La nuova era Dr. Martens, gli anfibi dei ribelli contro il sistema, che piacciono anche alla Borsa

Di Giuliana Matarrese
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Photo credit: ullstein bild - Getty Images
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From Marie Claire

Un soldato in licenza dalla Wehrmacht, un punk che frequenta abitualmente la King's Road dove si situava Sex, il negozio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, un parlamentare socialista dal sangue blu: molto più di sei gradi di separazione, sembrerebbero dividerli. E invece, a unirli, ci sono state le Dr. Martens, calzature nate nel 1947 dall'idea di Klaus Maertens, il soldato degli inizi, e poi indossate dagli esponenti di tutte le controculture avvicendatesi in Inghilterra dagli Anni 60. Una valenza eversiva che ha funzionato in maniera bipartisan, visto che, nel Parlamento inglese, le sfoggiava persino Tony Benn, socialista rappresentante di quella hard left (sinistra radicale) che propose – eresia per un Paese nato come Impero – l'abolizione della monarchia in favore di una repubblica socialista. Tutti, a loro modo, rivoluzionari. L'ultimo capitolo della storia degli anfibi Dr Martens è quello della quotazione in Borsa. Si parla del mese prossimo, a Londra, con un'offerta pubblica iniziale (l'IPO) allo studio di un team di banche che assomiglia a certe squadre All Star da sfoggiare nei torne internazionali: Barclays, Goldman Sachs, Hsbc, Merryll Lynch, Morgan Stanley e Rbc Europe. Se il marchio non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali sulle cifre (si parla di un'operazione che valorizzerà la società tra i 3,3 e i 3,7 miliardi di sterline) non è un mistero che il brand, acquisito nel 2013 per 410 milioni di dollari dal gruppo di private equity Permira, anche nell'anno della pandemia non abbia smesso di correre. A negozi chiusi, per via delle misure di lockdown, l'e-commerce ha registrato un +14% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (700 mila prodotti in più), con un aumento dei ricavi online del 74%.

Photo credit: Janette Beckman
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Un ingresso nel Sancta Sanctorum del capitalismo, che forse non si sarebbe aspettato neanche il suo fondatore, Klaus Maertens, soldato della Wehrmacht fresco di laurea in medicina. Infortunatosi sulle piste da sci delle Alpi bavaresi, non sosteneva il fastidio degli scarponi militari che l'esercito tedesco aveva in dotazione, pensando nel frattempo a una calzatura realizzata in una pelle più morbida, e che disponesse di un cuscinetto d'aria per ammortizzare la suola. Un'operazione che sostanzialmente prende forma solo quando il prototipo passa di fronte agli occhi di Herbert Funk, ingegnere meccanico e vecchio compagno di università, che gli propone di avviare una società. Sostenibili ante litteram – la suola era creata con gli scarti di gomma della Luftwaffe, l'aviazione tedesca, mentre la tomaia in stoffa veniva dalle uniformi dismesse dell'esercito – i due creano una calzatura talmente comoda che finisce subito ai piedi dei clienti più improbabili, per una narrazione destinata a entrare nella leggenda: quelli delle casalinghe tedesche, che ne apprezzano la durevolezza. Nate formalmente nel 1947, dieci anni dopo le scarpe sono pronte a superare i confini, con Maertens e Funck alla ricerca di partner. In quel momento entra a far parte della storia dello scarponcino la R.Griggs & Co, società di produzione di calzature con sede a Wollaston, pacifica cittadina del Northamptonshire la cui principale attrazione all'epoca, tra romantiche case in pietra e vialetti alberati, era probabilmente la parrocchia di St. Mary. La terza generazione della compagnia intravede subito il potenziale dei combat boot, e ne acquista il brevetto per diventare licenziatario unico internazionale, apportando però alcune modifiche: il tacco viene arrotondato, si aggiunge la fettuccia posteriore con il marchio Air Wair, e anche la riconoscibile cucitura gialla tra suola e tomaia.

