La guida di Esquire al tradimento

Di Stefano Piri, Illustrazioni di Anna Parini
·15 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy Anna Parini
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From Esquire

«La cosa strana è che quando V. mi ha cacciato di casa non riuscivo a credere che stesse succedendo davvero. Un po’ è perché sembrava tipo una scena da film: ha anche lanciato delle cose mie fuori dalla finestra, solo che prima sbirciava che di sotto non ci fosse nessuno e quindi in realtà era una cosa anche un po’ ridicola. Vabbè. Non è solo per questo, c’è anche qualcos’altro. Mi sembrava… non so, non voglio dire ingiusto perché non sono mica pazzo, aveva scoperto che mi vedevo con un’altra da quasi un anno, sapevo benissimo di essermela cercata, di essere dalla parte del torto, diciamo. Però sì, se devo dirti la verità in quel momento ero arrabbiato io con lei, mi sembrava di subire un’ingiustizia».

Luca, che non si chiama Luca e ha raccontato la sua storia a Esquire in confidenza e a condizione del più stretto anonimato – oltre che dietro compenso di due spritz a orario da giocatori di videopoker, consumati in un esercizio adeguatamente sordido – in effetti come proveremo a chiarire in seguito non è pazzo, né le sue considerazioni a proposito del tradimento sono le più spiazzanti o potenzialmente offensive in cui ci imbatteremo. Farsi raccontare dalle persone i tradimenti consumati e subiti dopo un po’ comincia a somigliare a farsi raccontare i sogni: si accede a un luogo intimo e palesemente inattendibile della loro memoria, che però nelle sue incongruenze ha qualcosa di universale.

Come si tradisce oggi? Sono cambiate le cose rispetto a qualche decennio fa? Lo abbiamo chiesto a Enzo, investigatore privato di 56 anni di cui quasi 30 trascorsi tra pedinamenti e poste collaborando con alcuni degli studi legali più importanti d’Italia. «Adesso è cambiato tutto», ci ha detto subito, «è tutta tecnologia e infatti io mi sto allontanando, perché a me la tecnologia non piace». Un incipit vagamente alla Marlowe che ci ha subito conquistati. «Mi sono capitati questi sposini, lui ci ha chiesto di seguire la moglie perché aveva dei dubbi su di lei. È saltato fuori che lei si vendeva su Internet, sulle chat. Non per bisogno eh, per chissà quali motivi suoi. Erano sposati da nemmeno sei mesi». Quali sono gli orari e i luoghi preferiti dai fedifraghi? «Per la classe media tutto ruota intorno al lavoro, anche il tradimento. In pausa pranzo ci si vede in un motel. O magari velocemente dopo il lavoro, con la scusa dell’aperitivo coi colleghi. O anche al mattino presto. Gli amanti non si vedono mica solo per fare sesso, fanno colazione insieme, parlano. Per i ricchi invece non ci sono luoghi e non ci sono orari. C’è l’autista, lo staff, tutti collaborano, è una specie di coreografia. Alcuni riescono a farsi una settimana di vacanza con l’amante senza che la moglie si insospettisca».

Per uno che frequenta quotidianamente il disincanto, Enzo ha una sorprendente propensione per le storie (all’incirca) a lieto fine: «Un uomo importante, ricchissimo, una volta mi fece seguire per un po’ la moglie, che in effetti un pomeriggio andò a letto con un altro personaggio altrettanto noto e potente. Ma il marito lo sapeva già, in realtà, sapeva che lei aveva bisogno di concedersi una scappatella del genere ogni due anni circa, voleva solo la conferma. Mi disse che per lui non era un problema, che lei se lo meritava, che era una moglie e una madre meravigliosa e che per lui aveva fatto sacrifici enormi. Era quasi commosso». O ancora: «Una sola volta, diversi anni fa, mi è capitato che un marito beccato con l’amante abbia affrontato la moglie e le abbia proposto di andare a Parigi tutti e tre per un congresso. L’ultima volta che ho avuto loro notizie, circa un anno fa, vivevano ancora felicemente tutti e tre insieme».

