La musica di Emma Nolde è fatta di canzoni per crescere e vedere il mondo (pestandosi i piedi)

Di Anna Zucca
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Photo credit: Aurora Cesari
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From ELLE

Di musica che racconti di viaggi interiori, che dia la giusta importanza alle parole: di questo si parla quando si nomina Toccaterra, uscito il 3 settembre, l'album d'esordio di Emma Nolde, cantautrice che appena ventenne si è ritrovata catapultata dall'universo dei concerti per 15 persone ai giornali di punta italiani, ma mica per caso: con tanta gavetta e talento sfaccettato. Ormai è diventata una cintura nera delle interviste, le dico scherzando, e Emma Nolde conferma, con il suo inconfondibile accento toscano: “Quest’anno ho fatto più dichiarazioni che concerti, speriamo serva” .

La sua è una voce che aveva solo bisogno le venisse concessa più attenzione, infatti appena ha raggiunto le piattaforme di musica in streaming tanti sono impazziti per lei. C'è chi predilige le note di melassa di (male) c'è chi si riconosce nella sensazione di libertà di Berlino, chi pensa con amore e nostalgia alle proprie radici con Ughi. Le mille sfaccettature del carattere di Emma Nolde riescono a comunicare, nel profondo, a tante tipologie di ascoltatori diversi. Toccaterra racconta un cammino, attraverso il quale Emma Nolde è riuscita a comunicare meglio anche con se stessa. "Toccare terra è un percorso, non tanto un atterraggio - spiega - a volte ho avuto la sensazione che questo disco fosse un romanzo programmatico, che avesse la funzione di spiegare quello che faccio. In realtà, ad ascoltarlo ora, mi sembra che dia un’idea di me in modo disinteressato".

In otto tracce Emma Nolde si descrive più amica che amante, curiosa di scoprire il mondo e pronta a lasciarsi andare, ma ancora ferma ad un punto preliminare alla meta. "Come ho scritto da qualche parte" dice spesso lei che dissemina il mondo delle sue parole, e cita Bresson raccontando che anche per lei la scrittura nasce dal bisogno di amare e dallo spiegare in che modo lo si fa. "Voglio vedere il mondo / Pestandoti i piedi" sono le primissime parole di Toccaterra, un inno al viaggio, alla scoperta, al crescere insieme facendosi un po' male, lei sorride: "Mi piaceva che l'album iniziasse in modo spinto”.

E lei sul palco è spintissima, anzi scalmanata, anche se quel termine un po' la mette in imbarazzo: vestita di bianco, luci e ombre la sfinano fino a farla sembrare esile e ultraterrena, poi imbraccia la chitarra, salta e urla con la mano davanti alla bocca imita il grido dei nativi americani, si avvicina a Renato D'Amico (con cui ha prodotto il disco) e insieme passano dal cantautorato, al rap, giocando con la psichedelia. Emma Nolde, che di palchi piccoli e grandi ne calca da quando aveva 14 anni, oggi che ne ha 20 si riconosce per la fame esibirsi in scena, la naturalezza con cui irradia le mille sfumature del suo carattere nella musica.

Photo credit: Aurora Cesari
Photo credit: Aurora Cesari

Toccaterra comincia a prendere forma quando Renato D'Amico, con cui suonavi da qualche anno, sente i pezzi che hai scritto in italiano e si presenta alle 7 di mattina davanti al tuo liceo per buttare giù insieme le idee. Altro momento fondamentale è stato quando siete stati scoperti da Locusta Booking Agency. Com'è andata quella volta?

C’è una storia antecedente a quella della sera in cui sono stata scoperta da Locusta e i protagonisti siamo io, Marco (con cui suonavamo e che adesso sta a Londra) e Renato. Un giorno fui chiamata a fare da giudice per una competizione tra cover band di Beatles e Rolling Stones, in un locale di Empoli che era un po’ approssimativo ma all’epoca era l’unico che faceva le jam session ed era un punto di ritrovo per noi.

Invitai anche Marco e Renato a fare i giudici con me e quella sera non ascoltammo più di due bani della gara perché poi uscimmo, incontrammo altre persone, insomma ci perdemmo. Quando arrivammo alla fine avevamo da compilare questa tabella con tantissimi parametri (una cosa come 20 parametri a brano) tipo performance a livello di timing ecc. e cominciammo a compilarlo a casissimo, ma non facemmo in tempo perché ci chiamarono per dire il risultato, che alla fine sparammo davvero senza pensarci.

Poi finalmente ci chiesero se volevamo suonare e io non aspettavo altro, ci prestarono gli strumenti e facemmo uno dei brani che avevamo già fatto in sala prove. Lì successe che il mio migliore amico ci fece un video che io poi pubblicai su Facebook. Fu quello il video che Leonardo di Locusta vide e che lo spinse poi a venire al bistrot a sentire il concerto in cui ci ha scoperti.

