La protesta gentile di Barbara Paz sul red carpet di Venezia è qualcosa da non dimenticare

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Photo credit: Barbara Paz
Photo credit: Barbara Paz

Ormai è normale vedere le persone indossare la mascherina in giro per il Lido, ma il look di Barbara Paz sul red carpet di Venezia 78 ha lasciato decisamente il segno. Un elegante completo nero dal taglio maschile con un bizzarro zainetto trasparente contenente una pianta e collegato a una maschera per l’ossigeno da un tubo di gomma. Luciana e Adriana Toledo lo hanno realizzato nell’arco di sole 24 ore, partendo da una fotografia che la regista brasiliana ha notato ad una mostra.

“É stato davvero inaspettato il feedback mediatico, con tanti articoli in tutte le lingue. Il festival di Venezia è una vetrina molto importante, e questo conferma il valore del cinema e dell’audiovisivo nel mondo. Sapevamo che sarebbe stata un'immagine impattante, ma non immaginavamo una potenza simile” ha detto Paz, da sempre molto sensibile ai problemi del suo Paese.

Photo credit: Barbara Paz
Photo credit: Barbara Paz

“Tutto il mondo ha il diritto di respirare. Questo riguarda l’Amazzonia, ma anche tutto quello che sta accadendo in questo periodo in Brasile, come la decostruzione artistica e una morte delle identità e della nostra cultura”. La pandemia per il Brasile è stata devastante, “ a causa di un governo sbagliato - sottolinea Paz, aggiungendo - Il Presidente non appoggia la cultura in alcun modo e quindi è un momento molto difficile per la classe artistica brasiliana. Per questo in generale molti artisti si sono uniti per contrastare questa tragedia”.

“In Brasile al momento si stanno sviluppando molti progetti, documentari e fiction, che riguardano l’Amazzonia, che ha bisogno di tutta questa attenzione perché stanno accadendo molte cose lì. Anche le comunità indigene non hanno la protezione che dovrebbero avere, stanno togliendo le terre a questi popoli che hanno sempre vissuto qui” ha spiegato Paz.

La “protesta pacifica” di Barbara Paz di Venezia 78 segue il cartello con scritto “I Am Amazonia” che la regista ha mostrato nel 2019 sempre sul red carpet veneziano. Aveva vinto il Premio Venezia Classici per il miglior documentario con Hector Babenco - Tell me when I die, un omaggio al cinema raccontato attraverso gli ultimi giorni del regista Hector Babenco, suo compagno di vita fino alla scomparsa dopo una lunga malattia.

“Ricordo con grande piacere quando sono venuta nel 2019” ha detto, contenta di essere tornata quest’anno per presentare il suo cortometraggio Ato, girato in Brasile durante la pandemia di coronavirus. “Ho creato tante cose durante la pandemia, come un diario visivo per raccontare la mia solitudine. E Ato è una sorta di raccolta di tutto questo”.

“Racconta di una donna che si fa pagare per dormire con le persone, non come prostituta ma per donare affetto e fare compagnia” e ruota intorno all’idea che nel mondo c’è bisogno di calore umano, soprattutto in un periodo così difficile come la pandemia che ci ha tenuto distanti.

Ato “parla di solitudine, di anime sole” puntando anche i riflettori sugli artisti rimasti senza palco e senza platea a causa del virus che ha paralizzato l’economia e la cultura per oltre un anno. “Penso che tutti abbiano dovuto affrontare la solitudine durante il lockdown. Io ho sofferto come tanti il dolore della solitudine, ma mi ritrovavo virtualmente con un gruppo di teatro con cui ho sviluppato una serie di progetti e uno di questi è Ato”.

Photo credit: Ato
Photo credit: Ato

Nei giorni al Lido la regista ha visto alcuni dei film in programma, e il suo preferito al momento è The Lost Daughter di cui ammira in particolare l’interpretazione di Olivia Colman. Oltre ovviamente al suo connazionale Alexandre Moratto che ha presentato a Venezia il suo 7 Prisoners.

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