La cura per il Covid-19 che potrebbe essere anche più utile del vaccino

Di Andrea Signorelli
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Photo credit: Jeff J Mitchell - Getty Images
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From Esquire

Al momento, tutti gli occhi sono puntati sui vaccini. Ed è su di essi che si scommette per mettere finalmente fine alla pandemia da nuovo Coronavirus. Ma in attesa che i vaccini sviluppati da Pfizer, Moderna e gli altri colossi farmaceutici arrivino a destinazione (e anche in seguito), resta di fondamentale importanza individuare i farmaci più efficaci per aiutare a guarire in tempi rapidi, e con meno complicanze possibili, chi il Covid-19 l’ha già contratto.

Da questo punto di vista, finora abbiamo avuto tante promesse, qualche bufala e ben poche soddisfazioni. Una di queste è rappresentata dal desametasone, che nei casi gravi in cui è richiesto ossigeno supplementare ha dimostrato di agire con un certo successo, attenuando le infiammazioni soprattutto a livello polmonare. Ma c’è tutta un’altra classe di farmaci, finora poco noti, che agisce proprio per placare le infiammazioni ormai fuori controllo e che lavora direttamente sul cosiddetto sistema del complemento.

Andiamo con ordine: il sistema del complemento – costituito da circa 30 proteine che circolano nel sangue – è un elemento del sistema immunitario che gioca un ruolo fondamentale nella protezione contro le infezioni, uccidendo i batteri e avvertendo le cellule del sistema immunitario di entrare in azione. Tutto questo lavoro viene svolto attraverso il rilascio dei “prodotti dell’attivazione”, che provocano l’infiammazione locale nel punto infettato causando il rossore, il dolore e il gonfiore a cui siamo abituati.

In poche parole, il sistema del complemento entra in azione quando è necessario sconfiggere un’infiammazione. Ma c’è un problema: lo stesso complemento può, in alcuni casi, danneggiare e uccidere le nostre cellule. “Nella maggior parte delle situazioni, il sistema del complemento viene spento una volta che l’infezione è stata affrontata, senza danni auto-inflitti”, spiega The Conversation. “In alcune circostanze, il complemento può però dare vita a una reazione a catena che sfugge al controllo, causando sempre più infiammazioni”. È ciò che avviene nel caso della sepsi (o setticemia), causata da un’eccessiva risposta infiammatoria del sistema. Ed è esattamente ciò che sembra avvenire anche nei casi più gravi di Covid-19.

Photo credit: Kiran Ridley - Getty Images
Photo credit: Kiran Ridley - Getty Images

Quando si analizza il sangue dei pazienti gravi di Covid, vengono infatti individuati degli alti livelli di “prodotti dell’attivazione” del complemento. Questi si attaccano alle cellule del sangue e alle cellule che rivestono i vasi sanguigni, causando danni diretti e provocando ulteriori infiammazioni, dando così il via a un pericolosissimo circolo vizioso in cui vengono prodotti sempre più driver di infiammazione, tra cui le citochine.

È per questa ragione che sono attualmente allo studio numerosi farmaci che prendono di mira proprio le citochine. Ma dal momento che all’origine di tutto ciò c’è il sistema del complemento, è su di esso che, sempre di più, si stanno concentrando le attenzioni dei ricercatori. Riassumendo: i casi più severi di Covid-19 sono spesso causati dall’azione anti-infiammatoria del complemento, andata però fuori controllo. Usare dei farmaci per bloccare l’azione del complemento potrebbe essere un trattamento promettente per portare alla guarigione i pazienti gravi di Covid-19.

Questi farmaci si sono già dimostrati efficaci nel trattare alcune rare malattie del sangue e dei reni, ma poiché si tratta di malattie rare – e poiché questi farmaci sono molto costosi – sono uno strumento ancora poco noto anche all’interno della comunità medico-scientifica. “Ma quando è diventato chiaro che l’infiammazione fuori controllo è una componente importante dei casi gravi di Covid, le persone che conoscono questi farmaci – aziende, dottori e ricercatori – hanno subito avanzato la necessità di sperimentare gli inibitori del complemento”, prosegue The Conversation.

Fino a questo momento, l’efficacia dei farmaci inibitori è stata studiata solo su piccoli gruppi di persone e non ci sono di conseguenza prove certe della loro efficacia. È però stato notato che il blocco dell’azione del complemento ha ridotto l’infiammazione rapidamente e portato a miglioramenti rapidi e persistenti della respirazione dei pazienti. Al momento, quindi, la priorità è quella di condurre studi più ampi e approfonditi, una dozzina dei quali sono già partiti.

Ci sono però anche dei rischi. Il sistema del complemento è infatti un elemento importantissimo della nostra difesa contro i batteri: bloccare la sua azione rischia quindi di provocare nuove infezioni. Ma dal momento che questi farmaci vengono usati, seppure raramente, ormai da parecchio tempo, è anche noto come questi pericoli vadano gestiti. In particolare, per ridurre i rischi è sufficiente affrontare una terapia antibiotica contemporaneamente al trattamento dei farmaci inibitori del complemento; soprattutto dal momento che sono sufficienti poche settimane perché i farmaci inibitori – tra cui uno dei più promettenti è ravulizumab – facciano effetto sui pazienti di Covid.

Un altro problema è rappresentato dal costo, una singola dose proprio di ravulizumab costa circa 5.400 euro. Poiché l'azione è però di lungo termine (almeno un mese nel caso del ravulizumab), una o due dosi potrebbero essere sufficienti per portare alla guarigione i pazienti che hanno bisogno di questo trattamento. Un ultimo aspetto è relativo all’efficacia di questi farmaci, che – qualora confermata – contrasterebbe comunque solo i casi gravi di Covid, in cui, come detto, la risposta immunitaria del nostro sistema è andata fuori controllo. Per trattare i casi lievi, invece, rischierebbe di essere addirittura dannosa, andando a incrementare il pericolo d’infezione.

Si tratterebbe in ogni caso di una nuova arma per contrastare il virus e per contribuire alla guarigione delle oltre 100mila persone che al momento, in tutto il mondo, si trovano in terapia intensiva (e anche tutte quelle che stanno comunque affrontando una forma grave di Covid). Gli studi sono in corso, non resta che attendere per sapere se – oltre al fatidico vaccino – avremo al nostro arco un’altra fondamentale freccia per combattere il Covid-19.