La cultura al tempo del (mezzo) lockdown. Il punto critico di Corrado Formigli

Di Corrado Formigli
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Photo credit: Getty Images
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From ELLE

Nell’anno Mille, come ci ricorda in un bellissimo articolo uscito sulla Stampa Elena Stancanelli all’indomani di questo semi-lockdown, re Guglielmo il Conquistatore impose ai sudditi inglesi di coprire i fuochi nelle case alle 8 di sera per ridurre il rischio di incendi.


Siamo nel 2020 e, a dispetto di un millennio di scoperte scientifiche e nel pieno dell’era digitale, poco sembra cambiato. Governo e Regioni, dopo un’incredibile gara a chi ha fatto di meno per prepararci alla seconda ondata, ricorrono di nuovo al coprifuoco. Tutti a casa dalle 23 alle 5, obbligatoriamente. Ma siccome alle 18 chiudono bar e ristoranti, a casa ci si va appena usciti dal lavoro. Ammesso che non si lavori in smart working, come fortemente raccomandato dalle autorità. Tutto qua.

Mesi di piani su contact tracing, tamponi, nuova edilizia scolastica, covid hospital, medicina di prossimità, adeguamento dei trasporti pubblici e ci ritroviamo al punto di partenza, al rimedio medievale del confinamento.
Il fallimento dello Stato è tutto qui, nel Dpcm che ci riporta in cattività dentro case descritte, dalle stesse autorità sanitarie, come il fulcro del nuovo contagio. E se la vita di un cittadino si riduce all’orario di lavoro e quella di uno studente a una malferma didattica a distanza (anche scuole superiori e università chiudono, ovviamente), quale futuro ci si prepara?

Il caso della chiusura di cinema, teatri e sale da concerto è davvero emblematico: 3.000 spettacoli dal vivo fra il 15 giugno e il 3 ottobre, oltre 300.000 spettatori, un solo caso di contagio. Eppure si vieta tutto, non solo affossando forse per sempre aziende e maestranze, un’intera industria culturale fra le più importanti al mondo. Si certifica l’idea, mai davvero estirpata dalla politica del consenso, che in fondo l’uomo è ciò che mangia.

La propaganda della pancia piena, del parlare “alla pancia del Paese” è tutta qua, squadernata in un decreto pedissequo nello stabilire quanti a tavola, tranciante nel cancellare ogni orizzonte culturale. Aggiungete al deserto dei teatri, considerati nient’altro che luoghi di assembramento elitario, l’assenza di un vero discorso pubblico sulla necessità di potenziare la ricerca, investire sulle università, far tornare in Italia i cervelli in fuga. Avrete la posizione esatta dell’Italia, oggi, sulla carta del mondo.