La storia del mitico profumo Chanel N°5 compie cent'anni

Di Redazione Gente
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Photo credit: Marilyn Monroe con il suo Chanel N°5
Photo credit: Marilyn Monroe con il suo Chanel N°5

From ELLE

Narra la leggenda che Coco Chanel, con il primo campione di Chanel N°5 tra le mani, invitò a pranzo Ernest Beaux, il profumiere al quale ne aveva commissionato la creazione. Era il 1921: al ristorante Mademoiselle mise la boccetta sul tavolo, spruzzò un po’ del suo contenuto nell’aria e aspettò di vedere cosa succedeva. Quando le signore cominciarono ad avvicinarsi incuriosite, attirate da quel bouquet inusuale - un mix complesso di gelsomino di Grasse, rose di maggio e decine di altri sentori esaltati dalle aldeidi, molecole sintetiche che quasi nessuno prima di allora aveva impiegato in profumeria - la stilista, che al chimico aveva chiesto «un profumo per donna che sappia di donna», capì di aver fatto centro. Non sbagliava: di lì a qualche settimana il gentil sesso di Parigi faceva la fila fuori dalla sua boutique di rue Cambon 31 per accaparrarsi una delle preziose boccette, che all’inizio venivano prodotte con il contagocce - non più di cento esemplari al mese - e riservate alle clienti abituali. Da allora è trascorso un secolo, ma quella stessa fragranza, la quinta provata da Mademoiselle tra le dieci che Beaux le aveva proposto (da cui il nome N°5), non è invecchiata di un giorno. Anzi: è ancora la più richiesta al mondo, con un record di oltre 80 milioni di flaconi venduti, e la più femminile, evocativa, intrigante di sempre. Un mito che si auto-alimenta, complici le dive che ne sono diventate testimonial spontanee - celeberrimo il caso di Marilyn Monroe, che in un’intervista dichiarò di dormire nuda, vestita solo di due gocce del suo profumo preferito - e quelle che, negli anni, sono state scelte dalla maison come testimonial per spot e campagne pubblicitarie: un esercito di muse bellissime, da Catherine Deneuve a Nicole Kidman, Vanessa Paradis, Gisele Bündchen, Audrey Tautou, fino a Marion Cotillard, l’ultima in ordine di tempo, attualmente impegnata a danzare sulla Luna tutta d’oro e di pizzo vestita.

Photo credit: Gisele Bundchen per Chanel N°5
Photo credit: Gisele Bundchen per Chanel N°5

«In genere le fragranze durano qualche stagione, una generazione al massimo, poi sono destinate a esaurirsi, a passare di moda», commenta Giorgio Dalla Villa, esperto di profumeria d’epoca e direttore del Museo del profumo di Milano. «Chanel N°5 invece è immortale: la sua magia è misteriosa come la sua origine, che va fatta risalire alla Russia degli zar». Ernest Beaux, difatti, che Coco aveva conosciuto grazie al suo amante russo Dimitri Pavlovic Romanov, era stato profumiere di corte a Mosca, dove però aveva prodotto solo due fragranze. «La seconda, tra l’altro, era stata un flop», racconta Dalla Villa. «Ma in quegli anni nell’entourage reale c’era un monaco, un guaritore, molto caro alla zarina: il potentissimo Rasputin. Si dice che curasse i malati, tra cui il figlio maschio dello zar affetto da emofilia, con un’essenza odorosa, una specie di pozione magica. Non è da escludere che Beaux sia venuto in possesso della formula e l’abbia usata, una volta in Francia, per creare il N°5».

Photo credit: Lily Rose Depp
Photo credit: Lily Rose Depp

Quel che è certo è che la nuova fragranza irruppe sulla scena con forza rivoluzionaria. Abituate ai profumi floreali a base di mughetto o violetta - tanto semplici quanto elaborate e leziose erano le boccette di vetro che li contenevano - le donne persero la testa per quell’elisir avvolgente che tirava fuori tutta la loro sensualità e, grazie alla componente sintetica, non svaniva dopo poche ore, ma restava a lungo nell’aria e sulla loro pelle. La sua fama si diffuse in fretta grazie al passaparola. Nel 1924 i fratelli Wertheimer, ricchi imprenditori ebrei, proposero un accordo a Coco: acquistarono i diritti del profumo - lasciando a lei il 10 per cento - e fondarono la Societé des Parfums Chanel per distribuirlo in tutto il mondo, America compresa. «I proventi furono enormi fin da subito», continua Dalla Villa. «Appena si rese conto di quanto si stavano arricchendo i Wertheimer grazie a lei, Mademoiselle cominciò a chiamarli “quei banditi che mi hanno fregato”».

In quello stesso periodo si rese anche necessario modificare la boccetta originaria per renderla più robusta e adatta ai viaggi oltreoceano. Ma il look del flacone in vetro non cambiò di molto: nato a immagine e somiglianza delle bottiglie di whisky tanto apprezzate da un altro amante di Coco, Boy Capel, restò semplice e squadrato, anche se nella versione del 1924, realizzata dalle cristallerie Saint Louis e rimasta da allora quasi invariata, i bordi risultano più smussati. Solo il tappo, inizialmente piccolo, venne sostituito da uno più grande, ottagonale, che nella forma ricorda la pianta di Place Vendôme a Parigi, la piazza che Mademoiselle vedeva dalle finestre della sua suite al Ritz. Ma la cosa più sensazionale è l’effetto del N°5, il suo incantesimo imperituro. «Secondo un’indagine americana degli Anni 50, le ragazze che cominciavano a usarlo trovavano marito entro tre mesi», conclude Dalla Villa. Signore - e signori - siete avvisati.

Testo di Federica Capozzi

Tutte le foto sono state pubblicate da Gente