La storia della ragazza la cui auto è stata distrutta dai vicini "perché sono lesbica" fa riflettere

Di Carlotta Sisti
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Photo credit: Cavan Images - Getty Images
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From ELLE

"Essere lesbica in Italia vuol dire anche questo". Dovremmo ricordarle, queste parole, con le quali Camilla Cannoni ha iniziato il suo discorso, perfettamente lucido nonostante le lacrime, di denuncia dell'ennesimo atto omofobo che s'è trovata a subire. Lei, ligure di 23 anni, convive con la fidanzata da due, fatto, quest'ultimo che deve aver in qualche modo turbato la psiche (labile?) dei vicini di casa, che da tempo rivolgono alla coppia insulti, minacce, accompagnate dal leitmotiv di "pervertite". Ora, facendo il solito, odioso, trick dell'immedesimazione, dell'empatia coatta (e dico "odioso" perché credo che si dovrebbe fare a meno del costrutto del "mettersi nei panni altrui, basterebbe un po' di civiltà), provate ad immaginare che cosa diventa la vita, se tutti i giorni o quasi ti senti riversare addosso odio e malvagità. Senza aver commesso colpe, com'è tipico del bullismo, che si distingue per pochezza proprio per il fatto che alla base non c'è nulla, se non il nulla stesso. In un'escalation di, appunto, brutalità, Camilla s'è trovata in queste ore con la macchina distrutta: le quattro gomme squarciate e lo specchietto staccato. Quell'auto che tutti i giorni la porta al lavoro (Camilla è un'infermiera, professione piuttosto importante in questo momento storico) e che ora è a brandelli è stata l'ultima goccia, così Camilla ha preso il suo smartphone, ha girato un video dove raccontava tutto e, per nostra fortuna, queste sue stories sono diventate virali e hanno avuto la sacrosanta visibilità di cui necessitano, venendo riprese da profili di attivist* come Cathy La Torre.

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La ragazza che vedete qui si chiama Camilla Cannoni. Ha 23 anni, vive a Genova, è un'infermiera ma da qualche mese, ormai, la sua vita è diventata un incubo. E lo è diventata a causa dei suoi vicini di casa. Prima gli insulti, via via sempre più pesanti, poi le minacce e le intimidazioni, fino ad arrivare a gesti sempre più eclatanti, come il danneggiamento della sua macchina. Le hanno portato via gli specchietti e le hanno forato tutte le gomme. La colpa di Camilla? Quella di essere lesbica e di convivere con la sua compagna. "Lesbica di merda", così l'hanno chiamata, per poi etichettarla con il classico marchio di infamia che buona parte della comunità #lgbtqia ha ricevuto almeno una volta nella propria vita: "Pervertita". Perché il paradosso è davvero tutto qui: nell'amore considerato deviante e nell'odio, nella discriminazione, nella prevaricazione ritenuti "normali". Anzi, persino da ostentare. Camilla quelle parole, seguite da minacce di morte, le ha persino registrate. La risposta dei Carabinieri? "Sono cose che si dicono durante un litigio tra persone...". Una situazione, questa, che l'ha portata a parcheggiare stabilmente a 10 minuti di distanza dalla propria abitazione, nel timore di nuovi danni. Come se il punto non fosse esattamente questo: sono "cose che si dicono", ma che non dovrebbero essere dette. Perché le parole d'odio feriscono, talvolta uccidono. E in più, se da "cose che si dicono" diventassero cose che si fanno, come del resto già avviene? Perché la storia di Camilla non è l'eccezione. È la norma. Ed è per questo che una legge contro l' #omolesbobitransfobia è necessaria. Non da oggi, ma almeno dal giorno in cui Nichi Vendola presentò la prima proposta normativa a riguardo. Pensate, son passati 24 anni da allora. 24 anni in cui ci hanno sempre raccontato che "non era mai il momento". E così, anno dopo anno, il tempo di una legge non è arrivato davvero mai. E quelle parole, appunto, sono diventate non solo "parole che si dicono", ma che si fanno. Ecco, adesso basta. L'odio non può più essere un costo per chi lo subisce. Deve esserlo solamente per chi lo pratica. @camillacannoni #camillacannoni #omofobia #ddlzan

A post shared by Cathy La Torre (@avvocathy) on Oct 28, 2020 at 4:24am PDT

Dai "lesbica di merda" s'è presto passati alle minacce di morte, che Camilla ha registrato, per poter sporgere denuncia, per potersi proteggere. Pare che la desolante risposta dei carabinieri sia stata un laconico "sono cose che si dicono durante un litigio tra persone".
"Come se il punto - scrive La Torre - non fosse esattamente questo: sono "cose che si dicono", ma che non dovrebbero essere dette. Perché le parole d'odio feriscono, talvolta uccidono. E in più, se da "cose che si dicono" diventassero cose che si fanno, come del resto già avviene? Perché la storia di Camilla non è l'eccezione. È la norma". Ed è per questo che una legge contro l' #omolesbobitransfobia è necessaria. Non da oggi, ma almeno dal giorno in cui Nichi Vendola presentò la prima proposta normativa a riguardo. Pensate, son passati 24 anni da allora.

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A post shared by Camilla Cannoni🌈 (@camillacannoni) on Jul 1, 2020 at 9:06am PDT



Chi subisce un atto di omofobia se lo porta dentro per sempre. Anno 2020: l’Italia è ancora uno dei pochi Paesi europei a non avere una legge che tuteli le persone Lgbtq+ e punisca le violenze perpetrate sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Come quella toccata a Maria Paola Gaglione, la ragazza di Caivano (Napoli) morta dopo che il fratello l'aveva speronata in motorino per punirla di amare un trans. Un omicidio, e ancora niente, si è già passati oltre, ed oggi siamo a parlare di Camilla, che senz'altro ha paura, teme per sé e per la fidanzata. Sì, a breve qualcosa potrebbe cambiare con l’approvazione del disegno di legge contro l’omotransfobia e la misoginia, presentato dal deputato Pd Alessandro Zan e attualmente in discussione alla Camera. Che probabilmente faticherà a fermare le aggressioni, perché sono un problema endemico, che ha avvelenato l’anima delle persone. Però è una legge importante, perché introduce un tema culturale, gli ultimi articoli riguardano infatti i corsi di formazione nelle scuole, i contributi alle case rifugio che aiutano le nuove generazioni Lgbtq+. Insomma, facciamolo sto passo avanti, perché come dice Cathy la Torre: "L'odio non può più essere un costo per chi lo subisce. Deve esserlo solamente per chi lo pratica".