La storia dell'ereditiera Doris Duke, regina del tabacco con due mariti, molti più amanti e mille passioni

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Photo credit: Bettmann - Getty Images
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Quando il conto in banca è così ricco è difficile vedere oltre la montagna di soldi che rende una donna un’ereditiera ma Doris Duke è stata molto più di una donna con i soldi. La sua vita però è stata condizionata pesantemente dal patrimonio. Anche lei come Barbara Hutton fu emblema della “povera ragazza ricca”, piena di denaro ma senza veri affetti.

Nata nel 1912, mise le mani sull’eredità a 12 anni alla morte del padre James che aveva costruito un impero con la coltivazione del tabacco e l’energia idroelettrica. Alla madre Nanaline Holt Inman fu concesso solo un fondo fiduciario che nel giro di due anni fu dilapidato. Nanaline dipendeva dunque dalla benevolenza della figlia, che cercava di manipolare. Le disse no quando Doris espresse il desiderio di studiare proprio nell’università che portava il nome di famiglia grazie a una cospicua donazione. In cambio la portò in Europa e la presentò a corte. Il ballo del debutto in società si tenne a Rough Point, residenza di famiglia a Newport. A 18 anni Doris era alta, bella, con uno sguardo che ti inchiodava. Ma odiava essere al centro dell’attenzione e odiava essere usata. I rapporti con la madre si erano già inaspriti quando Nanaline all’insaputa di Doris aveva cercato di vendere la tenuta in New Jersey, Duke Farms. Fu la prima di molte battaglie legali che Doris avrebbe affrontato nella vita. Non era disposta a farsi mettere i piedi in testa e poteva permettersi un esercito di avvocati per distruggere chiunque ci provasse.

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Curava personalmente i suoi interessi e fu capace di accrescere il patrimonio che le aveva lasciato il padre. Aveva azioni nelle maggiori compagnie dell’epoca ma si interessava di molte altre cose. Studiò pianoforte, amava suonare il jazz e spesso invitava i musicisti a casa sua per un’improvvisazione suscitando molto scandalo nella società profondamente razzista dell’epoca. Amava cantare il gospel, prendeva lezioni di canto e di danza. A un certo punto della sua vita si appassionò anche al surf.

Per sottrarsi all’ingombrante presenza materna nel 1935 sposò in fretta a furia James Cromwell, diplomatico squattrinato che sperava di foraggiare la sua carriera politica con i soldi della moglie. E per un po’ ci riuscì. Ma il matrimonio iniziava a scricchiolare già durante la lunghissima luna di miele, pagata da lei. Entro i primi sei mesi non dividevano più il letto e quando raggiunsero le Hawaii e Doris se ne innamorò perdutamente si separarono. Lui tornò negli Stati Uniti, divorziando solo nel 1943, lei mise radici Diamond Head poco lontano da Honolulu, dove iniziò a costruire la villa dei sogni che chiamò Shangri-La. Sarebbe diventata scrigno di tutti i tesori raccolti nei suoi viaggi, specialmente arte orientale e islamica. Qui ebbe una figlia, Arden, che morì il giorno dopo la nascita. Per il resto della vita Doris cercò di evocarne la presenza rivolgendosi a ogni genere di sensitivo e cadendo nella trappola di una donna che le fece credere di esserne l’incarnazione. Doris finì per adottarla nel 1988 ma entro breve i rapporti si incrinarono e pur non potendo annullare l’adozione la escluse dal testamento e dalla sua vita.

