La lotta Yanomami di Claudia Andujar, dal cuore della foresta amazzonica alla Triennale Milano

Di Simona Marani
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Photo credit: Pellicola a infrarossi. Catrimani, Roraima, 1972-76 © Claudia Andujar/Mostra Claudia Andujar, La Lotta Yanomami/Fondazione Cartier per l'arte contemporanea, Parigi
Photo credit: Pellicola a infrarossi. Catrimani, Roraima, 1972-76 © Claudia Andujar/Mostra Claudia Andujar, La Lotta Yanomami/Fondazione Cartier per l'arte contemporanea, Parigi

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Tuffare lo sguardo nelle acque azzurre del fiume Catrimani e attraversare la terra di frontiera della regione amazzonica del Roraima con la pellicola a infrarossi di Claudia Andujar, non rinfresca solo la visione. Avventurarsi nei territori che prendono il nome dal colore verde-azzurro delle sue vette più sacre, con l’obiettivo della fotografa e attivista, spinge a guardare con altri occhi la tutela del territorio che ha ispirato Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle e la sua popolazione indigena più isolata, custode di elementi e legami ancestrali con le origini di tutto. Aiuta a comprendere il valore della lotta Yanomami, in mostra alla Triennale Milano, mentre il pianeta affronta una crisi umanitaria e ambientale di proporzioni catastrofiche, a causa di un corononavirus arrivato anche nel cuore della foresta amazzonica.

L’emergenza pandemica ci rende più ricettivi alla vulnerabilità dei popoli minacciati dalle epidemie. Sterminati dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse della terra, bramante da cercatori d’oro, allevatori e colonizzatori di ogni genere. Ci rende tutti più sensibili alla lotta collettiva che ha salvato la popolazione indigena degli Yanomami all’estinzione, preservando il loro stile di vita in equilibrio con la natura e barlumi di speranza per il futuro del pianeta. Del nostro mondo messo a dura prova dalle conseguenze e responsabilità di uno stile di vita sconsiderato, acuite dalla pandemia e dalla catastrofe sanitaria dell’ennesimo virus zoonotico, originato dalla deforestazione, il commercio di specie animali selvatiche, un uso dissennato delle risorse del pianeta e il barattato della sacralità dell’esistenza con la religione dell’uomo. A toglierci il respiro, dovrebbe essere la consapevolezza che siamo gli artefici di quello che facciamo al mondo, da troppo tempo.

Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: © Claudia Andujar
Photo credit: © Claudia Andujar

La lotta intrapresa dal popolo Yanomami contro nemici potenti, invisibili agli occhi del mondo e delle autorità, sostenuta per oltre quattro decenni dall’impegno creativo e l’attivismo di Claudia Andujar, ricorda a tutti quello che rischiamo di perdere per sempre. Il suo corpo di lavoro, coniugando sperimentazione visiva a immersione antropologica all’attivismo politico, ci riconduce alla dimensione ancestrale di suoni, ombre e legami del mondo perduto nel cuore della foresta amazzonica. Rimasto come 20 milioni di anni fa, nello stato meno conosciuto della confederazione brasiliana dell’estremo nord, al confine con la fitta foresta pluviale di Venezuela e Guyana.

L’utilizzo di pellicola a infrarossi e sperimentazioni tecniche, arrivate a spalmare vaselina sull’obiettivo per ottenere la giusta distorsione dell’immagine, consente a Claudia Andujar di cogliere i chiaroscuri e la visione fluttuante dei rituali del quotidiano che si veste di piume e ricopre di foglie, coltiva e fila la pianta con cui intreccia il cotone delle amache, condivide la connessione spirituale e vive le esperienze schiamaniche per curare la foresta e i suoi figli da ogni male.

Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Anduja
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Anduja
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar

Una suggestiva immersione nell’universo metafisico rappresentato dagli stessi Yanomami (forniti dalla fotografa di carta e colori), in mostra con rari disegni di scene mitologiche, rituali e visioni sciamaniche. Testimonianze rare della loro cultura, condivise insieme ai ritratti di gente ormai morta che, per diffondere la conoscenza della loro causa, gli Yanomami hanno accettato di salvare dalla distruzione, a cui è destinata ogni immagine e traccia di un'individuo dopo la morte, per non provocare dolore ai sopravvissuti e all’anima che ossessionandoli non può levarsi al cielo.

«Era come una madre per me, mi ha spiegato le cose. Non sapevo come combattere contro i politici. È positivo che mi abbia dato un arco e le frecce, non per uccidere i bianchi, ma l’arco e le frecce del discorso: la mia bocca e la mia voce per difendere il mio popolo Yanomami. È molto importante guardare il suo lavoro. Ci sono molte fotografie, molte immagini di Yanomami che sono morti, ma queste fotografie sono importanti per conoscere e rispettare la mia gente », ha dichiarato Davi Kopenawa Yanomami, durante l’inaugurazione dell’esposizione parigina, parlando di Claudia Andujar.

