La rivolta dei sostenitori di Trump a Washington riguarda tutti noi

Di Debora Attanasio
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Photo credit: Win McNamee - Getty Images
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From Marie Claire

Come in un colpo di coda di quel 2020 che non ha risparmiato situazioni inedite e surreali, il mondo ha dovuto osservare le immagini della rivolta dei sostenitori di Donald Trump assembrati il 6 gennaio intorno alla sede del Congresso, a Washington, per impedire la certificazione formale della vittoria di Joe Biden, la penultima tappa di un naturale processo democratico fatto di rituali da rispettare prima dell’atto finale, ossia l’insediamento alla Casa Bianca del nuovo presidente il 20 gennaio 2021. Abbiamo visto l’ufficio di Nancy Pelosi, appena confermata Speaker della House of Representative, vandalizzato dagli occupanti che sventolavano per colmo dell'ironia (o dell'ambiguità) la Thin Blue Line Flag, la versione della bandiera degli Stati Uniti che manifesta solidarietà con le forze dell’ordine. Abbiamo visto le foto di uno dei protester seduto alla scrivania di Pelosi e ci siamo interrogati sull’inaspettata fragilità delle misure di sicurezza di un palazzo istituzionale così importante, e ci siamo dovuti chiedere se ci sia stata della tolleranza da parte di qualcuno che potrebbe aver lasciato che tutto ciò accadesse. Mentre in Italia era notte, la Guardia Nazionale è intervenuta per sedare l’invasione del palazzo e alla sindaca di Washington Muriel Bowser non è rimasto altro che lanciare il coprifuoco dalle 20.00, anche se è stato fatto rispettare con molta tollerenza per non riaccendere gli animi. Nel frattempo, i notiziari americani annunciavao la morte di una delle manifestanti, colpita al petto da un colpo d’arma da fuoco.

Anche se le molte organizzazioni estremiste pro Trump avevano minacciato da tempo una “seconda guerra civile americana”, l'opinione pubblica gli aveva dato il peso di proclami folcloristici senza un seguito. Ma questo episodio, mai accaduto, inaspettato, non riguarda solo gli Stati Uniti, visto che persino la Costituzione Italiana ha preso ispirazione in molti punti da quella americana. Per questo tutte le istituzioni internazionali, compresa la Nato, e i capi di Stato esteri, hanno condannato nelle ore a seguire un fatto che mette in discussione le basi della civiltà costruita in millenni di lavoro. Per questo persino il vicepresidente dello stesso Donald Trump, Mike Pence, si è di fatto dissociato da lui e dai rivoltosi chiedendo la cessazione dei disordini senza aggiungere le inopportune parole di comprensione come quelle pronunciate dal presidente uscente, condannate subito dal New York Times per il quale il video in cui Trump chiede ai suoi sostenitori di tornare a casa mentre ribadisce che la vittoria di Biden è un furto, aggiungendo un "I love you" ai rivoltosi, è un'incitazione alla violenza. O come quelle di Ivanka Trump, che definisce i rivoltosi "patrioti", mentre Joe Biden si prende l'onere di smorzare tutta questa benzina gettata sul fuoco dichiarando "questo che stiamo vedendo non rappresenta l’America, si tratta di una minoranza, le parole di un presidente contano, possono ispirare e possono incitare". Intanto, i social hanno sospeso gli account di Trump per 12 ore, per evitare altri incitamenti ai disordini, e forse è stato questo, in un'epoca in cui per molti la vita è sui social, che il presidente uscente, nella tarda notte americana, ha deciso di arrendersi promettendo di lasciare la White House ordinatamente.