Quali sono i comportamenti di un traditore furbo, che non si fa beccare, e invece gli errori più comuni? «La verità è che molti tradimenti passano inosservati, e quasi tutti la passerebbero liscia se non perdessero la testa. Gli uomini in particolare commettono errori davvero incredibili. Diventano fanatici della palestra da un giorno all’altro, tornano a casa con addosso il profumo dell’amante, sembra assurdo ma dimenticano davvero in giro per casa o in macchina i regali per l’altra: la moglie li trova e nel migliore dei casi pensa che siano per lei. Nel peggiore, invece, game over. Si dice che le corna le ha solo chi vuole averle, ma è abbastanza vero anche che viene beccato solo chi vuole farsi beccare».

Il tema è talmente intrecciato con l’umana tendenza a mentire – a sé stessi prima ancora che agli altri – che resiste in sostanza agli strumenti della statistica: in Italia la forbice tra diverse ricerche sulla percentuale di traditori è ampia, dal 50 per cento circa a oltre il 65, e negli Stati Uniti è addirittura invalidante, dal 35 a oltre il 70 per cento. Alcune ricerche sostengono che le donne italiane tradiscano persino più degli uomini (64 per cento contro 52 per cento), mentre la maggior parte fotografa una situazione più vicina all’immaginario tradizionale, dove gli uomini che dichiarano di aver tradito sono più della metà della popolazione totale, mentre le donne circa un terzo.

Gli esperti del resto concordano sul fatto che sulla veridicità di queste indagini, che si basano su risposte spontanee che naturalmente nessuno ha modo di verificare, gravino ancora oggi opposti condizionamenti di genere: come nelle commediole scosciate, gli uomini – perfino in forma anonima – tendono a ingigantire il bilancio di conquiste e scappatelle, e le donne a minimizzare. Tutte o quasi le ricerche concordano però sul fatto che – non solo in Italia ma nei Paesi occidentali in generale – lo squilibrio tra i generi sia in netta diminuzione e il tradimento femminile in vertiginoso aumento negli ultimi decenni, ma anche in questo caso è probabile che le donne siano semplicemente più disposte di quanto non lo fossero negli anni Sessanta ad ammettere con un intervistatore sconosciuto di aver tradito il partner. Non dappertutto, purtroppo: in diversi Paesi l’adulterio è ancora un reato, e in nove di essi è tutt’oggi punito con la morte, teoricamente senza differenza di genere ma nei fatti quasi esclusivamente a carico delle donne. La questione, insomma, non è indifferente alla prospettiva di genere.

In un saggio tradotto in Italia nella raccolta Trick Mirror, la critica del New Yorker Jia Tolentino osserva come gran parte del canone letterario sul tradimento abbia protagoniste femminili, semplicemente perché la letteratura rispecchiava le conseguenze tragiche del tradimento femminile nelle società che la producevano. Emma Bovary è una provinciale sciocca e volubile, Anna Karenina la musa intelligente e magnetica dell’alta società moscovita, la prima tradisce per noia e la seconda per amore, eppure entrambe per conseguenza perdono prima l’identità e poi la vita: Emma mangia l’arsenico, Anna si getta sotto un treno.

Le condizioni materiali di oggi in occidente non sono ovviamente in nessun modo paragonabili a quelle che ispiravano Tolstoj e Flaubert nelle prima metà dell’Ottocento, ma Tolentino, una millennial nata in Canada nel 1988, osserva che questi modelli hanno ancora un’influenza decisiva nell’educazione sentimentale delle ragazze. Se le donne sono meno a loro agio degli uomini nel confessare pubblicamente l’infedeltà non è probabilmente per vergogna: il tradimento femminile è romanticizzato quanto quello maschile, ma all’interno di una parabola che si concludeva col castigo.

