La rivoluzione delle donne curde in lotta per la libertà (di tutte le donne)

Di Simona Marani
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Sonja Hamad con » Jin - Jiyan - Azadi « Women, Life, Freedom - Fugazine #09 @ Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine
Photo credit: Sonja Hamad con » Jin - Jiyan - Azadi « Women, Life, Freedom - Fugazine #09 @ Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine

From ELLE

«Un Paese non può essere libero se le donne non sono libere» - Abdullah Öcalan

Il problema di ogni paese è che le donne libere sono pericolose, anche quando non imbracciano le armi come le giovani combattenti curde. Eroine per un popolo senza patria e la comunità internazionale, mentre combattono il fondamentalismo islamico, la ferocia dell’Isis e l’invasione dell’esercito turco del nuovo impero Ottomano di Erdoğan, nelle terre che hanno smarrito l’emancipazione delle antiche civiltà della Mesopotamia, per gli interessi di diverse potenze regionali e internazionali. La fede nella libertà più forte di ogni religione e nell’identità che non si libera solo delle discriminazioni di genere, spinge donne tanto giovani da diventare spesso maggiorenni sul fronte armato, a sfidare ogni forma di patriarcato, sessismo e feudalesimo. Imbracciando le stesse armi degli uomini della milizia curda (YPG), ogni donna della sua brigata femminile (YPJ), difende i principi di uguaglianza e diversità di culto, cultura, politica e sostenibilità ambientale, sperimentate dalla Rojava revolution, con l’amministrazione autonoma de facto della Siria del Nord-Est.

Un progetto rivoluzionario di emancipazione politica e sociale, non solo per un contesto così patriarcale, in un territorio mediorientale geopoliticamente strategico, difeso strenuamente dagli uomini e le donne, combattendo fianco a fianco come hanno fatto per liberate dall’Isis Kobanê nel 2015. Uniti dall’uguaglianza che in molti sperimentano per la prima volta, mentre Apo - Abdullah Öcalan, leader dell’organizzazione paramilitare dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e teorico della gineologia (in curdo jin significa donna), scontando il suo ergastolo come unico prigioniero dell’isola-prigione turca di Imrali, continua a ispirare uomini e donne con i principi che animano uno dei femminismi più sovversivi del mondo (non solo dal punto di vista ideologico e organizzativo). L’emancipazione di un paese e della donna, difesa da ogni combattente curda e il ritratto più intimo che ne scatta Sonja Hamad con » Jin - Jiyan - Azadi « Women, Life, Freedom. La visione inedita di una rivoluzione in atto che combatte per la libertà, di ogni paese e ogni genere. Premiata, esposta e da novembre 2020, condensata nelle 44 pagine di FUGAZINE #09, da sfogliare insieme, mettendo alla prova la relazione con il maschio dominante che combattiamo, dentro e fuori di noi. (Tutti, anche gli uomini).

Photo credit: @ ph Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine
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La fotografa nata nella Damasco sotto attacco del 1986 e cresciuta in Germania, con genitori curdi di minoranza yazida perseguitata da millenni, compiendo un nuovo viaggio alla ricerca della sua identità, si imbatte nel cuore pulsante della comunità di combattenti curde dell’Unità di Protezione delle Donne YPJ. Esplora il legame condiviso dalle ‘figlie delle montagne’ di qualsiasi età, quando lasciano casa, famiglia e comunità, per unirsi alla resistenza, con un atto di autodeterminazione suggellato da un nuovo nome e l’appellativo di "Haval" (amico, compagno). Sonja Hamad fotografa sorelle con una nuova identità, pronte a combattere e morire per la libertà, imparando a usare un Kalashnikov senza mai smettere di scegliere, a partire dalla fantasia del tessuto lungo un metro che fascia la vita e la divisa, sotto la cintura porta armi. I simboli del legame di una comunità, intrecciato a mano con ciondoli, bracciali e sciarpe colorate. Gli stessi capelli sciolti, lasciati liberi di fluire insieme all’istinto, la forza e il patrimonio simbolico e sovversivo che incarnano nelle culture del mondo intero.

