La miseria antropologica dietro all'epiteto "zecca"

Fulvio Abbate

  Siamo caporali o paninari? Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nei giorni scorsi, intrattenendo pubblicamente i suoi amici della Lega, affidandosi a un linguaggio proprio della subcultura che riassume in un unico fascio lessicale la propria miseria immaginativa, ha definito Carola Rackete una “zecca tedesca” (sic). Che sia il residente al Viminale a esprimersi in questi termini rende l’episodio ancora più discutibile, inaccettabile.

    Personalmente, se fossimo nei panni di un’opposizione presente a se stessa, perfino impegnandoci in modo sistematico a setacciare le più abissali fogne del linguaggio degradato, a fatica riusciremmo a raggiungere la stessa miseria antropologica, e perfino interiore, propria di chi usi l’espressione “zecche” per riferirsi all’altro da sé. Tra paninaro, caporale e fascista, appunto. Aggettivi da analfabeti in possesso di una protervia da camera di sicurezza. Tuttavia, cercando di stemperare piccineria e orrore, qualcuno prontamente mi fa però notare che, assodati i limiti culturali palesi di un Salvini, potrebbe appunto trattarsi di “un omaggio alla subcultura anni ’80 della gioventù discotecara divisa tra pariolini e zecche”, così testualmente.

 

 

    L’idea, a suo modo assolutoria, che il ministro, forte soprattutto di un’evidente povertà espressiva, attinga a certo deposito di insulti non è da escludere. Ciononostante, oltre la rassegna dei suoi possibili rimpianti poster in cameretta, resta intatta una questione di stile, di civiltà, per non chiamare in causa il protocollo; così, non per nulla, un istante dopo, un’amica, Caterina, filosofo, da Londra, suggerisce che “se lui non ci arriva, benissimo, ma uno dei suoi scendiletto glielo dovrebbe far notare. Fa il ministro, non il paninaro”.

    Ora, perfino accettando l’idea che Salvini, sul nodo degli sbarchi dei migranti, non sia riuscito ad andare oltre Enzo Braschi, comico poi convertito alla “Sacra Pipa”...

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