Photo credit: Courtesy Anna Parini
Photo credit: Courtesy Anna Parini

La questione è ancora più complessa per quanto riguarda il mondo LGBTQI*: la rivendicazione di affettività e sessualità libere è centrale nella storia del movimento per i diritti, ma quello della promiscuità nel mondo gay è anche un luogo comune spesso utilizzato con finalità nel migliore dei casi caricaturali, nel peggiore discriminatorie. Le statistiche indicano che nelle coppie omosessuali la percentuale di traditori è semmai lievemente più bassa che in quelle etero, ma una ricerca pubblicata nel 2017 sulla rivista PLOS ONE dimostra che le persone più convinte dello stereotipo della promiscuità sono le stesse che tendenzialmente si oppongono a diritti civili e riconoscimento delle unioni omosessuali.

Ma anche all’interno della stessa comunità LGBTQI* la questione è stata negli anni oggetto di divergenze aspre. Lo scrittore Larry Kramer, scomparso pochi mesi fa, figura fondamentale del movimento per i diritti civili a New York e in particolare per la sensibilizzazione sulla nascente crisi dell’HIV all’inizio degli anni Ottanta, poco prima aveva dato alle stampe un romanzo, Faggots, nel quale rivendicava aggressivamente il proprio orientamento monogamo e criticava in modo altrettanto violento lo stile di vita dei suoi amici: «Ogni coppia che conosco è fissata con l’amicizia e fissata con scopare con chiunque tranne che uno con l’altro, e in qualunque momento un ostacolo intervenga nella loro relazione a ostruire in maniera infinitesimale il loro campo visivo, scappano come ragazzini petulanti a succhiarlo a qualcun altro invece di provare a sistemare le cose, invece di provare a non nascondersi». Kramer venne stroncato e accusato di essere un bigotto che voleva convincere gli altri omosessuali a odiare se stessi quanto lui evidentemente si odiava; Faggots venne ritirato dall’unica libreria gay del Greenwich Village, ma finì per vendere oltre un milione di copie.

Stabilito dunque che i numeri possono guidarci solo fino a un certo punto, proviamo con le immagini: qual è la prima cosa che vi viene in mente pensando al tradimento? Il telefono del vostro partner appoggiato sempre a faccia in giù? La luce boreale di una notifica Facebook alle tre del mattino? Bill Clinton niveo e ascetico come chi ha dormito diverse notti sul divano che dice alla telecamera «I did not have sexual relations with that woman, Mrs. Lewinski», senza sbattere le palpebre per troppi secondi? La varietà delle risposte possibili illustra bene come il tradimento non sia soltanto un fenomeno relazionale o sessuale, ma anche sociale, culturale, politico, religioso e soprattutto economico.

Ne sanno qualcosa avvocati divorzisti, investigatori privati, terapeuti, ex ministri, sviluppatori di app di incontri e anche antropologi, che ci ricordano come quella del tradimento non sia una categoria naturale ma culturale, ovvero creata dagli uomini in un momento ben preciso della storia della specie: quello in cui si è affermata la famiglia nucleare monogamica, e di conseguenza si è stabilito che alcuni rapporti sessuali consensuali fossero leciti e altri no. Più o meno 10mila anni fa, quindi, quando le società di cacciatori-raccoglitori hanno scoperto l’agricoltura e dunque hanno inventato un’altra astrazione destinata a causare parecchi mal di pancia: la proprietà. La trasmissione ereditaria delle terre richiedeva la certezza dell’identità della prole, e questa a quanto pare è la ben poco romantica ragione per cui ancora oggi molti di noi dedicano una buona parte delle proprie migliori energie a cercare l’anima gemella, un’auto familiare e un trilocale spazioso. Forse è per via di questo legame archetipico con la monogamia, e del suo valore fondante e monetizzabile per la nostra organizzazione sociale, che il buon vecchio tradimento è ancora oggi uno dei pochi comportamenti affettivi e sessuali che percepiamo come realmente trasgressivi.

