La sfilata Louis Vuitton gioca con gli stereotipi e le contraddizioni della moda

Di Vito de Biasi
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Photo credit: Java-Fashion
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From Esquire

In una delle puntate di Pretend it's a City, la miniserie Netflix che Martin Scorsese ha dedicato a Fran Lebowitz, lei racconta (a Spike Lee) di aver assistito al Match del Secolo, l'incontro tra Muhammad Ali e Joe Frazier tenutosi al Madison Square Garden nel 1971, ma di aver tenuto tutto il tempo le mani davanti agli occhi. Poi aggiunge una delle sue battute fulminanti: "Fu un evento culturale fantastico, peccato per tutta quella boxe". L'eccezionalità dell'evento, per lei, era soprattutto nel modo in cui erano vestiti alcuni ospiti: "C'erano molti magnaccia, con al seguito almeno 16 ragazze. Non hai idea di come erano vestiti". Cose folli, completi tre pezzi bianchi, pellicce, cappelloni con le piume, oro sul collo e sulle mani, cose che abbiamo visto nei film ambientati nella New York dell'epoca e che oggi chiamiamo stereotipi.

Photo credit: Courtesy Louis Vuitton
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Fare un collegamento immediato tra un look esagerato e un magnaccia nero di New York è uno stereotipo offensivo o un riferimento pop? La domanda sta tutta qui, o almeno, me la sono fatta io guardando il lavoro di Virgil Abloh per la collezione Louis Vuitton autunno inverno 2021. Durante la performance (non si può parlare di sfilata), si vedono passeggiare uomini con cappelli a falde larghe indossati sopra un foulard per la testa, una versione di lusso del tradizionale do-rag, indossato prima dalle schiave nere d'America e poi, secoli dopo, dai rapper. In quel momento mi sono tornati in mente i magnaccia di Fran Lebowitz, una delle figure archetipiche che Abloh avrebbe potuto inserire ma non ha fatto. Non apertamente, almeno.

Photo credit: Courtesy Louis Vuitton
Photo credit: Courtesy Louis Vuitton

La performance-sfilata di Vuitton è una collezione di figure maschili "tipiche", o stereotipe, ruoli che associamo immediatamente a un'immagine, un modo di essere ma soprattutto di vestire. Ci sono il Vagabondo, il Venditore, l'Artista, l'Architetto, il Gallerista, ciascuno con il suo "costume" tipico, la sua maschera. Ma Abloh fa un passo oltre e comincia a domandarsi: chi ha diritto di essere definito artista? Bisogna vestirsi per forza da artisti per esserlo? Vale ancora il credo della moda secondo cui l'abito fa il monaco? Abloh mette in crisi le domande, giocando con le ibridazioni. Prende il Kente, il panno tradizionale del Ghana delle sue origini, e lo "traduce" in tartan, prelevato da tutt'altra tradizione. Chi può usare le tradizioni? Usare un riferimento culturale "altrui" è appropriazione o citazione?

Photo credit: Courtesy Louis Vuitton
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La polemica sull'appropriazione culturale nella moda viene superata da Abloh con una mescolanza creatrice. "Inventa" una cosa nuova a partire da due cose tradizionali, che si tengono insieme senza sintetizzarsi e senza eliminarsi. Lo stare insieme di cose diverse, impossibile se si ricorre subito alla polemica sull'appropriazione culturale, potrebbe essere ciò che si oppone alla presunta purezza delle culture. Abloh sintetizza il concetto in "Tourist vs. Purist", un motto che campeggia sulle borse Vuitton o sulle giacche. Il "turista" è l'outsider, colui che non appartiene storicamente a un certo mondo, che ne è stato anzi a lungo escluso dai puristi, i "nativi" di una cultura. Abloh prova a suggerire che gli outsider della moda, i turisti del lusso, sono lui e quelli come lui, gli uomini e le donne nere che soltanto di recente hanno conquistato un posto alla pari nel mondo (e nel mercato) del lusso. E che oggi sono coloro che potrebbero portare una visione nuova in una moda e una cultura euro-americo-centrica stanche, stanchissime. Gli uomini e le donne nere ammessi a corte sono ancora in pochi, ma per quanto riguarda la moda e il lusso, come per tutto, l'esclusione non è soltanto sulla linea della pelle, ma anche su quella, altrettanto eterna, del denaro.

Photo credit: Courtesy Louis Vuitton
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Il messaggio della sfilata potrebbe quindi apparire problematico, se si pensa alla contraddizione di parlare di inclusione dall'interno del mercato del lusso, il più esclusivo di tutti. La stessa contraddizione potrebbe apparire non tanto problematica quanto produttiva, utile alla creazione, se si pensa che il mondo della moda sarà sempre non-democratico, esclusivo ed escludente, e che l'unico modo per gli esclusi di esserne assorbiti per dire la propria è accettare le regole, e giocare secondo quelle. La moda in fondo si regge e si perpetua proprio su questa contraddizione, l'opposizione tra esclusione e desiderio, dove la mancanza nutre la creazione, la strada nutre la passerella e le boutique, la cultura marginale dà un'idea per una nuova collezione.

Photo credit: Courtesy Louis Vuitton
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Nella sfilata più intellettuale e stratificata che si sia mai vista, Virgil Abloh fa riferimento anche a un testo di James Baldwin, grande scrittore african-american il cui Stranger in the Village diventa il leit-motiv ideale durante la performance. Il saggio di Baldwin parlava della doppia esperienza di estraneità dello scrittore durante un viaggio tra la Svizzera e Parigi: quella dell'americano in Europa e dell'uomo nero tra i bianchi. Un'esperienza che rivela la quotidianità di Baldwin: quella di essere uno straniero anche nel suo paese. Lo stranger in the village è l'uomo nero della diaspora, l'erede dello schiavismo americano che crede di essere a casa sua ma scopre presto di essere uno straniero indesiderato.

Photo credit: Courtesy Louis Vuitton
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Il riferimento a Baldwin è una suggestione interna, che si può cogliere oppure no, quello che conta è mettere in mostra gli archetipi e spogliarli della loro presunta eternità con una revisione critica, un cambio di segno, un remix, potremmo dire, che preferisce la coesistenza felice delle differenze a una ricerca disperata, e inutile, di purezza. Che tutto questo sia fatto per far progredire il pensiero, o semplicemente per creare e vendere una nuova collezione, è proprio la contraddizione produttiva di cui la moda vive.