La mia vita con l'ADHD. Storia di una "diversità" difficile da riconoscere e chiamare per nome

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Photo credit: Larry Washburn - Getty Images
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La mia carriera scolastica è iniziata in una scuola elementare milanese, con un vestito a fiori e un cerchietto per capelli, nel 1990. È finita nel 2009, sul prato brillante di un’università inglese, con un mantello in affitto e una pomposa cerimonia di laurea. In questi quasi vent’anni di scuola, io non ho mai seguito una lezione. Pensavo che stare attenti in classe, tenersi in pari con lo studio di settimana in settimana, finire i compiti e poi poter uscire e divertirsi, che tutto questo fosse una specie di leggenda metropolitana, e che nessuno ci riuscisse davvero. Credevo che quello che facevo io –iniziare a studiare solo dopo ore di procrastinazione, ore che non riuscivo a rintracciare, che semplicemente sparivano nel gorgo dei miei pomeriggi liceali; dissociarmi da quello che avveniva in classe (il mio “periodo di ibernazione”); fare tutto sotto minaccia della scadenza, o in episodi non controllabili di concentrazione intensa (il cosiddetto hyperfocus) – credevo che quello che facevo io lo facessero anche gli altri, o meglio, che la mia fosse una scelta. Dettata da mancanza di volontà, di etica del lavoro, ma comunque una scelta: che avrei potuto fare diversamente, se solo avessi voluto.

Era una scelta anche cercare “scorciatoie”: barare, ingannare, copiare, mentire sono diventate molto presto parte della mia identità scolastica, e poi lavorativa. Quando lavoravo in ufficio– un periodo che mi ha portato rapidamente al burn out – mentivo continuamente: su quello che sapevo, quello che sapevo fare, quello che avrei fatto. Eppure in qualche modo raggiungevo i risultati che mi venivano richiesti, e anche di più: sono brava a lavorare sotto pressione, ma sono anche perfezionista. Le aziende, i clienti, i committenti la amano questa cosa, che sai lavorare sotto pressione. Ti scaricano delle scadenze di due giorni, delle cose da fare asap, dei "ce la fai per lunedì", e tu in qualche modo ce la fai sempre. Farlo per lunedì, per me, è molto più facile che farlo per dicembre, fra tre mesi.

La pressione nasce dall’incapacità di iniziare, e l’ansia che ne deriva è “funzionale” a farti iniziare: me l’ha spiegato la dottoressa Vera Steiner, la psichiatra che, non molto tempo fa, mi ha finalmente diagnosticato l’Adhd, ma soprattutto il primo medico che sapeva come mi sentivo, e sapeva tradurlo in un sistema generale, di “neurotipo”. La prima dopo molti giri a vuoto, anche tra luminari e illustri professori, perché l’Adhd dell’adulto è una di quelle cose che cadono fra le crepe del sistema sanitario.

Gli stimoli – mi ha spiegato Steiner mentre io ero incredula che qualcuno mi riportasse così bene fatiche solo mie – sono quelli che mi permettono di fare collegamenti creativi fra le cose. Ma vanno selezionati, e per farlo uso le mie riserve energetiche. L’Adhd per me è qualcosa per cui l’incapacità di concentrarsi e l’iperattività rappresentano solo la punta dell’iceberg. Ma sono le caratteristiche più ingombranti ed evidenti all’occhio esterno, e forse per questo il mio modo di stare al mondo ha preso questo nome: Attention deficit and hyperactivity disorder. Sono passata sotto il radar di maestre disattente, ho attirato le simpatie delle professoresse più fuori dagli schemi. Ammettere di essere diversa, da piccola, avrebbe significato essere “meno di”. Non avevo disturbi di apprendimento, e non pensavo di essere “stupida”, ma ho sempre sentito la fatica, una fatica corrosiva. Ammettere di fare più fatica avrebbe significato, ai miei tempi, entrare nella terra degli insegnanti di sostegno, quell’unico territorio in cui si mettevano i bambini difettosi senza mai capirli. Così sentivo a sette, otto anni, e su questo ho basato la mia identità: arrivare allo stesso livello degli altri, con metodi diversi. I miei metodi erano dei brutali whatever it takes, mi esaurivano, mi svuotavano ma, alla fine, funzionavano.

Saltavo due giorni di scuola per studiare il programma di tre mesi per l’interrogazione del giorno dopo. Portavo a casa il tema in classe e falsificavo la firma della professoressa. Andavo in biblioteca e mi calavo in una iperconcentrazione su quell’argomento, vortici di ricerca che mi portavano ai microfilm di giornali di 20 anni prima, ai dizionari filosofici, a collegamenti in apparenza assurdi, eppure legati da un filo rosso che prima conoscevo solo io, che non perdevo mai, e che alla fine teneva assieme tutto. Il lavoro che emergeva da questi luminosi periodi di fissazione – non attivabili a comando, ma carburati dall’ansia della scadenza – dava un rattoppo alla mia autostima.

