La ballata d'amore di Nan Goldin continua a New York

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Photo credit:  Nan Goldin - Thora at home, Brooklyn, NY, 2020. Dye Sublimation on Aluminium 30 x 40 in. (76.2 x 102 cm)
(24103) © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery
Photo credit: Nan Goldin - Thora at home, Brooklyn, NY, 2020. Dye Sublimation on Aluminium 30 x 40 in. (76.2 x 102 cm) (24103) © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery

Noi siamo la nostra memoria,
siamo quel chimerico museo di forme incostanti,
quel mucchio di specchi rotti.
(Jorge Luis Borges)

La memoria capricciosa e incostante è opera nostra, anche quando cambia la forma del tempo, stravolge il caleidoscopio delle emozioni, recupera il sapore dei ricordi più sfocati e sfuggenti. È di sicuro l’opera d’arte di Nan Goldin e la sublime ossessione che continua a spingerla a scattare fotografie e connessioni a tutto quello che ama e non vuole dimenticare. La sorella perduta, la comunità underground e queer che sceglie come famiglia quando lascia casa da adolescente e ogni complice delle dipendenze che non hanno mai smesso di far vibrare la sua ballata d'amore.

L’essenza stessa di Memory Lost, in mostra alla Marian Goodman Gallery di New York con "quel mucchio di specchi rotti" trasformati da Nan Goldin in nuove opere scintillanti. I frammenti aguzzi dell’oscurità della dipendenza dalle 'droghe legali' e l’attivismo del nuovo progetto. Memori Lost che non presta solo il nome alla nuova personale ma la abbraccia tutta, con una memoria intima diventata collettiva. L’estasi ipnotica di Sirens (2019-2020) e il seducente richiamo delle creature ibride della mitologia greca. Un flashback della rivoluzionaria non-conformità di genere di The Other Side. Cieli e paesaggi che dilatano l'orizzonte della fotografia e un ritorno al ritratto durante la quarantena, con la complicità della scrittrice Thora Siemsen e quell’intimità che ha reso celebre The Ballad of Sexual Dependency .

Photo credit: © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery
Photo credit: © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery

Solo una profonda connessione poteva spingere Nan Goldin a fotografare di nuovo le complessità dell’individuo, dopo anni di esplorazione della poetica infinita del cielo e paesaggi dell’ovunque, fotografati per due decenni dal Brasile all’Italia, esposti nella galleria newyorchese come intermezzi del viaggio da un progetto e linguaggio all’altro. Una ritrovata armonia e forse il bisogno di non perderla, mentre il mondo intero prende le distanze dall’emergenza sanitaria, sono bastate a invitare la nuova amica a condividere gli spazi privati del suo appartamento, insieme alla dipendenza comune per il backgammon. Lo straniante isolamento indotto dalla pandemia e una carrellata di vecchi film di Hitchcock e Visconti, Judy Holliday e Barbara Stanwyck, hanno sicuramente conciliato il ritorno all’esplorazione più congeniale alla fotografia. L’intimità che accogliere la forza e la fragilità dell’altro, messa a nudo insieme al corpo e le spoglie del divino.

La bellezza che sboccia nella grazia di Thora Siemsen e le linee morbide della sua identità, capace di abbracciare il candore di ogni genere e le trans-izioni della personalità, sorpresa dalla luce e dai chiaroscuri della fotografia più matura e ancora più intima di Nan Goldin. Ritrovata insieme a nuovi equilibri, dopo essere sopravvissuta all’uso di OxyContin prescritto dal medico contro il dolore e l’overdose indotta dai pericoli degli oppioidi ‘legalizzati’, a cui non l’avevano preparata neanche le passate esperienze con la dipendenza da droghe, sesso e violenza.

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L'esperienza dolorosa e la forza di uscirne, resta alla base del suo attivismo che, dalla fondazione di P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now) nel 2017, combatte la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, per una riforma politica, sanitaria e perseguendo l’avidità criminale e impunita di compagnie farmaceutiche come Big Pharma e dei proprietari miliardari che ne trae vantaggio come la famiglia Sackler, noti filantropi di baluardi della cultura come V&A, Tate, Met, Guggenheim e lo stesso Louvre, tra i tanti.

Ogni fotogramma di Memory Lost (2019-2021), è dedicato all’oscurità di questa dipendenza con istantanee del suo archivio, assemblate e modificate, insieme ai paesaggi crepuscolari e i cieli sfocati di notti italiane e deserti verdi, le conversazioni di Goldin e di chi ne ha condiviso le sofferenze, intensificate dalla partitura emotiva di Mica Levi, con il sound di CJ Calderwood e Soundwalk Collective. Il corpo dell’opera, al pari del mito di Osiride, è fatto a pezzi e ricomposto per rinascere sotto forma nuova, empatia e rivelatrice. Una memoria non più individuale ma collettiva.

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Un nuovo tipo di attivismo che lavora come la memoria, come la partitura visiva di Sirens (2019-2020) e la sua estasi dello sballo. Ipnotica quanto le creature ibride della mitologia, richiamate con i frammenti di trenta dei film preferiti dalla Goldin e la Salomé (1972) di Carmelo Bene, interpretata da una luminosa Donyale Luna. Rinata sirena, dopo aver incantato il mondo e ispirato Andy Warohl, come appassionata Enotea del Fellini Satyricon e prima top model afroamericana da copertina, morta trentenne per un'overdose di eroina.

Nuove visioni per la stessa ballata d’amore che Nan Goldin fotografa dall’inizio senza mai smettere di lavorare con la memoria d'immagini vecchie e nuove della sua vita, rivisitata, modificata e amplificata. In modo analogo, continua a condividere con il mondo il fascino e la vulnerabilità di ogni sorella della comunità LGBTQ+, amata e in molti casi persa, a causa di violenza e AIDS, protagonista della dichiarazione d'amore fluido, incondizionato e aggiornato di The Other Side (1993-2021) e della pubblicazione riedita nel 2019 da Steidl, con un nuovo capitolo della storia di chi ha lottato per la libera espressione di sé e la non-conformità di genere.

Photo credit: © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery
Photo credit: © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery

La compagne di stanza Ivy e le amiche Naomi e Colette, con cui frequentava ogni sera il bar The Other Side di Boston negli anni 70, Misty e Jimmy Paulette che attraversano la New York degli anni 90, insieme agli amici della comunità LGBTQ+ di Parigi, Berlino, toccando l'Bangkok, Manila e il presente.

La quarantena ha fermato il mondo intero, non la ballata d’amore di Nan Goldin che fa tappa alla Marian Goodman Gallery di New York con un nuovo capitolo del diario privato che sta ancora scrivendo, lasciato aperto a tutti sin dai primi scatti della feroce intimità di The Ballad of Sexual Dependency (1983-2008). Un invito alla condivisione che non teme i capricci della memoria, li sollecita.

How to: Nan Goldin: Memory Lost, Marian Goodman Gallery, New York (27 aprile - 12 giugno 2021) www.mariangoodman.com/exhibitions/444-nan-goldin-memory-lost

Photo credit: © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery
Photo credit: © Nan Goldin, courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery
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