La stagione del true crime all'italiana

Di Luigi Lupo
·9 minuto per la lettura
Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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From Esquire

I personaggi - serial killer e persone comuni - sono realmente esistiti o ancora in vita. Le trame sono crude e avvincenti, i fatti, avvolti nel mistero, sono impressi nella memoria collettiva. La fame di realtà, il desiderio di scavare nei dettagli di casi di cronaca più o meno recenti, conquista anche in Italia il pubblico della TV, dei podcast e dei libri.

È boom del genere true-crime. Il successo dei prodotti che intrecciano inchiesta giornalistica e giallo è in ascesa a livello internazionale sin dall'uscita di Serial, il podcast che ormai è un caso scuola, e della docu-serie Netflix Making a Murderer, ma da un po' di tempo ha fatto breccia anche nelle teste degli italiani che di certo non sono nuovi a un interesse verso le tragiche vicende criminali. Ora, però, le scoprono in una nuova veste. Lontani dalla morbosità e dalla spettacolarizzazione dei talk sulle misteriose scomparse o gli omicidi eclatanti, gli autori presentano modalità di racconto più sincere e minuziose, frutto di durature ricerche e abili ricostruzioni.

Serial ha creato i suoi fedeli seguaci anche dalle nostre parti: dopo Veleno di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli e La Piena di Matteo Caccia e Mauro Pescio, nelle ultime settimane è Polvere ad aver tenuti incollati alle cuffiette oltre 160mila persone in un mese.

La serie audio delle giornaliste Cecilia Sala e Chiara Lalli, prodotta da Emons per Huffington Post, ricostruisce il caso della misteriosa morte di Marta Russo, uccisa da un colpo di pistola il 9 maggio 1997 all’Università La Sapienza di Roma. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono stati condannati in via definitiva ma le prove alla base della sentenza vacillano. Così le autrici, strizzando l’occhio a Serial, ripercorrono i giorni successivi all’omicidio, incontrano testimoni, sfogliano carte giudiziarie e articoli dell’epoca, fanno ascoltare estratti dai processi, si interrogano sul ruolo della memoria nelle investigazioni e sollevano dubbi.

Ma perchè riprendere una storia che, nonostante gli interrogativi sull’esito processuale, sembrava dimenticata? «È una storia "troppo italiana" - racconta Cecilia Sala a Esquire. Tiene insieme storture della giustizia, tic della polizia, responsabilità della stampa, antichi problemi del mondo universitario (dalla spartizione delle cattedre ai raccomandati ai falsi invalidi), una certa sciatteria (nell'emettere sentenze) di quello intellettuale. Un caso complesso e che fa incontrare mondi distanti, in cui quasi tutte le persone coinvolte hanno qualcosa da nascondere.

Il caso è particolarmente spaventoso, l'omicidio - per il contesto, il luogo del delitto, l'assenza di una ragione - come la sua risoluzione. E porta a una duplice angoscia: perché l'omicidio senza movente, senza un legame che leghi vittima e colpevole, è quello che spaventa di più l'opinione pubblica ("sarebbe potuto succedere a me" è la domanda a cui porta). L'altra angoscia è: sarebbe potuto succedere a me di ritrovarmi al posto di Scattone e Ferraro? Se, come scrive Sabbatucci sul caso, e come nel nostro finale: "chiunque, sprovvisto di un alibi , può allora essere accusato di qualsiasi delitto».

Se chiunque può essere accusato senza un alibi, allo stesso modo ognuno di noi può trovarsi vittima di tragici ed efferati crimini. Forse è in questa paura che si trova la chiave del successo delle docu-serie - scritte, in audio o video - che ripercorrono casi di cronaca. «Sono i cold-case - spiega Carlo Annese, giornalista e fondatore della piattaforma di podcast, Piano P - che attirano di più perché muovono dentro chi ascolta o chi vede quella parte ancestrale di paura e di terrore». Annese sta lavorando a una serie audio per Storytel dal titolo Mostri, scritta da Gianluca Ferraris. Protagonisti degli episodi finora disponibili sull’applicazione sono il mostro di Firenze e il caso di Michele Profeta, il serial-killer che terrorizzò Padova agli inizi degli anni Duemila.

Anche qui si tratta di ripescare dal ritmo frenetico della cronaca episodi del passato più o meno recente, anche noti al pubblico, che ne ha potuto avere conoscenza grazie a un’infinità di materiale, tra articoli di cronaca, trasmissioni televisive e libri. A cambiare, però, sono le modalità di racconto, più vicine al giallo, un genere che in Italia ha da sempre attecchito.

«La tendenza - commenta Gianluca Ferraris, scrittore e giornalista - è in atto da qualche anno e segue, con modalità in parte diverse, quello che sta succedendo negli Stati Uniti. L’Italia poi ha due caratteristiche peculiari: un mercato molto ampio per quanto riguarda la narrativa gialla, che in molti casi si è fatta romanzo sociale e racconto di contesto, e un’antica passione per la cronaca nera. Se aggiungi a questo il fatto che il nostro Paese trabocca di casi giudiziari, chiusi e non, ormai abbandonati dai ritmi frenetici dell’informazione quotidiana, ecco che si crea un vuoto molto interessante da riempire, sia in termini di contenuti che di pubblico. Il racconto è in grado, fra l’altro, di essere veicolato su più outlet: fiction pura, inchiesta giornalistica, narrative journalism, documentario, film o serie. E appunto il podcast, che secondo me resta il mezzo più sfidante in questo momento».