Esther Perel è una psicoterapeuta di coppia e della famiglia, nata in Belgio ma che vive e lavora da due decenni a New York, e il suo ultimo bestseller, Così fan tutti (non c’era modo di rendere in italiano il più ingegnoso titolo originale The State of Affairs), è un tentativo di descrivere prassi e psicologia del tradimento senza giudizi o condanne. Secondo un sondaggio Gallup del 2013 riportato dal New York Times, infatti, il tradimento è il comportamento che gli americani detestano di più sul piano morale: più della poligamia, più del divorzio, più della clonazione umana, più del suicidio. Gli sceneggiatori di serie tivù come Breaking Bad o Ozark risolvono il problema di mantenere fondamentalmente likeable personaggi che commettono le peggiori nefandezze rappresentandoli come mariti fedeli. Sanno che il pubblico a certe condizioni è disposto a simpatizzare con un uomo che cucina metanfetamine destinate ai ragazzini o ricicla milioni per i cartelli messicani, ma non con un padre di famiglia che tradisce la moglie. Come osserva Perel, il tradimento è talmente esecrato che è l’unico peccato a cui sono dedicati ben due dei dieci comandamenti: uno per condannare l’atto, l’altro il pensiero. A proposito: dove comincia il tradimento? Perel ha curato coppie solidissime entrate in crisi semplicemente per colpa di uno scambio di mail un po’ troppo insistito tra uno dei partner e una terza persona, e all’estremo opposto racconta di una donna che si è rivolta a lei perché la sua compagna rifiutava di smettere di andare a letto con il proprio ex fidanzato, sostenendo che i rapporti eterosessuali non potessero essere ritenuti fedifraghi in una coppia lesbica.

Mattia, 29 anni, racconta a Esquire di non riuscire a perdonarsi una nottata trascorsa in spiaggia a parlare – e nulla più – con una ragazza diversa dalla sua compagna, più di un anno fa. Sebbene il suo comportamento materiale sia stato impeccabile (quando la sua nuova amica ha comprensibilmente equivocato la situazione, lui l’ha respinta), Mattia ricorda di aver desiderato di tradire la propria compagna per tutta la notte. Raccontarle di quella nottata è quindi per lui impensabile, perché un resoconto sincero la ferirebbe quanto un tradimento consumato e probabilmente, secondo Mattia, metterebbe in crisi la relazione.

Non è stato semplicissimo invece contattare Edoardo (35 anni) e Ginevra (24) per intervistarli: fanno coppia fissa da più di un anno ma da qualche mese hanno deciso di cancellare contemporaneamente tutti gli account social, dopo essersi resi conto che per entrambi era semplicemente impossibile stare su Facebook e su Instagram senza scivolare in situazioni compromettenti. «Del resto i social esistono per quello, no?», chiosano scambiandosi uno sguardo d’intesa idilliaco e assolutamente sinistro. Il libro di Esther Perel – in realtà una specie di guru del self-help, portata ad alcune semplificazioni che fanno inorridire i suoi colleghi più composti – ha senz’altro il merito di soffermarsi sul fatto che questi affilati triangoli producono (parecchia) sofferenza non soltanto nell’angolo acuto di chi viene tradito.

Il traditore stesso non sempre si conforma a un’immagine di spregiudicata indifferenza verso il dolore altrui; più spesso è una figura tragica, proprio nel senso della tragedia greca, ovvero incapace di leggere il senso delle proprie azioni finché quelle azioni non diventano un destino. Mentre l’amante, soprattutto nelle relazioni di una certa durata, si misura con la sensazione di essere un personaggio secondario nella propria stessa vita, sensazione che può essere liberatoria ma anche terribile. Per tutte e tre le parti non c’è in gioco soltanto l’orgoglio, la concupiscenza o la posizione in una gerarchia riproduttiva, ma la paura primitiva della solitudine e dell’abbandono (il sesso è la parolina esoterica con cui la nostra cultura spesso spiega i comportamenti che dipendono da un vero tabù, la paura della solitudine).

