settore tessile e dell'abbigliamento sembrano potrebbero essere tra i più colpiti e le donne costituiscono il 60% degli impiegati in questi ambiti.

Un altro aspetto da considerare, poi, è la componente territoriale: al nord e al centro la situazione è leggermente migliore con un tasso di occupazione che, secondo l'Istat, arriva circa a 60 donne su 100 in regioni come Emilia-Romagna, Trentino, Friuli-Venezia Giulia o Lombardia. Al sud la situazione è più grave con la Campania con un'occupazione delle donne al 29%, la Sicilia al 31% e la Calabria al 33%. "La disuguaglianza di genere in Italia", spiega a Morning Future Linda Laura Sabbadini, presidente dell’Engagement Group Women 20, "passa attraverso tutte le altre disuguaglianze, contrastarla significa combattere anche le altre. In modo particolare si manifesta nelle barriere di accesso, permanenza e sviluppo delle carriere lavorative delle donne. Le donne entrano più tardi nel mondo del lavoro rispetto agli uomini. A parità di posizione guadagnano meno degli uomini e dopo l’arrivo di un figlio capita spesso che lascino il lavoro o rientrino con un contratto part-time. E questi sono tutti elementi che contribuiscono a penalizzare e ritardare i loro percorsi di carriera".

Secondo la Banca d'Italia se tutte le donne attualmente disoccupate in Italia lavorassero, il PIL crescerebbe del 7%, ma servono misure di welfare che facilitino l'occupazione femminile e, come spiega Sabbadini, le politiche sociali tendono a non venire considerate "allo stesso livello" delle politiche economiche. "Non si agisce", spiega, "Non si investe in infrastrutture, in nidi pubblici che dovrebbero passare dal 25% al 60%, non si investe nella scuola a tempo pieno, nella cura e nell’assistenza agli anziani e ai disabili. Ma queste sono questioni fondamentali. Se si promuovesse un welfare della cura, diminuirebbero le disuguaglianze e si alleggerirebbe il carico sulle spalle delle donne. Queste misure - potentissime - farebbero fare un balzo in avanti in termini di benessere non solo a loro, ma a tutta la cittadinanza". Cosa stiamo aspettando?