La moralità degli animali ci dice qualcosa di essenziale sugli esseri umani

Di Andrea Signorelli
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Photo credit: Photo by Hyunwon Jang on Unsplash
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From Esquire

La scena è la seguente: su una trafficata tangenziale di una città cilena, un cane tenta di attraversare la strada e viene colpito da una macchina. In seguito all’urto, perde conoscenza e giace privo di sensi al suolo, sfiorato da decine di vetture che sopraggiungono senza sosta. Un altro cane, mettendo a rischio la propria vita, si avventura sulla stessa strada e con enorme fatica riesce a trascinare quello che forse è un suo compagno di branco sul ciglio della strada, dove poco dopo intervengono degli umani ad aiutarlo. Vi sfido a guardare senza stupirvi (e senza commuovervi) questo video su YouTube, con la necessaria rassicurazione che il cane urtato dall’auto è sopravvissuto.

Come si può spiegare il comportamento del secondo cane? Perché ha messo a rischio la sua vita per salvare quella di un altro? Se volessimo trarre una rapida conclusione, non potrebbe che essere questa: il cane ha agito in maniera morale, mostrando compassione per il suo compagno e comportandosi di conseguenza, nonostante l’enorme pericolo che ha dovuto affrontare (da notare che non ha, come avviene di solito, trascinato l’altro cane afferrandolo con la bocca per la collottola, ma l’ha più delicatamente – e faticosamente – spostato avvolgendolo con le zampe anteriori).

Non è certo l’unico caso. Elefanti che cercano di sospingere e sorreggere la matriarca del branco per farle proseguire la marcia nonostante la sua evidente difficoltà. Gorilla femmine che salvano bambini malcapitati nella loro gabbia, difendendoli dalla curiosità dei maschi e poi attendendo all’ingresso più vicino l’arrivo dello staff (è avvenuto nello zoo di Brookfield, Illinois, nel 1996). Cavie che rifiutano di conquistare il loro premio in cibo se questo provoca una scossa elettrica agli altri topi, anche a costo di restare a digiuno per 12 giorni (come avvenuto in un esperimento condotto alla Northwestern University di Chicago nel 1964).

Tutti questi esempi, che sono ovviamente solo un piccolo campionario, sembrano dimostrare una cosa sola: gli animali possono agire in maniera morale, mostrando compassione per i propri simili e decidendo in alcuni casi di sacrificare i loro stessi interessi egoistici. Ma c’è un problema: come spiega il docente di Filosofia Mark Rowlands su Aeon, “se c’è una cosa sulla quale la maggior parte dei filosofi e degli scienziati ha sempre concordato è l’eccezionalismo della moralità umana: gli umani, e soltanto gli umani, sono capaci di agire moralmente”.

Se le cose stanno così, diventa però difficile capire che cosa abbia motivato i comportamenti che abbiamo appena descritto. Il problema, forse, è che il nostro giudizio umano, nel valutare le azioni di chi umano non è, viene offuscato da ciò che chiamiamo “antropomorfismo”, la necessità di attribuire qualità umane agli altri animali. Un’abitudine in cui cascano costantemente tutti i padroni di cani (per primo il sottoscritto) quando descrivono i loro compagni in termini eccessivamente umani (può un cane essere “gentile” o “imbarazzato”?).

Non c’è dubbio che alcuni comportamenti animali, ai nostri occhi, sembrino morali. Ma forse la loro vera origine va cercata altrove: secondo Conwy Lloyd Morgan, etologo britannico del XIX secolo, quando vogliamo spiegare il comportamento animale non dobbiamo affidarci a complesse valutazioni morali, ma individuare una spiegazione più semplice. Seguendo questo percorso, si può teorizzare che la gorilla che ha salvato il bimbo di tre anni stesse soltanto rispondendo all’addestramento ricevuto dallo staff dello zoo, che le aveva insegnato alcuni comportamenti materni utilizzando una bambola di pezza (anche se è molto difficile che un gorilla non sappia distinguere una bambola da un bambino vero).

Photo credit: Freder - Getty Images
Photo credit: Freder - Getty Images

Allo stesso modo, le cavie che hanno rifiutato di ottenere il cibo per non provocare scosse ai loro compagni non stavano forse salvaguardando il benessere dei compagni, ma evitando che si producesse un rumore per loro incredibilmente fastidioso. Una tesi confermata dagli esperimenti che hanno dimostrato come i ratti rifiutano di conquistare il cibo se questa azione produce rumori forti.