Photo credit: Ted Polhemus
Photo credit: Ted Polhemus

Non da ultimo, si pensa a un nome dalle aspirazioni internazionali, che regali autorevolezza: così sì opta per anglicizzare il nome di Maertens in Martin – che poi, in effetti, era un dottore – e si elide, senza forse dare molte spiegazioni, il meno elegante Funk, per timore di certe blasfeme omonimie anglofone. Forti della loro innegabile qualità, il primo modello degli stivaletti (l'otto buchi Dr Martens 1460) prende il nome dalla data nella quale viene commercializzato, il 1 aprile del 1960, e si colora di rosso ciliegia, finendo subito ai piedi della working class inglese, postini e operai. A renderli desiderabili anche per la "my generation" cantata dagli Who, i giovani Mod che si muovono per le strade di Londra indossano eleganti completi sartoriali, sarà proprio il chitarrista della formazione Pete Townshend, scapestrato simbolo di una nuova leva (anche modaiola) a decretarli come le sue scarpe preferite, dando il via all'emulazione di massa, da parte di tutta la controcultura dei mod prima, e degli skinhead poi. Fratelli minori dei mod, gli skinhead ne apprezzeranno il valore di simbolo della classe operaia, la stessa dalla quale vengono molti di loro, e che gli originali mod hanno tradito, facendosi affascinare dalle sirene statunitensi del movimento hippy e delle psichedelia. E paradossalmente anche chi, negli Anni 70 rappresenta le istituzioni – o quanto meno una loro parte, le adotta. Il pioniere delle Dr. Martens nelle aule delle Camere inglesi, è Tony Benn, nato visconte e sorprendentemente convertitosi alle cause socialiste – tanto da rinunciare al suo titolo e al suo posto nella Camera dei Lord – che, adotterà le calzature nelle sale del potere degli Anni 70, per lo stesso motivo per il quale erano piaciute agli skinhead: perché erano simbolo della working class. Così le scarpe saranno nello stesso tempo, ai piedi di rappresentanti di istanze di sinistra, sostenitori dei diritti dei lavoratori e sindacalisti, e skinhead che invece simpatizzavano per i movimenti di estrema destra. Eversive in maniera bipartisan, sono l'unico punto in comune tra fazioni culturali e politiche che non potrebbero avere posizioni più distanti: l'ironia suprema è negli scontri fisici tra i due gruppi, che la polizia è chiamata a dividere. Tutti con le Dr. Martens, persino gli agenti, che però per indossarle si dovevano tingere di nero le cuciture gialle – proibite dal loro regolamento. La differenza è nei modelli: i militanti di sinistra indossano le 1461, la scarpa a tre buchi lanciata nel 1961 e adottata da postini e operai di dieci anni prima, i poliziotti le classiche 1460, gli skin il 1914, l'anfibio più alto, con 14 buchi.

Photo credit: Jeremy Moeller - Getty Images
Photo credit: Jeremy Moeller - Getty Images

Quasi fosse un cimelio di famiglia, gli skinhead passeranno in eredità l'utilizzo dello stivaletto alle controculture successive a loro affini, i punk, che, a loro volta lo tramanderanno a ska, emo, goth, new wave – se li metterà Morrissey, leader mancuniano degli Smiths, indie ante litteram – sino ad arrivare agli Anni 90, quando il fenomeno esploderà pure in America, ai piedi dei cantori del grunge, i Nirvana, ma anche a quelli di Gwen Stefani, Sinéad O'Connor e PJ Harvey. Un successo che conosce uno stop agli inizi dei duemila, con il tramontare definitivo di tutte le controculture giovanili che le avevano elevate a simbolo, tramutando un paio di scarpe in un vessillo di ribellione a qualunque tentativo di autoritarismo. Le aziende inglesi vengono chiuse, la produzione viene esternalizzata nella lontana Cina, fin quando, nei primi anni dieci, tra co-lab azzeccate (moltissime, non tutte commercializzate in Italia, tra le quali quelle con Stussy, Jean-Paul Gaultier, Yohji Yamamoto e Swarovski) il futuro comincia a sembrare di nuovo roseo. A metterci su il carico da 90, in Inghilterra, è il film This is England, indie movie che diviene subito un culto cinematografico e vestimentario per una nuova generazione di ribelli: ambientato negli Anni 80, durante la guerra delle Falklands, racconta il processo di formazione di Shaun, orfano del padre, che trova nella community di mod e skinhead locali una nuova famiglia. Un ingresso che passa anche, attraverso l'adozione del guardaroba del gruppo, Dr. Martens comprese. La madre si rifiuterà però di comprargliele, asserendo che sono "scarpe da teppista". Con l'acquisizione da parte del private equity di Permira, nel 2013, si intravede chiaramente il desiderio di credere in un paio di scarpe che hanno camminato per i continenti, portandosi sempre dietro lo stesso DNA, e unito fazioni contrapposte. E se sembra apparentemente un controsenso il fatto che, il simbolo della ribellione giovanile metta piede nel santuario del capitalismo, considerato il suo passato in Parlamento, ci si aspetta presto di vederle presto ai piedi dei broker di Wall Street.