La città dei vivi: non si può riassumere il male

Di Nicola Cosentino
·8 minuto per la lettura
Photo credit: Einaudi
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From Esquire

Chissà se i bravi scrittori se lo immaginano già al primo libro, per cosa saranno ricordati (a parte quelli che sono ricordati per il primo libro, ovvio). O chissà, invece, se le loro ossessioni maturano tardi come i gusti e le idee, imponendosi sul resto dopo anni trascorsi a fare da comparsa defilata in opere che parlavano d’altro.

A un certo punto di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (Senza risparmiare se stessi) (minimum fax, 2001), un ibrido tra romanzo e daimon imbizzarrito dell’autore, il ventottenne Nicola Lagioia scriveva «I verbi scardinare, decostruire, abbattere, sono stati la vera ossessione del XX secolo. Dopo una visita alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dopo Duchamp e le sue macchine celibi, dopo la fine della Storia: ci rituffiamo fatalmente nei nostri progetti. La vita chiede ancora, disperatamente, uno straccio di programma a cui aggrapparsi».

Poco più giù, nella stessa pagina, Lagioia e il suo interlocutore Tolstoj (sì, il vero Tolstoj, il libro è tutto così) bevono Coca-Cola in via Pomezia, a Roma. Parlando di romanzi, Tolstoj sorride nell’esporgli una sua idea (che, capirai, è Anna Karenina). E là, su quel sorriso, Lagioia pensa: «…mio Dio, quest’uomo crede ancora nella letteratura!»

Oggi, Lagioia ha quarantasette anni ed è a) Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino, b) autore di altri romanzi di certo più belli del primo di cui uno ha vinto il Premio Strega (La ferocia, Einaudi, 2014), e c) conduttore di pagina 3, la rassegna stampa culturale di Rai Radio 3. È lecito supporre, quindi, che creda pure lui nella letteratura. Cioè, oddio, qui lo si dà per scontato: se non ci crede lui c’è da convocare il CdA e dichiarare fallimento.

Ma che cos’è, per Lagioia, la letteratura? Scardinare, decostruire, abbattere? La Coca-Cola dadaista in via Pomezia? O lo “straccio di programma a cui aggrapparsi”? Facciamo un po’ di ipotesi a partire dal suo ultimo libro, La città dei vivi, uscito a ottobre per Einaudi.

Giornalisticamente parlando, il titolo per annunciarne la pubblicazione sarebbe questo: “Nicola Lagioia, Premio Strega nel 2015, ha scritto un romanzo sul delitto Varani”. A me, almeno, quando tutto era work in progress, la notizia fu comunicata in questi termini. Fine 2018, via WhatsApp, da un caro amico che adesso vedo e sento poco, ma che sapeva di offrirmi un’indiscrezione gradita: nel gruppo romano via via disgregatosi di cui entrambi facevamo parte avevo fama di essere un gran fan del recente La ferocia, e con un certo spirito, sfottendomi per le ambizioni letterarie e la falsa posatezza, capitava che mi chiamassero Nicola Maiunagioia.

Quindi, per osmosi, dovevo essere pure io uno che credeva alla letteratura (no?) e che voleva che, su quel versante, andasse tutto bene. Ma non sarà un po’ troppo, mi chiedevo, un libro sul delitto Varani? Chi ce la fa, a leggerne ancora?

Ricorderete: a marzo del 2016, due ragazzi romani, Manuel Foffo e Marco Prato, invitano nell’appartamento del primo un conoscente più giovane, Luca Varani, e lo torturano a morte. Nicola Lagioia, da allora, ha seguito e studiato il caso, leggendo incartamenti e facendo interviste, fino a darne oggi una ricostruzione narrativa sull’impronta del Meyer Levin di Compulsion (1956) e del Truman Capote di A sangue freddo (1965).

Il bisogno che sta alla base di un lavoro simile, stando all’interpretazione offerta qualche settimana fa da Domenico Starnone sulle pagine della Lettura, è quello di «venire fuori sia dal racconto autobiografico, sia dal racconto di invenzione» al fine di «ottenere una sorta di realismo assoluto». Questo vuol dire che Lagioia, come Meyer e Capote (e come l’Emmanuel Carrère de L’avversario, ma meno invadente) si è impegnato a “fermare” con la sua abilità di scrittore, pensatore e studioso paziente una storia che, sì, farebbe tutto da sé in mano a un altro, chiunque altro, ma rischierebbe di farlo male.

Perché certe vicende sono talmente gravi e assurde da di soccombere sotto il peso della propria ineffabilità. E se qualcuno non le intercetta e non se ne prende cura, se qualcuno non le dipana e non le salva imprimendole con la dovuta meticolosità, queste “storie di persone” si cristallizzano nella loro forma peggiore, e cioè come pettegolezzo.

