Ode al sublime di Monica Vitti

Di Eleonora Marangoni
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Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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From Harper's BAZAAR

Nell'aprile del 2002, la poetessa canadese Anne Carson (di cui è appena tornato in libreria, per La nave di Teseo, il magnifico Autobiografia del rosso) pubblicò sulla London Review of Books una poesia dal titolo Ode al Sublime di Monica Vitti. Il testo era ispirato a Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, citava Kant e paragonava l’attrice a un'incarnazione del concetto filosofico del sublime, definendola un composto di “dolore, piacere, grazia e deformità”. Nei versi della Carson, una tormentata Giuliana si muoveva algida e inquieta, persa nella sua irragiungibilità: “Io voglio ogni cosa”, ripeteva la donna, che era appena uscita da una clinica “per persone che vogliono tutto” e non sapeva cosa mettere in valigia, cosa vendere nel suo negozio, cosa fare con i suoi occhi, come smettere di avere paura.

Photo credit: Archivio Cameraphoto Epoche - Getty Images
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Qualche mese dopo, il 6 giugno, la London Review of Books pubblicò la lettera di un abbonato. Si chiamava Pete Hutton, era un professore di lettere in pensione e da qualche tempo si era trasferito a Bulawayo, in Zimbabwe. Nella sua lettera, il signor Hutton diceva di amare Monica Vitti fin da ragazzo; era rimasto folgorato dal personaggio di Claudia ne L’avventura, e quando si era accorto che Anne Carson aveva dedicato una poesia all’attrice si era precipitato a leggerla. Confessava però di essere rimasto perplesso: sapeva bene che la Carson era una delle più grandi scrittrici e poetesse viventi, ma a lui quell’Ode al Sublime di Monica Vitti proprio non riusciva a capirla. Era indubbiamente una bella poesia, precisava, ma con l’attrice de L’avventura non aveva nulla a che vedere. L’aveva letta e riletta un sacco di volte, spiegava, aveva chiesto aiuto a sua moglie, che anche lei era poetessa come la Carson, e talvolta scriveva versi “oscuri”, ma niente: Monica Vitti, lui, lì dentro non l’aveva proprio trovata: “In effetti ho perseguitato mia moglie e le ho urlato alcune parole impubblicabili (…) Lei mi ha risposto di controllare il mio linguaggio e di buttare quel numero della London Review of Books nel cestino. In caso si pensi che sono un pigmeo letterario dovrei menzionare che ho studiato letteratura ad alto livello specialistico e l’ho insegnata per vent’anni (…) D’altro canto, dovrei menzionare che ora abito in Zimbabwe (o ci provo), dove i nostri cervelli sono stati recentemente oggetto di maltrattamenti”. “Sono disposto a essere umiliato”, concludeva Hutton nell'ultima riga della sua lettera, “ma potrebbe Anne Carson o chiunque altro – persino Monica Vitti – per favore spiegare Ode al Sublime di Monica Vitti?”.

Photo credit: Susan Wood/Getty Images - Getty Images
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Una ventina di giorni dopo, la Carson rispose, con parole lapidarie e puntuali al tempo stesso: scrisse a Pete Hutton che il suo testo era un omaggio a Monica Vitti, alla teoria kantiana del tutto e a Edmund Burke, filosofo irlandese che l’attrice “aveva sicuramente studiato per prepararsi al ruolo di Giuliana”. Dubito che, leggendo la risposta della Carson, il professor Hutton abbia potuto ritenersi soddisfatto. Entrambi adoravano Monica Vitti, in qualche modo la idolatravano, nel senso letterale del termine, ovvero la riassumevano in un’immagine - eidolon - che per loro più di ogni altra la rappresentava. Lo facevano per ragioni – e per immagini – diverse e in qualche modo inconciliabili.

Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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Per Anne Carson l’essenza della Vitti era qualcosa di etereo, aereo, legato a pensieri, concetti, sguardi sul mondo. Per Hutton, invece, il suo fascino era una questione tangibile, una figura viva e vitale, terrena, legata al corpo, ai gesti e al respiro. Entrambi avevano ragione: Monica Vitti è stata così tante cose (e così tante donne) che ognuno in lei può scorgere una cosa diversa. Oltre trentacinque anni di cinema, teatro e tv, più di cinquanta film (uno solo da regista, Scandalo segreto, del 1990, che è anche l’ultimo in cui compare come attrice): la sua carriera è un prisma inesauribile, talmente sfaccettato che non può essere guardato mai in un colpo solo, ma solo osservato un po’ per volta, da un’angolazione precisa ma per forza di cose parziale. Col risultato che, spesso, ognuno ha la sua Vitti in testa, e fatica a riconoscere le altre, o perlomeno a prenderle sul serio. Nostalgica o spensierata, algida o verace, comica o tormentata. Gli aggettivi per definirla in effetti sono tutti validi: perché Monica Vitti è stata tutte queste cose. Non si è mai cristallizzata in un ruolo, ma ha speso il suo talento per andare sempre oltre, per trasformarsi in qualcos’altro o in qualcun’altra, senza mai accomodarsi sul trono né cercare riparo.

Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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Questo non significa certo che non avesse personalità (come invece molti insinuarono all’epoca, quando la videro passare dal cinema di Antonioni alla commedia), ma che si è prestata così tanto ai ruoli che ha interpretato, ha creduto così tanto ai travestimenti e ai miracoli del cinema da aver donato tutta se stessa alle storie che raccontava, che erano storie di donne disparate, lontanissime tra loro. Se Assunta Patanè de La ragazza con la pistola incontrasse Valentina Gherardini de La notte, le due probabilmente si detesterebbero. Raffaella di Amore mio aiutami guarderebbe forse dall'alto in basso Teresa la ladra; Modesty Blaise e Giuliana di Ti ho sposato per allegria magari farebbero amicizia, poi litigherebbero furiosamente e non si rivolgerebbero più la parola. Sono tutte prime donne, a modo loro, irriducibili nella loro unicità (e spesso nella loro solitudine).

Scrivere E siccome lei è stata per me l'occasione di osservarle una a una; di studiare Monica Vitti attraverso i suoi personaggi, il tentativo di catalogare ogni sua faccia, ogni sua versione, ogni suo gesto; un modo di provare a raccontare la sua grandezza, l’ambizione e il coraggio, di custodirne in qualche modo l'essenza. E semplicemente, più di ogni altra cosa, di passare un altro po’ di tempo in sua compagnia.