Ma allora, perché gli uomini tradiscono? Qualche anno fa uno scrittore anonimo su Esquire USA dava la sua personale risposta in un articolo/confessione intitolato proprio così, Perché gli uomini tradiscono: «Perché è una specie di test, e gli uomini hanno bisogno di test (...) Mette alla prova i miei limiti e la mia tolleranza al rischio. Non è solo piacevole. Crea uno strato di segretezza che richiede la mia cura costante». E poi addirittura: «Sono più focalizzato [dei mariti fedeli]. Più forte, più adeguato a ciò che è vicino a me – la mia famiglia, mia moglie, il mio lavoro. In qualche modo, è perché non mi faccio problemi a tradire». Se vi pare un modo un tantino autoindulgente di metterla giù avete ragione, ma le storie che ci raccontiamo su noi stessi sono quasi sempre autoindulgenti, e sono quelle che ci permettono di funzionare. Per molti, naturalmente, la ragione del tradimento è l’adrenalina, la novità: camminare scalzi nell’appartamento di qualcun altro, tornare a trafficare coi gancetti di un reggiseno invece di passare le dita sulla forma familiare delle vertebre della schiena di una donna già in pigiama.

Una spiegazione più sottile arriva da Luca, con cui abbiamo aperto questo articolo, riguardo alla seduzione di una relazione dalla quale, ammette lui stesso, sapeva benissimo di “non avere niente da guadagnare”. E, per di più, con una donna che in realtà non era preferibile alla sua compagna “praticamente da nessun punto di vista”. La relazione adultera, questo è il punto, è meno reale di quella ufficiale, perché mancano amici comuni, presentazioni ai genitori, eventi sociali, viaggi, storie di Instagram e in pratica qualsiasi appiglio materiale che confermi la realtà della relazione rispetto al mondo esterno. Ma per lo stesso motivo la relazione è più autentica, nel senso di incontaminata: non c’è altro che la relazione stessa, nessun altro attore che i suoi protagonisti, nessuna infiltrazione ad alterarne in positivo o in negativo la temperatura (De André cantava «l’amore ha l’amore come solo argomento», raccontando in Dolcenera un amplesso adulterino che non si lascia spegnere nemmeno dall’alluvione), niente tempi morti. Sta alla relazione ufficiale, si direbbe, più o meno come un film sta alla vita reale: voi dove preferireste vivere?

A Luca forse serviva essere scoperto per rispondere a questa domanda, o forse per inventarsi una storia che desse un senso a quello che era successo: «Certo, in quel momento ero arrabbiato io con lei, mi sembrava di subire un’ingiustizia. E credo di avere capito perché. Ero deluso dal fatto che lei fosse sorpresa, deluso dal fatto che non avesse capito prima. Non riuscivo a credere che la mia compagna non si fosse accorta di nulla, che non si fosse accorta di qualcosa che era sempre più importante nella mia vita da quasi un anno: un’altra storia d’amore».

Quel traditore seriale di Albert Einstein (la seconda moglie Elsa, estenuata dalle continue e malcelate scappatelle del geniale consorte, scrisse di lui: «Ciò che la natura eccentricamente dona, altrettanto eccentricamente sottrae»), diceva che la follia è ripetere lo stesso comportamento aspettandosi risultati diversi. Una definizione che si presta piuttosto bene anche al tradimento, e malcapitatamente pure alla speranza. Eccola allora, la fregatura.

Questo articolo compare anche nel numero 11 di Esquire Italia in edicola. Un numero dedicato al concetto di tempo in tutte le sue sfaccettature: dall'idea di futuro all'urgenza del presente, dalla celebrazione del passato al tempo misurabile di un orologio da collezione.