Ogni frammento in mostra con la lotta Yanomami, ricorda la loro identità legata alla sopravvivenza, abbracciata da Claudia Andujar sin dagli anni settanta. Troppo sensibile agli olocausti del vecchio mondo, lei, nata Claudine Haas in Svizzera (1931) con una famiglia ebraica e protestante persa in gran parte con lo Shoah, per non impegnarsi nella salvezza della foresta pluviale, attraversata dall’autostrada transamazzonica costruita dal governo militare brasiliano, agevolando la deforestazione della regione, i progetti di colonizzazione agricola, l’arrivo dei cercatori d’oro e delle epidemie che distruggono intere comunità.

Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar


Un impegno creativo e culturale trasformato in attivismo politico, quando Claudia Andujar fonda la Commissão Pro-Yanomami (CCPY) nel 1978, con il missionario italiano Carlo Zacquini e l’antropologo francese Bruce Albert, dando inizio a una campagna di quasi 15 anni per la delimitazione del territorio Yanomami, insieme al suo sciamano e portavoce Davi Kopenawa.

Il riconoscimento dei confini e diritti territoriali arrivato nel 1992, diventa essenziale per la sopravvivenza fisica e culturale del mondo amerindio, quanto la difesa dai virus esterni della campagna di vaccinazione che dota (marchia) ogni individuo di numeri relativi alla cartella clinicha, qundi di una funzione salvifica rispetto ai numeri tatuati degli ebrei nei campi di concentramento.

Stessa cosa quando rimette mano alle foto dell’archivio con filtri e luci diverse, per il manifesto audiovisivo Genocídio do Yanomami: morte do Brasil [Genocidio degli Yanomami: morte del Brasile] (1989/2018), realizzato in risposta ai decreti sottoscritti nel febbraio 1989 dal governo brasiliano per smembrare il territorio yanomami in diciannove micro-riserve. In mostra anche questo con l’installazione, accompagnata da una colonna sonora composta da Marlui Miranda sulla base di canti yanomami e musica sperimentale.

Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: Collezione dell’artista © Claudia Andujar
Photo credit: © Claudia Andujar
Photo credit: © Claudia Andujar

, 1981-1984, Aracá, Amazonas / Surucucus, Roraima, 1983' expand='' crop='original'][/image]

L’elezione alla presidenza del Brasile di Jair Bolsonaro nel 2018 e la minaccia di rivedere la delimitazione del territorio degli Yanomami, scatenando la nuova ondata di minatori clandestini ed epidemie, insieme alle politiche indifferenti alle sorti delle popolazioni indigene, ha levato le voci più acute dei suoi rappresentanti, trasformando la bellezza e complessità del progetto creativo di Andujar in un manifesto itinerante, pronto ad attraversare i luoghi della cultura del mondo.

La mostra Claudia Andujar: La lotta Yanomami, inaugurata all’Instituto Moreira Salles di San Paolo e Rio, porta la battaglia per la sopravvivenza di questo angolo di Brasile fino a Parigi. Qui la La Fondazione Cartier per l’arte contemporanea che sostiene la causa Yanomami e l’opera di Claudia Andujar da 20 anni, lo espone nella sede in boulevard Raspail e grazie alla collaborazione a lungo termine con la Triennale Milano, nello spazio modulare e flessibile del Palazzo dell’Arte che la ospita. Il viaggio nel 2021 proseguirà, toccando la sede dlla Fondation Mapfre a Barcellona e quella svizzera del Fotomuseum Winterthur.

Photo credit: Andrea Rossetti
Photo credit: Andrea Rossetti
Photo credit: Andrea Rossetti
Photo credit: Andrea Rossetti
Photo credit: Andrea Rossetti
Photo credit: Andrea Rossetti

L'importante della mostra è evidente, quanto il contributo della verve 89enne di Claudia Andujar e dell’impegno creativo per la sopravvivenza dell'ultima grande nazione indigena dell'Amazzonia. Uno degli ultimi popoli in grado di preservare le nostre origini, insieme al segreto per salvare il futuro di tutti, da nemici invisibili ben più temibili di un coronavirus.

How to: Claudia Andujar: La lotta Yanomami, Triennale Milano, tra le mostre del partenariato Triennale Milano – Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi (fino al 5 febbraio 2021, salvo proroghe che seguono il ritmo dell'emergenza sanitaria delle pandemia). Centro fotografico KBr Fundación MAPFRE Barcellona (17 febbraio - 17 maggio 2021), Fotomuseum Winterthur (23 ottobre 2021 - 13 febbraio 2022).

Photo credit: Courtesy l'artista /Fondation Cartier pour l'art contemporain, Parigi
Photo credit: Courtesy l'artista /Fondation Cartier pour l'art contemporain, Parigi