La storia della Sala Venezia, la balera milanese sotto sfratto che i vip vorrebbero salvare

Di Elena Fausta Gadeschi
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Roberto Panucci - Corbis - Getty Images
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Dove non arriva il Covid, arriva il Demanio. Dopo l’Ohibò e il Serraglio, il Blueshouse e il Ligera, storici locali della Milano da ballare, chiusi definitivamente a causa della pandemia, un altro pezzo della città rischia di scomparire: la Sala Venezia di via Cadamosto 2. Chiuso da un anno a causa del Coronavirus e da un anno in lotta con l'Agenzia del Demanio per il rinnovo della concessione, il locale ha ricevuto pochi giorni fa l’avviso di sfratto, che dovrebbe essere eseguito l’8 aprile. Perché tanta urgenza? Il motivo non riguarda irregolarità con l’affitto che, precisa il gestore Antonio Di Furia, “è sempre stato pagato” nonostante le “moltissime difficoltà”. Pare invece che l’agenzia statale abbia la necessità di ampliarsi e realizzare proprio in quegli spazi un archivio della Questura, che si trova al civico accanto. A darne notizia è lo stesso proprietario, che con l’aiuto di tanti vip affezionati a questo luogo di aggregazione e cultura popolare ha lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org.

Nato nel Secondo dopoguerra come circolo ricreativo dell’Associazione nazionale combattenti e reduci, questo locale ha sempre rappresentato un luogo di aggregazione importante per tanti milanesi, che vi si ritrovavano per una giocata a tombola, un caffè, una partita a carte o a biliardo, ma anche per ballare. Se per decenni il pubblico era quello un po’ agé, ma molto sprint delle balere, con l'avvento alla presidenza dell'Ancr di Antonio Di Furia, nel 1991, il circolo si è aperto anche alle giovani generazioni, che fino a prima dell'arrivo del Covid amavano frequentare questo locale alternativo dal sapore vintage, tra i pochissimi rimasti a suonare ancora musica dal vivo. Con Antonio in sala e la moglie Rosa in cucina la serata era combinata: il sabato e la domenica potevi cenare e ballare a suon di liscio e boogie-woogie, mentre il mercoledì era appuntamento fisso con “Salamino, pane e vino”.

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“Milano non può perdere un luogo così prezioso per la città e i suoi abitanti – si legge nella petizione per questo chiediamo il vostro aiuto per sensibilizzare l’Agenzia del Demanio nella persona del Direttore Regionale Ing. Luca M. Terzaghi, la Questura di Milano nella persona del questore Giuseppe Petronzi, la Regione Lombardia nella persona del Presidente Attilio Fontana e il Comune di Milano nella persona del sindaco Beppe Sala”. Mentre l’appello online ha già raccolto quasi 11mila firme – obiettivo 15mila –, le istituzioni si sono già mosse per scongiurare lo sfratto. “Insieme all’assessore Pierfrancesco Maran ho incontrato il Demanio e sensibilizzato il ministero dell’Interno per capire se si poteva spostare l’archivio della Questura in un altro locale, evitando di togliere al quartiere un luogo di socialità per giovani, anziani, milanesi, turisti” fa sapere la deputata Pd Lia Quartapelle, che ieri, dopo l’avviso di sfratto, ha presentato anche una interrogazione parlamentare.

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Nel frattempo il sindaco Beppe Sala, invocato dai milanesi che gli chiedono di intervenire, promette il suo impegno. “Si tratta di uno stabile che non è nostro, ma del Ministero dell’Interno e in uso alla Questura – spiega in un post su Instagram. “A prescindere da ciò, come il Comune può aiutare? Possiamo provare a offrire alla Questura un nostro spazio, alternativo a quello occupato da Sala Venezia. Anche il Demanio può cercare di fare la stessa cosa. Non è cosa semplice, ma garantisco il mio impegno per trovare una soluzione”.

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Intanto il profilo Instagram della Sala Venezia, dove nel 2016 Coez girò il videoclip della sua Niente di che, è stato inondato di messaggi e fotografie di tanti affezionati, che in questo circolo hanno scoperto la loro passione per il ballo, hanno cantato e hanno persino trovato l’amore. Da Carlo Cracco ad Arisa, da Maurizio Cattelan a Saturnino i ricordi si affollano. Ricordi di “quelle sere in cui era bello chiacchierare in mezzo ad altre chiacchiere e sorridere in mezzo ad altri sorrisi, quando i sorrisi si potevano vedere”.