La solitudine di Lamorgese nel vuoto di una politica migratoria che non c'è

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
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(Photo: Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images)
(Photo: Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images)

Fa un certo effetto, soprattutto in questi tempi e in queste circostanze, vedere il ministro dell’Interno costretto a difendersi da solo sulla vicenda di Brahim, il killer di Nizza sbarcato a Lampedusa di cui poi si sono perse le tracce, dagli attacchi del suo predecessore, piuttosto sguaiati e scomposti. Da solo, perché al netto di un’ampia solidarietà, diciamo così, parlamentare, non si registrano dichiarazioni da parte del governo nella persona di un premier anche, quando vuole, piuttosto ciarliero. Sarà perché di Luciana Lamorgese non si ricordano immortali istantanee con cartelli inneggianti ai decreti sicurezza, sarà, ma forse è solo malizia pensarlo, per questo rumore di fondo sui riassetti di governo che ha riguardato anche il Viminale (ricordate tutte le chiacchiere sull’eventuale ingresso di Nicola Zingaretti?).

Sia come sia, la questione è seria, perché colpisce l’immaginario collettivo: l’idea cioè che l’Italia possa essere il ventre molle dell’Europa che accoglie terroristi reali e potenziali, nell’ambito di flussi immigratori non controllati. È evidente che la risposta non possono essere le dimissioni del ministro, ma nemmeno la rimozione del problema come se fosse questione che riguarda solo il Viminale. Due facce di una medesima tendenza alla ricerca di un capro espiatorio, sia pur con accenti diversi. Nel primo caso da parte di chi cerca un facile bersaglio. Dall’altra il pilatismo di chi non si assume su di sé, lasciandola alla gentile prefetta, l’onere di una risposta politica alla polemica.

Per ora non ci sono reazioni da parte della Francia, tali da amplificare il caso, tuttavia resta, al netto dell’accusa insensata (di Salvini) e della garbata ma fragile risposta della Lamorgese sui decreti sicurezza che hanno prodotto insicurezza, al tempo stesso una figuraccia e un nodo politico non sciolto. Perché i decreti sicurezza col caso in questione c’entrano assai poco. L’assassino di Nizza non proviene dal Senegal o dall’Africa nera, paesi con cui non abbiamo accordi di rimpatrio ma dalla Tunisia, paese verso cui, in tempi normali, partono voli settimanali per riportare chi può stare in Italia. Il che svela, ancora una volta, il buco nero del nostro sistema di accoglienza: quella trappola mortale dei centri di accoglienza da cui, con un foglio di via, gli immigrati scappano, fuggono, o semplicemente escono per poi transitare con in tasca un foglio di via che prevede cinque giorni per lasciare il paese.

Vecchia storia, è il sistema con cui si è consolidata una “via italiana” di risposta all’immigrazione come risposta all’indifferenza europea: voi non vi fate carico del problema, noi agevoliamo un sistema di relocation di fatto. Secondo una scuola di pensiero proprio questa nostra natura generale di “paese di transito” ci ha messo al riparo dall’essere teatro di attentati, sin dai tempi dei gruppi salafiti che a metà degli anni Novanta scelsero Napoli per produrre documenti falsi fino agli attentatori di Londra del 2005 che vennero a svernare a Roma.

Solo Minniti ci ha provato, con la proposta di fare un centro di “rimpatrio”, non di “identificazione” in ogni regione, idea caduta col governo di cui faceva parte, sostituita dalla “battaglia navale” di Salvini, più propenso ad azioni mediatiche sugli sbarchi che alle faticose mediazioni con gli enti locali e con le regioni, le sue innanzitutto piuttosto restie ad accogliere quel tipo di centri. Né questo governo ha affrontato il tema né in tempi normali né tantomeno in tempi straordinari. Col paradosso, politicamente – questa volta sì, colpevole – che il centrosinistra ha rinunciato a rivendicare quella strategia messa in campo durante il governo Gentiloni che aveva consentito di ridurre gli sbarchi, ridurre i morti in mare, tenere in sicurezza il Paese durate la fase espansiva dell’Islam State. Ci risiamo, perché poi sempre ai vizi di origine si torna. L’idea di un prefetto, sia pur capace e competente al Viminale, è la scelta di rinunciare a politicizzare il tema immigrazione e a sfidare la destra proprio suo terreno. E la solitudine odierna della Lamorgese in conferenza stampa da sola, ne è la controprova. Non c’è un politico al Viminale perché si è scelto di non avere una politica complessiva sull’immigrazione con l’idea che, comunque affronti la materia, su quel terreno è più forte la destra.

Una rinuncia cioè alla sfida che, in tempi di Covid, è operazione piuttosto azzardata, perché la pandemia non solo non ha fermato il terrorismo, ma semmai ha accentuato la tendenza alla radicalizzazione e alla marginalizzazione. Mentre per noi il Covid è paralizzante, come la paura della morte, per l’islamismo radicale la morte è una sorella di tutti i giorni, perché il virus è un castigo divino per le società che non rispettano l’Islam, per cui in Bangladesh nessuno si è spaventato a manifestare con 40mila persone dopo l’appello di Erdogan. Ecco dunque Brahim, epifenomeno di una questione assai più di fondo. E se la narrazione dei nazionalpopulisti è contrapporre sicurezza e umanità, il cimento democratico dovrebbe essere di conciliarli, ancor di più in tempi di pandemia, perché chi non è tracciato è un potenziale pericolo. In una recente intervista proprio l’ex ministro dell’Interno Minniti ha proposto, oltre alla modifica dei decreti sicurezza finalmente avvenuta, di riprendere in mano la questione dei corridoi umanitari e l’abrogazione della Bossi-Fini, in modo tale che chi entra o ne ha diritto perché ha la protezione umanitaria o ha un lavoro, detta in sintesi. È un nuovo paradigma - una linea, si sarebbe detto una volta - che interroga, prima ancora che il suo successore, cui non si può chiedere una strategia politica, il governo nel suo insieme. Altrimenti ogni giorno ce ne sarà una: Lampedusa che esplode, contagi nei centri di accoglienza, nuovi Brahim. Peccato, ossessionati dal più bravo di tutti, i più modesti hanno ignorato la proposta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.