In entrambi i casi, è possibile che gli animali non stessero agendo in maniera morale, ma rispondendo, nel primo caso, all’addestramento ricevuto e nel secondo a “stimoli avversativi”, come può essere un rumore forte che si vuole evitare. Ma questa teoria non è soddisfacente, perché non esclude la possibilità che gli animali possano agire in maniera morale, né ci consente di spiegare il comportamento del cane randagio che ha salvato il compare in tangenziale.

Quale sarebbe stato lo “stimolo avversativo” in quel caso? Poniamo che siate voi a vedere un cane che soffre in mezzo alla strada e decidiate di soccorrerlo. Perché lo state facendo: perché agite in base a un codice morale esclusivamente umano o perché non potete sopportare il dolore emotivo che vi provoca quella vista (stimolo avversativo)? E se l’animale in questione sta piangendo dal dolore, agite per compassione o perché volete che quei versi strazianti cessino (anche in questo caso, stimolo avversativo)? E soprattutto: c’è davvero tutta questa differenza?

Vuole un aneddoto che il giovane Abramo Lincoln salvò due piccoli di uccello che erano cascati dal nido, arrampicandosi sull’albero per restituirli alla madre. Quando una persona si fermò a congratularsi per la sua bontà d’animo, rispose: “L’ho fatto soltanto perché altrimenti questa notte non sarei riuscito a dormire”. La domanda principale, quindi, è una: quando decidiamo di salvare delle vite, stiamo seguendo un codice morale e intellettuale esclusivamente umano o stiamo rispondendo a impulsi fuori dal nostro controllo?

“Lincoln era certamente avverso alla sofferenza degli uccelli”, prosegue Rowlands. “Ma questa avversione non può essere separata dalla compassione nei loro confronti. Se non lo avesse preoccupato la condizione dei due uccelli, il loro destino non avrebbe turbato il suo sonno. L’avversione di Lincoln e la sua compassione sono, in questo caso, legati inestricabilmente: la compassione è la base stessa dell’avversione”.

Il pericolo è di precipitare in una sorta di “è nato prima l’uovo o la gallina” della moralità: un intreccio che si potrebbe forse sciogliere con l’aiuto delle neuroscienze. In nostro soccorso, invece, arriva l’antropologo olandese Frans de Waal, secondo il quale gli animali sono come minimo capaci di comportamenti proto-morali. La sua teoria si oppone specularmente a quella di Lloyd Morgan. Nella versione di de Waal, infatti, non dobbiamo cercare ogni altra spiegazione plausibile prima di affidarci a quelle morali, ma dobbiamo invece accettare la nostra somiglianza con tutti gli altri animali – in termini evolutivi, genetici, cerebrali e comportamentali – e accogliere le inevitabili conseguenze

“Date queste somiglianze”, scrive sempre Rowlands, “quando vediamo animali che si comportano in modi che ci sembrano simili a come noi ci comportiamo, non dobbiamo dare per scontata una diversità delle motivazioni a meno che non ci siano delle evidenze che la supportino”. Come dire: se un animale sembra comportarsi in modo morale, probabilmente è perché sta seguendo una sua forma di proto-moralità. E questo non è antropomorfismo, ma la semplice accettazione di un fatto: topi, elefanti, cani, gorilla ed esseri umani sono accomunati da più cose di quante li distinguano. “La posizione di Lloyd Morgan sembra avere senso solo se diamo per scontato che ci sia una drastica discontinuità tra gli umani e gli altri animali: un’assunzione che sta diventando sempre più difficile da difendere”, conclude Rowlands.

Il dilemma, a questo punto, si può sintetizzare così: le radici della moralità umana sono nel nostro intelletto o nella nostra biologia? Se è vera la prima, allora ne consegue inevitabilmente che gli altri animali non possono comportarsi moralmente e, quando osserviamo azioni che ci sembrano tali, stiamo antropomorfizzando i loro comportamenti. Se è vera la seconda, significa che anche altri animali possono agire moralmente, fornendo così una semplice spiegazione ad azioni all’apparenza incomprensibili. E forse aiutando l’uomo a riconciliarsi con l’unico regno a cui appartiene veramente: quello animale.