La nuova soluzione di Jacinda Ardern per combattere il gender pay gap è tutta da studiare/copiare

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Hagen Hopkins - Getty Images
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From ELLE

Diciamolo una volta per tutte: in Italia esiste una legge che stabilisce che, a parità di prestazioni lavorative, uomini e donne devono essere pagati allo stesso modo. "Ma allora come può esistere il gender pay gap?" direte voi. E avete ragione, perché la faccenda è complessa. Come ben sappiamo, per divario retributivo si intende la differenza di retribuzione media oraria tra uomini e donne, ma il punto non è solo che le donne vengono pagate meno rispetto ai loro colleghi uomini (è illegale, ma succede comunque) ma soprattutto il modo in cui il lavoro è distribuito, la percentuale di occupazione e i pregiudizi che rendono alcuni lavori - quelli tradizionalmente più "femminili" - considerati di minor valore. Non è quindi solo una questione di parità retributiva ma di equità retributiva vera e propria e esattamente su questo la Nuova Zelanda ha appena approvato una legge che andrebbe presa come esempio perché tocca (finalmente) il cuore del problema. E ancora una volta standing ovation per Jacinda Ardern.

Essere una prima ministra femminista significa anche questo: non limitarsi all'approvazione di provvedimenti tampone per mettere una pezza temporanea sulle discriminazioni di genere, ma andare a fondo nell'analizzare la situazione. Anche in Nuova Zelanda, così come in Italia, infatti, dal 1972 è illegale pagare due lavoratori con le stesse mansioni in modo diverso, ma il governo di Ardern, anche alla luce dei moltissimi ricorsi, si è chiesto se sia giusto che i lavori tradizionalmente femminili o "di cura" siano pagati meno.

"Il Covid-19 ha evidenziato come tanti lavoratori svolgano un lavoro importante ma non siano equamente pagati per questo", ha spiegato Michael Wood, ministro per le relazioni e la sicurezza sul posto di lavoro, "Lavorando per ottenere l'equità salariale per le donne e aumentare i salari, aiutiamo tutti a condividere i benefici del nostro piano economico mentre ci riprendiamo dalla crisi".

La nuova legge, quindi, facilità la possibilità per i sindacati e i singoli dipendenti di chiedere un riesame del salario sulla base del valore della propria professione valutato tenendo conto di svariati aspetti. Siamo sicuri che una guardia carceraria debba essere pagata di più di una assistente in una casa di cura per anziani? Quali sono i parametri per valutarlo? E, soprattutto: come possiamo estirpare i pregiudizi di genere ormai insiti nel nostro modo di concepire il lavoro?

Queste sono proprio le domande che si è posto il governo di Ardern che, con questa legge, spera di riuscire a rivedere il concetto stesso di lavoro. Esistono infatti svariati metodi studiati per classificare le diverse professioni e di conseguenza stabilire i salari, ma spesso non tengono conto di aspetti "tradizionalmente femminili" come ad esempio il carico emotivo o lo sforzo psicofisico richiesto dai lavori di cura. Per questo è necessario ripensare al modo in cui valutiamo il lavoro e stabilire nuovi parametri: si tratta di un cambiamento a livello pratico, ma anche a livello culturale. E lo scopo non è solo una distribuzione più equa della retribuzione, ma anche un'evoluzione a livello di rispetto e dignità di ogni lavoratore e lavoratrice. La posta in gioco chiaramente è altissima, ma Jacinda Ardern ha decisamente tutte le carte in regola per cambiare le cose.