L’uomo è per natura animale sociale: ecco perché abbiamo bisogno degli altri

Di Maria Elena Viola
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Photo credit: Elle Italia
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E allora quando ci vediamo? Lo chiede a ogni chiamata, come una bambola col disco rotto. Non lo capisce che non si può. Che la sua Regione è ancora in zona rossa. Ed è pericoloso. Soprattutto per lui, che ha più di 90 anni e deve stare il più possibile al sicuro.

Non lo capisce non perché sia stupido o si sia messo a fare i capricci, come quei vecchi che tornano bambini e un po’ se ne approfittano. Semplicemente se ne dimentica. La sua memoria dall’inizio di questa nuova era del distanziamento è come svaporata. È sempre il brillante Professore con la battuta pronta e l’eleganza innata, ma capita che a volte perda colpi.

E in questo buio intermittente, in questa pellicola smagliata della sua esistenza, dove gli attori ogni tanto cambiano di ruolo, e i figli diventano fratelli, i nipoti figli, la moglie madre o sorella o chissà cosa, quello che proprio non riesce a capire è dove siano finiti tutti. Com’è successo che si sia trovato solo. Dopo una vita lunga e ricca di successi, in una casa piena di stanze e di letti e di foto appese alle pareti e di libri, libri a non finire, letti e riletti con voracità straordinaria, com’è arrivata questa noia mortale? Questo silenzio. Queste ore vuote. Questo essere solo in due – due tazze, due piatti, due bicchieri – quando si è sempre stati in tanti.

Diceva Aristotele che l’uomo è per natura animale sociale. Aggregarsi – e assembrarsi – con i suoi pari è un istinto primario, con buona pace dei Dpcm. Senza gli altri ci ammaliamo. Non solo di noia e di malinconia, che sarebbe già tanto, ma anche di ansia, insonnia, disturbi alimentari, depressione, invecchiamento precoce, attacchi di panico e altre svariate patologie.

Ecco perché, appena ci liberano, fluiamo in scrosci fragorosi per le strade, ripopoliamo locali e negozi, occupiamo baldanzosi banchi e scrivanie, riprendiamo possesso degli spazi pubblici, sfiniti dalle grotte e dalle caverne in cui per troppi mesi ci siamo infilati.

Ci vuole prudenza, lo sappiamo, e saremo ligissimi nell’indossare le mascherine, cospargerci di gel, darci di gomito invece che abbracciarci, neutralizzare gli starnuti nell’interno gomito, metterci in coda senza fare i furbi. Ma, per favore, ridateci gli altri. Amici, vicini, parenti, fidanzati, estranei. Congiunti e non. Persone. Gente in carne e ossa.

Mai come ora abbiamo capito che senza di loro – voi, noi, tutti – non ci sappiamo stare. Ci era sembrato di sì all’inizio, in quello strano tempo ritrovato per stare finalmente con noi stessi, sostare, pensare, guardarci allo specchio. Il guaio è che alla lunga ci si annoia anche della propria compagnia. Si dicono e si pensano sempre le stesse cose, tra sé e sé. Lo sanno quegli 8,5 milioni di persone che, secondo gli ultimi dati Istat, vivono da soli nel nostro Paese (40 per cento vedovi, 39 per cento single, 21 per cento separati), lo hanno scoperto tutti coloro che hanno sperimentato per la prima volta cosa significa vivere “in assenza”: di incontri, interazioni, scambi anche fugaci. Lentamente ci si spegne. Accade agli anziani che perdono gli stimoli per mantenere vigili sinapsi e speranze, il senso del domani che si accorcia e si riduce a un mero “ammazzare” le ore. Sfangare la giornata fino alla sigla de L’eredità.

Succede ai ragazzi che in quella lunga segregazione in casa hanno perso la voglia di studiare e macinato pensieri di disfatta e d’inutilità. Una corposa indagine condotta da Ipsos per conto di Save the children su adolescenti tra i 14 e i 18 anni, ha rivelato che la scuola da remoto li ha lasciati stanchi (31 per cento), incerti (17 per cento), ansiosi (15 per cento), disorientati (14 per cento), apatici (13 per cento), desiderosi di contatto umano (85 per cento). Capita a noi adulti, la cosiddetta popolazione attiva, che riscopriamo la gioia di andare in ufficio e c’inventiamo aperitivi alla bocciofila con prosecco e camparino – orario e coperti massimo sei, timer coprifuoco – pur di evitare il solito weekend spalmati sul divano. Le serie Netflix le abbiamo viste tutte.

Così, all’amicizia abbiamo dedicato questo numero. E a tutte le relazioni – sentimentali, professionali, “solidali”, sessuali – che ci fanno stare bene. Che danno un senso alle nostre vite. La bella ragazza mora in copertina è Annabelle Belmondo, modella, attrice, nipote di, e posa per noi con la sua soeur de coeur Pauline. Un inno alla gioia di stare insieme. Che è il solo vaccino in grado di curare la più sottovalutata delle malattie, la solitudine.

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P.S. Il prossimo numero di Elle vi aspetta in edicola il 23 febbraio