La pandemia gli faceva paura: così un uomo ha vissuto per tre mesi nell'aeroporto di Chicago

Di Prisca Puntoni
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Photo credit: Hanson Lu per Unsplash
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Quando viaggiare era piuttosto semplice e i voli low cost avevano orari strambi: la mattina si partiva alle 6:50 e la sera si atterrava alle 23:45, pensare di passare una notte in aeroporto non era così irreale. Alcuni terminal, specie quelli delle metropoli del mondo, si trasformavano in piccoli dormitori dove passeggeri dal volto stanco se ne stavano rannicchiati sulle panchine d'attesa o ai piedi di tabelloni dal titolo "Schedule". E partire, poi, era cosa immediata. Con il Covid qualcosa è cambiato: chi viaggia sale sull'aereo con estrema attenzione, mentre dormire in un'area di passaggio è praticamente impensabile. Eppure Aditya Singh, nell'aeroporto internazionale di Chicago-O'Hare, ci ha visto una protezione che nessun altro luogo avrebbe saputo dargli: con la paura di tornare a casa nel cuore della pandemia, ha vissuto per tre mesi fra i vetri trasparenti che si affacciano sulle piste d'atterraggio.

Photo credit: Alex Plesovskich per Unsplash
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La curiosa storia, riportata dal giornale britannico Guardian, sembra ricordare il film di Steven Spielberg del 2004, apertura della 61ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia: The Terminal, con la differenza che il Viktor Navorski interpretato da Tom Hanks cercava di tornare a casa, di lasciare il non-luogo, mentre Aditya Singh stava bene dov'era. "Mi stai dicendo che un individuo non autorizzato, non dipendente, stava presumibilmente vivendo all'interno di una parte sicura del terminal dell'aeroporto O'Hare dal 10 ottobre 2020 al 16 gennaio 2021, e non è stato rilevato? Voglio capire bene", ha dichiarato la giurista a giudizio del caso, Susana Ortiz.

Photo credit: Laimannung per Unsplash
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Aditya Singh ha un master in hospitality and tourism, ma è disoccupato. Condivide una stanza con i suoi coinquilini a Los Angeles, ma ha preferito soggiornare nel non-luogo d'eccellenza della California, non sapendo reagire in un altro modo alla paura del Coronavirus - e ci è riuscito entrando in possesso di un tesserino identificativo del personale aeroportuale. "La corte trova questi fatti e circostanze abbastanza scioccanti per il presunto periodo di tempo in cui questo è avvenuto", ha detto Ortiz. "Essendo in una parte protetta dell'aeroporto con un falso distintivo d'identità, presumibilmente, basato sulla necessità che gli aeroporti siano assolutamente sicuri in modo che la gente si senta sicura di viaggiare, trovo che queste presunte azioni lo rendono un pericolo per la comunità", si legge sul Guardian.

Adesso Singh deve mettere mano al portafogli e pagare una multa di mille dollari - che a pensarci bene, non è nemmeno così eccessiva. D'altro canto non gli sarà più permesso di varcare la soglia dell'aeroporto di Chicago per nessuna ragione. Questa storia apre un dibattito acesissimo da tempo: quanto sono sicuri gli aeroporti? Singh non ha costituito alcun pericolo per la comunità, ma se non fosse stato così?