La Psiche ai tempi di coronavirus #20 Se la rabbia è una reazione automatica alle difficoltà

Di Dott.ssa Lara Franzoni
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Photo credit: Getty Images
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La rabbia è il bodyguard delle emozioni, dobbiamo sempre chiederci chi o cosa stia proteggendo. Smarrimento, paura, disperazione, umiliazione: sono queste le sensazioni che la rabbia tende a coprire stendendo un velo su emozioni che non si riescono (o possono) esprimere. La rabbia sta diventando una reazione automatica alle proprie difficoltà personali e quotidiane? Sicuramente i motivi di nervosismo non mancano. Il covid-19 si sta strutturando anche come generatore di disuguaglianze: se le percezione è la perdita di opportunità la reazione rabbiosa non tarderà a presentarsi nel repertorio delle risposte mentalmente disponibili.

Dal punto di vista psicologico esistono personali punti di rottura che amplificano le sensazioni e generano l’espressione della rabbia: per questo a volte la rabbia sembra essere sproporzionata allo stimolo che ha provocato la reazione. La variabilità individuale, spiega perché ci siano persone più vulnerabili alle limitazioni personali, altre più reattive davanti alle violazioni di una regola, alle ingiustizie o ai torti subiti, altre che diventano rabbiose quando percepiscono provocazione, rifiuto o abbandono.

Ma arrabbiarsi fa molto male, al corpo e alla mente, perché peggiorano i parametri vitali; la rabbia insieme ad altre emozioni negative ha conseguenze immediate anche sullo stato infiammatorio dell’organismo, come il presidente della Società Italiana di Psichiatria ha spiegato recentemente a proposito della gestione delle emozioni più spiacevoli (Corriere della Sera, 29/10/2020).

Ma si può contenere la rabbia?

La rabbia diventa disfunzionale e disadattiva quando causa uno stato di sofferenza soggettiva, quando si trasforma in aggressività verso le cose, le relazioni, gli altri e se stessi. Ma la rabbia è anche una delle poche emozioni universali, cioè presenti trasversalmente nelle culture, cambia invece l’espressione di questa emozione più o meno permessa a seconda dei contesti. Ed è un’emozione attivante, cioè che promuove l’azione, non la fuga.

La rabbia si esprime sui legami forti, quelli dove la relazione “può resistere” al peso della rabbia: questo il motivo per cui si litiga più facilmente con il fidanzato piuttosto che con il datore di lavoro. Questo però fino a quando i bisogni più profondi e legati all’identità personale vengono messi in discussione, allora i “bulloni saltano” e il controllo della rabbia non segue più alcuna logica razionale.

Da questo punto di vista il pensiero e il tentativo di ragionare hanno un peso relativo e superficiale con chi è arrabbiato. Infatti, la percezione e l’interpretazione che la persona fa della situazione è sia emotiva sia cognitiva, ma una volta che l’emozione ha connotato il fatto e innescato la rabbia, non è la razionalità che la fermerà. È solo cogliendo l’aspetto emotivo che sarà possibile mettersi in sintonia e cogliere il bisogno. Per risolvere uno stato di rabbia bisogna quindi ripercorrere i bisogni che sono stati negati, e cogliere il dato emotivo.

La rabbia ha costi personali altissimi. Da un’aggressione non si torna indietro e il senso di colpa può essere difficile da sopportare. La gestione della rabbia quando questa ha già innescato conflitto risulta difficile da arginare, per questo è importante lavorare sulla prevenzione con:

· Monitoraggio delle emozioni spiacevoli quotidiane per evitare l’effetto imbuto (un accumulo che ci fa esplodere)

· Contestualizzare le frustrazioni personali nel contesto straordinariamente negativo in cui stanno accadendo

· Applicazione quotidiana delle tecniche di rilassamento e mindfullness

· Interazione con persone empatiche ma con la capacità di disinnescare e non estremizzare ed amplificare il conflitto

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