Nella primavera del 2016, Lagioia deve aver fiutato tale rischio. Deve aver pensato che, sepolta da qualche parte sotto lo sgomento nazionale, ci fosse non la possibilità di dare una spiegazione dell’efferatezza di Foffo e Prato, ma una maniera per raccontarla. Perché è a questo che sembriamo, oggi sempre di più, drammaticamente disabituati: al racconto inteso come tessitura complessa, ardua ma spesso esaustiva di qualcosa per cui il titolo, lo strillo e l’opinione non bastano. E non solo non bastano: a chi non è personalmente coinvolto, possono fare più male del fatto in sé.

Quindi, a proposito di titoli: quello di prima, su Lagioia che scrive un libro sul delitto Varani, è riduttivo e letterariamente inesatto. In realtà, La città dei vivi parla di tre cose: Roma, la vastità (interiore, esteriore) e il fatto che riguardo certi argomenti sia impossibile, o almeno sconsigliabile, provare a fare dei riassunti. Non si può riassumere il lutto, per esempio, proprio come non lo si può accorciare. E non si possono riassumere il male, il bene, la sessualità, una famiglia, la droga e, per definizione, una città detta “eterna”: tutta roba che siamo abituati a giudicare approssimativamente, senza conoscerne davvero i confini, e che invece, per essere capita, per essere detta come si dovrebbe, richiede un’elaborazione.

La città dei vivi è, appunto, l’elaborazione che Lagioia offre, con la giusta distanza in termini di tempo e di sguardo, dei fatti precedenti e successivi alla morte di Luca Varani, nonché delle condizioni in cui versa la Capitale d’Italia, un luogo da cui ci si allontana «con la cupa soddisfazione di chi si libera da un vizio», ma anche una casa in fiamme a cui si torna inevitabilmente, «tuffandosi nell’incendio armato di un bicchiere d’acqua».

Il risultato mette un po’ paura. Intanto perché ti fa rotolare verso l’orrore con una disinvoltura strabiliante. È scorrevole, godibile come, be’, un buon libro che parli di qualsiasi altra cosa. Lo apri pensando: col cazzo che lo finisco, mi sentirò male tra dieci pagine; e invece, a un certo punto, ti restano i riferimenti bibliografici, p. 463. E poi perché dice molte cose vere. Anche cose che non sai, o che non ti va di investigare. Per esempio, sui sentimenti che si provano relativamente al dolore degli altri (ancora una volta, con meno presenzialismo di Carrère), o sulla tentazione di esprimere giudizi e azzardare analisi.

Infine, dà voce all’indicibile: la normalità degli assassini, e la rapidità che li ha condotti al delitto. L’assenza di un vero Perché, a fronte di un Chi, un Cosa, un Quando, un Dove e soprattutto un Come marchiati a fuoco nella memoria di chiunque.

«Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. È più difficile avere paura del contrario. Preghiamo Dio o il destino di non farci trovare per strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice? È sempre: ti prego, fa’ che non succeda a me. E mai: ti prego, fa’ che non sia io a farlo».

Lagioia lo scrive a pagina 383, quasi alla fine, quando il delitto è già avvenuto. Ma tu è da pagina 20 che la pensi, questa cosa. Eri diverso già prima di cominciare, quando, pur sapendo come sarebbe andata a finire, speravi in un miracolo, in un ravvedimento, in una salvezza collettiva (la vita di Luca, e di certo anche quella dei carnefici)? O sei cambiato in queste ore, leggendo?

La città dei vivi è un libro molto bello che fa con la letteratura qualcosa di fieramente antitetico a ciò che Tarantino fa, da un po’, col cinema: dire com’è andata davvero e riuscire comunque a offrire una pacificazione, una forma di giustizia per tutte le parti – il diritto di esprimersi – attraverso l’assoluta verità.

E quindi, per tornare alla domanda iniziale: chissà se i bravi scrittori se lo immaginano già al primo libro, per cosa saranno ricordati. Chissà se Nicola Lagioia aveva idea, a ventotto anni, che sarebbe diventato, a quarantasette, lo scrittore italiano che meglio descrive la rovina, e che usa il disfacimento come antidoto preventivo per chi ancora non ne è stato sfiorato.

Io penso di no. Che all’inizio non ne avesse idea. Penso che oggi sia nel pieno di una transizione gloriosa e, almeno per lui, dolorosa che lo porterà a stabilirsi come timbratore definitivo e intempestivo di momenti, luoghi e storie che noialtri, da soli, non sappiamo digerire. Uno che ci farà pensare: per capire ‘sta storia avrei bisogno di un libro, aspetterò lo scrivano. Uno che offre, se non programmi, un ordine a cui aggrapparsi. Uno che faccia pensare: «…Mio dio, quest’uomo crede ancora alla letteratura!».

Esperiti i sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, ti trovi davanti Sofocle.