Il medium sonoro sembra aver lanciato un’evoluzione nel modo di raccontare la cronaca nera. Ancora Annese: «I casi raccontati nei podcast offrono una linearità nella narrazione: è più facile seguirli. Nelle serie audio, l’uso particolare della musica e delle pause incuriosisce e facilità l’ascolto. La capacità della parola di far immaginare è unica ancora più del video». Eppure i casi italiani più misteriosi, nascosti nella polvere dei faldoni giudiziari o abbandonati dalle breaking news, arrivano anche sullo schermo televisivo.

Il regista e sceneggiatore Matteo Rovere sta producendo una fiction, diretta da Pippo Mezzapesa, e un documentario, con la regia di Christian Letruria, sulla morte di Sarah Scazzi, ancora irrisolta a dieci anni dalla scoperta del cadavere. Il doc è scritto da Carmine Gazzanini e Flavia Piccini, autori di Sarah, La ragazza di Avetrana (Fandango, 2020), un libro che ha tentato di allontanarsi dalla trattazione della vicenda che, nel corso degli anni, ci hanno offerto talk-show e approfondimenti televisivi.

L’atteggiamento morboso dei giornalisti nei confronti di vittime e dei presunti assassini, al limite del pettegolezzo e privo di delicatezza e rigore, viene accantonato in favore di un approccio narrativo più delicato. «Lo trasformano - prosegue Gianluca Ferraris - in una storia o in un intreccio di storie, raccontando pagine e pagine di inchieste attraverso un arco narrativo avvincente. Che poi è quanto di più tradizionale esista, ed è per questo secondo me che fa presa sul pubblico: delitto – indagine – falsa pista – indagine – conclusione».

In un’indagine su un cold-case italiano - l’uccisione, il 6 marzo 2016, di Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato - si è cimentato anche Nicola Lagioia nel recente La Città dei Vivi (Einaudi) che diventerà una serie-tv per Sky. Il direttore del Salone del Libro di Torino ha trascorso quattro anni tra ricerche, raccolta di documenti processuali e registrazione di testimonianze per far emergere il lato doloroso e feroce di Roma oltre a una riflessione sulla responsabilità e sulla colpa. Una discesa negli inferi della brutalità dello spirito di sopraffazione. Raccontare storie di crimine, forse, serve proprio a questo. Ma, per evitare una frettolosa e banale valutazione dei fatti, è necessario prendersi del tempo, guardare ai fatti del passato con lo sguardo lucido del presente.

«Il crimine e il mistero - è l’idea di Cecilia Sala - sono sempre stati un genere di successo. Quello che è cambiato è il giudizio. Non è più considerata letteratura di serie b. Dipende dalla ricostruzione. Il tempo è un elemento essenziale: non c’è la fretta del giornalismo giudiziario/di cronaca. I casi possono essere raccontati meglio, si può approfondire una ipotesi o analizzare con calma una perizia e cercare gli esperti forensi per capire meglio gli aspetti tecnici. Perché, a distanza di tempo, si possono raccontare i casi da un altro punto di vista, mentre a caldo si può raccontare solo quello degli inquirenti, che non sempre è il più onesto intellettualmente, il più disinteressato, il più lucido».

La completezza e la precisione con cui vengono seguite le ricostruzioni e la tensione che avvolge la ricerca di una soluzione a un caso attirano il pubblico del true-crime, rendendolo consapevole dell’esistenza di contesti apparentemente innocui, ma che poi si rivelano letali, e di personalità malvagie. Come spettatori, le osserviamo a distanza ma qualcuno ne diventa vittima. «Vogliamo approfondire la psicologia di un assassino - ha spiegato Caitlin Rother, autore del libro true-crime Lost Girls, in un’intervista per Hopesandfears - in parte così possiamo imparare a proteggere le nostre famiglie e noi stessi. Ma anche perché siamo semplicemente affascinati dal comportamento aberrante e dai molti percorsi che le percezioni distorte possono sopportare».

L’avvocatessa e ricercatrice Megan Boorsma, in uno studio per la Elon University School of Law, ha riportato le opinioni di numerosi psicologici secondo cui l’ossessione per il true-crime riveli la necessità da parte degli spettatori di capire come evitare situazioni pericolose. «Sono storie percepite come estremamente vicine al mondo reale - commenta a Esquire, Roberto Saviano - al mondo in cui viviamo. Sono un focus, una lente di ingrandimento su fenomeni e dinamiche che spesso non si ha il tempo di approfondire. Nel crime c’è tutto e soprattutto c’è il nostro mondo spogliato delle sovrastrutture che lo rendono civile, vivibile, sano».

Anche Saviano, che il crimine lo racconta da tempo in bilico tra fiction e non fiction, si è recentemente messo davanti al microfono per un podcast, Le mani sul mondo, disponibile su Audible, che racconta episodi di chi il crimine e la violenza sia li subisce sia li mette in pratica. Dal fotoreporter spagnolo naturalizzato francese assassinato dalle gang salvadoregne che stava provando a raccontare alla la giornalista maltese che aveva accusato il potere politico di gestire affari criminali passando per il prete di Casal di Principe che per amore del suo popolo aveva deciso di ribellarsi alla camorra.

Personaggi come noi, trame reali e crude che portano l’ascoltatore a fare i conti con la propria condizione di salvezza: «Ci ho riflettuto a lungo e mi sono dato questa spiegazione: vedere ciò che accade senza alcun filtro, in maniera diretta, vedere un mondo popolato unicamente da fottuti e fottitori, ci spinge a chiederci cosa ci abbia salvati, perché noi siamo fuori da quelle dinamiche, in cosa siamo stati bravi o fortunati».