Hai passato molto tempo nella dimensione dei piccoli concerti, dalla Toscana ai palchi di Milano, crescendo man mano ma conservando la stessa foga

Sì, sono più scalmanata sul palco rispetto al disco, ma non è una cosa che sempre mi soddisfa. A riascoltarmi ogni tanto vorrei saper contenere questa foga, è come se dovessi dimostrare sempre qualcosa, ma vorrei scollarmi un po’ da questo, mi piacerebbe esibirmi senza questo tipo di pensiero. Per adesso però è tutto molto adrenalinico perché il live continua ad essere un evento raro (per via delle restrizioni da covid, ndr) o comunque molto importante e non troppo frequente. Rimane la caratteristica di “mi devo godere questo momento” e ciò si trasforma in tanta adrenalina. Sul palco suoniamo tutto, non ci sono basi, non andiamo a clic quindi i nostri brani oscillano rispetto al disco, nel bene e nel male.

A proposito, quando suonate Berlino dal vivo incastrate un finale rappato che non c'è nel disco e in cui dite "Diversi ma uguali generi musicali andrebbero mescolati, uniti, destrutturati"

Il finale di Berlino è cambiato in tantissimi modi, prima lo facevamo più strumentale, più largo, psichedelico. Mi piace che ci siano tanti momenti musicali, non è un’unica onda in una sola direzione, anzi è chiaro quanto sia eterogeneo quello che viene proposto: si passa da un brano tipo ballad cantautorale a uno come Berlino. Potrebbe sembrare sinonimo di incoerenza, ma io sono convinta che la coerenza sia una virtù sopravvalutata, che non siamo fatti per essere coerenti. Mi piace che ci siano così tanti momenti musicali nelle canzoni e questa frase nella parte finale di Berlino è nata per sottolineare l’intenzionalità dietro questa scelta.

Cosa significa per te "toccare terra"?

Il significato parte da una cosa precisa, che affronto nel brano omonimo del disco Toccaterra. Lì parlo di quando ero molto innamorata di una persona e di conseguenza la vedevo molto più in alto di me. Sai, quando ti innamori e con quella persona non è ancora successo niente, hai sempre un po’ la sensazione che la persona sia molto lontana, perché vi dovete ancora conoscere. Ed è una cosa che per me si è protratta per anni (cinque), perché proprio avevo questa attitudine di non parlare, non esprimere quello che provavo. Era una mia condizione personale piuttosto che legata ad un'altra persona.

Toccaterra quindi è un’esortazione sia alla persona a toccare terra, nel senso di venire al mio pari per potere avere coraggio e iniziare a parlare, sia un richiamare me al reale e dirmi: “Ok, va bene, hai questa grandissima sensazione di innamoramento ma cosa c’è poi di concreto se non parli?”. Ho capito che ciò che non è detto purtroppo non esiste, anzi ciò che non è detto non è che non esiste, ma non c’è.

Photo credit: Aurora Cesari
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Su Instagram hai scritto che ti senti più amica che amante e in Toccaterra c'è un brano che parla di amicizia: Nero Ardesia

Questa canzone l'ho scritta per quei pochi amici che facevano parte del piccolo gruppo, che mi sono portata dietro dai 14 anni in poi, quell'età in cui inizi a uscire di casa da sola il sabato sera. Eravamo persone molto riservate che non avevano spesso voglia di fare un gran che o di andare in mezzo alle persone, tendevamo a stare su questo marciapiede (era l’entrata di un ufficio che non esisteva più dove ora hanno costruito una casa) in una via dove non passava assolutamente nessuno e l’unica cosa che facevamo era fumare sigarette e parlare.

E sognavate un posto dove tutto è possibile come Berlino... Questo sentimento d'evasione come si traduce nel video della canzone?

Nella brano parlo di illusioni, perché io a Berlino non ci sono mai stata. Inizialmente dovevamo ricreare la città con effetti speciali ma poi è saltato tutto e abbiamo addirittura avuto il dubbio se girare o meno la clip. A quel punto però ho provato a ragionare: smontiamo questa cosa, andiamo nel posto più brutto che può ricordare Berlino per come la vedo io, cioè non quella vera ma quel posto in cui è partita l'idea di viaggio.

L'ambientazione del video riflette questi castelli mentali che ti fai, perché non hanno niente a che fare con la vera Berlino, con la realtà. Prima di arrivare alla meta, a Berlino, bisogna passare da qui, da una crescita personale che, nel mio caso, significa capire come riuscire a comunicare meglio. Il fatto di girare il video a Santa Croce rispecchia l’ingenuità che c’era dietro a questo sentimento così timido.

Qual è il futuro della tua musica dal vivo in questi tempi strani?

Suonerò a Niente di strano con Carlo Pastore all’Alcatraz di Milano, sarà un evento in streaming. Oltre a questo vorrei tanto registrare in un posto bello un live completo, da mettere in internet. Abbiamo capito che l’emozione rispetto al concerto live è diversa e che gli streaming non potranno mai sostituire gli eventi dal vivo, però ce n'è veramente bisogno per proseguire quello che facevamo. Dobbiamo trovare una soluzione, non per dimostrare qualcosa agli altri, ma proprio per una questione nostra, di persone che fanno questo lavoro. Ormai se c’è qualche problema io provo di tutto per risolverlo.