La Cina ha limitato fortemente gli aborti per "scopi non medici

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La Cina si trova a dover fare i conti con gli effetti perversi della politica scellerata del figlio unico. In vigore dal 1979 al 2016, prevedeva che ogni coppia cinese potesse avere soltanto un figlio, e questo per evitare la sovrappopolazione ed orientare, invece, quello che anche adesso è lo Stato più popoloso al mondo, verso un modello di 'crescita zero'. Il rigore con cui è stata osservata, controllata ed imposta la regola, ha fatto sì, tuttavia, che oggi l'emergenza sia di natura opposta, e cioè la crescita ai limiti storici, l'invecchiamento poderoso della popolazione e, a causa, come vedremo meglio, di un massiccio fenomeno di aborti selettivi, uno sbilanciamento di genere, con 30 milioni di maschi in più, rispetto alle femmine. Per scongiurare il collasso del sistema pensionistico e previdenziale che un invecchiamento della popolazione comporterebbe, l'Ufficio politico del Partito comunista cinese è corso ai ripari, ed il primo passo è stato, nel 2016, la decisione di introdurre la possibilità di tornare ad avere due figli per coppia. Si pensava che sarebbe bastata una legge per tornare a riempire le culle, ma i fatti hanno dimostrato il contrario, da qui l'idea di aggiornare la norma a tre figli per coppia. Non è stato sufficiente: il tasso di fertilità è sceso da 1,6 nati vivi per donna nel 2016 a 1,3 per donna nel 2020. Questi tentativi semi fallimentari hanno prodotto un nuovo intervento a gamba tesa del governo di Pechino, che lunedì 27 settembre ha dichiarato di voler proibire tutti gli aborti per "scopi non medici".

Photo credit: TED ALJIBE - Getty Images
Photo credit: TED ALJIBE - Getty Images

Anche in Cina, dunque, pur senza, per ora, la condizione estrema del'"heartbeat ban", il "divieto del battito cardiaco", approvata in diversi stati americani, primo fra tutti il Texas, che fissa all'attimo in cui viene rilevato il primo battito fetale il momento cruciale dopo il quale qualsiasi pratica di aborto, anche nei casi di stupro e incesto, diventa illegale, le limitazioni alla possibilità di interrompere una gravidanza, diventano lo strumento per avviare un nuovo corso della società. In questo caso, non per un ritorno ad un conservatorismo che trova ragione (se di ragione si può parlare) in una visione arcaica della religione, ma per ripopolare un paese nel quale invertire il tasso di natalità in calo è per i thinktank e i ricercatori politici, una delle principali sfide della politica sociale nei prossimi decenni.

L'annuncio di questa stretta sull'aborto per le donne cinesi è quantomeno parossistica, in uno Stato che da anni perseguita con violenza e maniacalità la minoranza degli uiguri musulmani, internati in campi di detenzione da incubo, nel territorio dello Xinjiang, nella Cina nord-occidentale, all'interno dei quali viene applicata, e qui sta l'orrido paradosso, proprio la sterilizzazione forzata. Crescita demografica sì, dunque, ma solo per i cinesi puri, non quelli indesiderati della minoranza etnica tra le più martoriate degli ultimi anni. Come riporta Women in The World, sono più di un milione gli uiguri "estremisti" detenuti in quello che Pechino chiama "campi di rieducazione politica" ma che a sentire le testimonianze (come quelle raccolte minuziosamente dal New York Times) sono a tutti gli effetti delle carceri, dove la tortura è all'ordine del giorno, e il tentativo di operare una pulizia etnica malcelato.

Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images
Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images

Come dicevamo, la Cina rimane la nazione più popolosa del mondo, ma l'ultimo censimento ha mostrato che la crescita della popolazione dal 2011 al 2020 è stata la più lenta dagli anni '50 e si prevede che rallenterà ancora di più nel giro di pochi anni. Quest'ultima iniziativa politica che mette nel mirino le interruzioni di gravidanza, evidenzia proprio la preoccupazione estrema di Pechino per l'elevato numero di aborti in Cina: negli ultimi decenni, infatti, le interruzioni sono state utilizzate, insieme ai contraccettivi e alla sterilizzazione così comune durante la fase della regola del figlio unico, per tenere a freno la crescita della popolazione, tanto che secondo le statistiche del governo, i medici in Cina hanno eseguito 336 milioni di aborti tra il 1971 e il 2013. Ma la cosa è sfuggita di mano, e la progressiva deriva verso maggiori limiti all'aborto è in atto da diversi anni. La provincia di Jiangxi, per esempio, nel 2018 ha emesso linee guida che stabiliscono che le donne incinte da più di 14 settimane devono presentare l'approvazione di tre professionisti medici, prima di poter abortire. Su questo, il professor Peter McDonald dell'Università di Melbourne, esperto di studi sociologici relativi alla Cina, ha affermato che "la politica del figlio unico ha instillato un sentimento negativo nei confronti dei bambini e ha creato una situazione in cui è stato attribuito un valore basso all'essere un genitore".

La scrittrice e giornalista Zhang Lijia, ha affermato che c'è stato un cambiamento di atteggiamento in Cina e molte donne, soprattutto quelle che vivono in grandi centri urbani e sono altamente istruite, non considerano più il matrimonio e la genitorialità come "passaggi necessari o ingredienti essenziali di una vita felice. In altre parole, si tratta di scelta. Una migliore istruzione, un reddito più elevato e più opzioni di carriera garantiscono a queste donne la libertà di scegliere lo stile di vita che desiderano. Sono abbastanza assertive da resistere alla pressione dei loro genitori perché facciano figli. E la società è più tollerante di prima". Insomma, il ritorno al passato, specie in un contesto che prevede solo e soltanto la famiglia eterosessuale tradizionale, è molto più complesso e faticoso di quanto il governo di Pechino potesse immaginare. Ed ecco che allora si provano ad usare le maniere forti, andando a legiferare sul corpo delle donne, in un pattern spaventosamente simile ai capi opposti, in senso fisico ma anche simbolico, del mondo.

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