Photo credit: @ ph Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine
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Prendendo le distanze da quello che esalta e strumentalizza la bellezza che da la libertà e il coraggio di difenderla, Sonja Hamad ritrae quello che ci guarda negli occhi con la determinazione di Dijlin (19 anni) al fronte da tre anni, nonostante le numerose ferite riportate e la volontà dei parenti, di Berivan (24) che ha già perso tanto ma piange solo durante una vittoria, o Tiyda (30) che lotta per la forma di democrazia più elevata e la convivenza pacifica, come quella tra curdi, arabi, turcomanni, cristiani e armeni, trasformata in realtà a Rojava, nel Kurdistan selvaggio desiderato da ogni curdo come patria mani esistita.

Nell’area di Baghuz, ultima roccaforte dell’Isis in Siria, un decreto rende uomini e donne, "uguali in tutte le sfere della vita pubblica e privata", mentre abolisce delitti d’onore e nozze forzate. A Qamishli, capitale non ufficiale del territorio, un’università è stata aperta alle donne e gli uomini, mentre nel villaggio di Jinwar, è nata una comunità autogestita di sole donne yazide. In tutto il territorio si manifesta l’impatto che questo progetto di emancipazione sta avendo sugli uomini che imparano a rispettare le donne mentre combattono le stesse battaglie.

Photo credit: @ ph Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine
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Attraversando la soffice luce del mattino e territori costellati da bombe inesplose, l’obiettivo della fotografa si sofferma sulle macerie di Kobanê e il fugace incontro della bellezza con la fragilità. Il tempo che si è fermato nei luoghi che la gente chiamava casa. Le cicatrici dalle combattenti, diventano trofei del cambiamento. Le canzoni che intonano spesso, registrate dalla fotografa per arricchire la sua identità e il percorso espositivo del progetto, servono ad allontanare la tensione del costante stato di emergenza e la paura che non abbandona neanche i sogni nelle notti bombardate.

Photo credit: @ ph Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine
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Sonja Hamad inquadra tutto quello che tradisce il panorama trafitto dal filo spinato e lo sguardo di Zilan (19 anni), incontrata nel punto più alto delle montagne del Sinjar, meta di pellegrinaggi e del recente conflitto nel Kurdistan iracheno. Scelta dall'Isis per rapire centinai di ryazidi curdi, violentati, venduti come schiavi nei mercati, decapitati davanti agli occhi di tutti, anche i nostri assuefatti all’orrore dello schermo.

Il progetto selezionato ai Magnum Photography Awards 2017 da Lesley Martin, direttore creativo della Fondazione Aperture, sembra fare tesoro della nomenclatura usata da August Sander per i suoi Uomini del XX secolo, ritraendo le peculiarità di ogni combattente per la libertà, capace di stravolgere anche il ruolo della divisa, insieme a quello della donna in società. L’idea stessa di donna, scolpita nella carne dal desiderio maschile.

Photo credit: @ ph Paolo Cardinali, Courtesy Fugazine
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"Si dice che la morte per mano di una donna impedisca a potenziali martiri islamisti di entrare in paradiso", di sicuro il ruolo delle donne che lottano contro i delitti d’onore, le spose bambine, i matrimoni combinati e riparatori (ma la lista è ancora lunga), possono dare lezioni di femminismo a tutto l’Occidente, comodamente assuefatto alla disparità di un genere, abusato, violato e ucciso sotto gli occhi di tutti. In casa, nel luogo più pericoloso per la donna.

Sonja Hamad fotografa la luce di sguardi fieri, accesa dall’amore per la libertà, più forte dell’odio per il nemico, come quello di Diljin scelto per la copertina della nuova Fugazine, disponibile da novembre 2020. Perfetta per guardare da altre prospettive una rivoluzione delle donne che lottano anche per noi. Seguendo le indicazioni che trovate online e nel link Instagram a seguire, potere richiedere la vostra copia della fanzine fotografica, direttamente alla piccola etichetta indipendente omonima che la prodice a Roma, con gli sforzi di professionisti resistenti anche al covid19, insieme a Monkeyphoto, progetto fotografico a quattro mani di Alessandro Ciccarelli e Danilo Palmisano.