L’Adhd me lo sono diagnosticata da sola, durante la pandemia, anche se tutta la vita ho cercato sostanze stimolanti e pratiche per medicarne i tratti. Non sapevo cos’era o se lo sapevo, era la vaga idea di bambini di otto anni che non stanno seduti e rovesciano i banchi. Ma intuitivamente cercavo psicofarmaci, tutti illegali o super controllati, ammantati da una tremenda connotazione morale (scorciatoie per persone disoneste, sono cose che prendono gli americani, fissati con la performance). Intuitivamente facevo meditazione, molto sport. «È incredibile quello che è riuscita a fare», mi ha ripetuto uno psichiatra come se questo dovesse in qualche modo consolarmi, come se dovessi prendere i miei risultati, metterli su una mensola e ammirarli, date le condizioni di partenza. Steiner è stata l’unica a comprendere la mia tensione verso un potenziale che sapevo di non riuscire mai a esprimere, e che cominciavo a dubitare esistesse.

Cos’è successo durante la pandemia? Mi sono ritrovata alla mia vecchia scrivania, quella in cui facevo i compiti da ragazza, nella casa in cui sono cresciuta. Credo che il luogo abbia avuto un ruolo nel mio fare “click”, insieme alla rottura del mio sistema di gestione che era fatto per prima cosa dello sport (lo stesso sport di Michael Phelps, un forte caso di Adhd infantile, che a 9 anni non riusciva a stare seduto, ma nuotava tre ore al giorno avanti e indietro nella piscina della scuola). Il nuoto, con la sua componente meditativa, l’ingresso in un altro elemento – dove i suoni perdono aggressività, i movimenti sono fluidi e regolari, ma richiedono grande precisione – ha un elemento magico, o almeno lo ha per me, perché mi fa sentire più armonica.

A quella stessa scrivania dove faticavo a fare i compiti, senza coping mechanisms mentre il mondo pensava solo alla vita nuda, alla pandemia e agli ospedali, mi sono ritrovata a misurarmi: lavoravo esattamente 10 minuti ogni ora. Erano i 50 minuti in cui non lavoravo a stremarmi. Ho fatto una ricerca di stimolanti (illegali) e poi mi sono detta: perché? Perché non ho diritto a sapere se c’è qualcosa che posso fare allo scoperto? Instagram, come spesso fa (c’è un articolo del Guardian intitolato How TikTok helped diagnose my Adhd), l’aveva scoperto prima di me, e da settimane mi mostrava post a tema Adhd.

L’incontro con la dottoressa Vera Steiner – psichiatra responsabile del Cps di Bergamo – ha cominciato anche a trasmettermi qualcosa di neurosviluppo, neurotipi e quindi neurodiversità, ovvero del concetto che esistono delle caratteristiche combinate che a seconda del periodo storico, della persona, delle circostanze sono più o meno funzionali. Mi ha confermato che il mio è un modo diverso di funzionare, ma uno dei possibili modi: insieme all’impulsività viene l’intuizione, la creatività, il bisogno di esplorare, l’amore per il nuovo e il diverso. Il coraggio. Insieme alla distrazione viene la reattività, preziosa, quasi vitale in certi contesti.

ADHD - Per saperne di più


L’Adhd (Disturbo da deficit di attenzione e iperattività) è classificato come disturbo del neurosviluppo, si manifesta sempre da bambini, ma – a differenza di quanto si credeva fino a poco tempo fa – si protrae spesso anche nell’età adulta. «Le persone Adhd, oltre
ad avere in media un QI nella norma e spesso un profilo intellettivo alto, spesso presentano tratti di creatività e a volte di genialità», spiega Francesca Sgroi, psicologa e psicoeducatrice. «Ma ci sono anche casi in cui a un disturbo in partenza grave
si associno condizioni difficili e dipendenze». Alcune possibili caratteristiche dell'adulto con Adhd sono: procrastinazione, scarsa motivazione, difficoltà a concentrarsi e a gestire il tempo e il denaro, disorganizzazione, problemi relazionali, problemi di gestione della rabbia, bassa autostima. La diagnosi avviene tramite questionari e una valutazione psichiatrica da parte di uno specialista in Adhd presso un ambulatorio dedicato all’Adh da adulto (lista su www.associazioneaifa.it). La diagnosi è necessaria per l’accesso alla terapia farmacologica, che è erogabile solo tramite il Sistema Sanitario Nazionale. Gli ambulatori, tuttavia, sono 12 in Italia e i tempi di diagnosi sono molto lunghi. La cura farmacologica in altri Paesi prevede per il medico un’ampia scelta di molecole, da tarare su misura sul paziente. Negli Usa e in molti Paesi europei la prima scelta sono i farmaci psicostimolanti: anfetamina/desanfetamina, metilfenidato. Approvata in 8 Paesi europei, ma non in Italia, la lisdexamfetamina. In Italia il metalfenidato si può prescrivere solo ai pazienti che abbiano ricevuto la diagnosi e assunto il farmaco prima dei 18 anni. In tutti gli altri casi la prescrizione è a discrezione del medico, ma a carico del paziente. Una confezione costa circa 6 euro, ma la scarsa accessibilità è dovuta principalmente allo stigma di cui il metilfenidato è ancora oggetto, sebbene non sia un’anfetamina e sia molto efficace. Vengono prescritte altre categorie di farmaci quali l’Atomoxetina, uno psicofarmaco non stimolante.

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