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Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale volle impegnarsi personalmente, prima lavorando in Egitto al servizio della marina, poi come corrispondente di guerra dalle città europee. Dopo la guerra si stabilì a Parigi e per un po’ scrisse per Harper’s Bazaar. Qui incontrò il diplomatico playboy Porfirio Rubirosa che sposò nel 1947 pagando una ricca cifra alla precedente moglie, l’attrice Danielle Darrieux, perché consentisse al divorzio. Ma prima ancora di essere celebrate le nozze attirarono l’attenzione del Dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti temevano che le sostanze di Doris finissero in mani straniere. Porfirio fu dunque costretto a firmare un accordo prematrimoniale e lo fece in circostanze poco chiare. Firmò mezzo ubriaco, forse drogato, pochi minuti prima di presentarsi all’altare per svenire poco dopo tra le braccia delle moglie. Doris non finanziò affatto le mire politiche del marito ma di regali gliene fece molti: auto sportive, una residenza a Parigi, pony da polo e un aereo privato. Comprò un aereo personale anche per se stessa. Il Boeing 737 le serviva per spostarsi tra le sue case oltre che per i suoi viaggi intorno al mondo. Per star comoda durante gli spostamenti aveva fatto modificare l’allestimento interno dell’aereo facendoci costruire dentro una vera camera da letto.

Gli inverni li trascorreva tra Shangri-La nelle Hawaii e Falcon Lair a Beverly Hills. Il resto del tempo lo passava tra la tenuta in New Jersey, la residenza di Newport e i due appartamenti a Manhattan, un attico di 9 stanze a Park Avenue e l’appartamento a Times square da cui gestiva gli affari.

Anche il matrimonio con Rubirosa finì presto e gli uomini a cui si legò in seguito non li sposò più. Le sembrava che volessero sposare i suoi soldi. “Finché sono miei – diceva – gli uomini possono vivere dei miei soldi; una volta usciti dalla mia vita, il rubinetto si chiude.” I rubinetti invece restavano aperti per i suoi impegni filantropici. Nel 1934 aveva fondato la Indipendent Aid per gestire le richieste di assistenza finanziaria che riceveva continuamente. Nel 1958 allestì, spesso lavorandovi personalmente, gli enormi giardini botanici Duke Gardens da aprire al pubblico. Nel 1963 finanziò la costruzione di un ashram in India, lo stesso dove pochi anni dopo studiarono i Beatles. Nel 1968 si impegnò a restaurare le residenze storiche di Newport con l’aiuto dell’amica Jackie Kennedy Onassis. Donava milioni di dollari anche alla ricerca medica, all’assistenza all’infanzia, per l’educazione dei giovani studenti neri del Sud, per la protezione degli animali, per incentivare le arti. Attività che tuttora porta avanti la Doris Duke Charitable Foundation.

Photo credit: Ron Galella - Getty Images
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Era impegnatissima ma felice no, convinta di essere circondata da opportunisti. Non sbagliava. Abituata a prendersi quello che voleva, montò su tutte le furie quando il suo curatore d’arte, Eduardo Tirella, le comunicò che l’avrebbe lasciata per lavorare a Hollywood. Era il 6 Ottobre 1966 quando la raggiunse a Newport per licenziarsi, raccogliere le sue cose e dire addio. Ci fu una lite, poi uscirono in auto. Mentre Eduardo apriva i cancelli Doris si mise alla guida e lo investì, uccidendolo. Le indagini archiviarono il caso come incidente ma la versione di lei non combaciava con i rilievi sul luogo dell’incidente e con le testimonianze del personale della villa. Se la cavò con un piccolo risarcimento in denaro ai parenti di lui e un’accusa di negligenza. Gli interrogatori furono condotti giorni dopo l’incidente, nella sua camera da letto, circondata da uno stuolo di avvocati e dai suoi cani. Dopo poco i documenti dagli archivi sparirono.

Doris continuò la sua vita dorata e infelice, negli ultimi anni manipolata da Bernard Lafferty, il maggiordomo che involontariamente la figlia adottiva aveva introdotto al suo servizio. A lui fu assegnato il compito di esecutore testamentario cambiando per l’ennesima volta il suo testamento. Nel 1992, tornata a casa da un intervento di chirurgia estetica e ancora sotto effetto dell’anestesia, cadde rompendosi l’anca e dovette tornare in ospedale. Ormai ridotta alla sedia a rotelle, continuamente sotto antidolorifici, era spesso incosciente e in balia del sinistro maggiordomo.

Morì l’anno dopo nella sua casa di Beverly Hills, ufficialmente per attacco di cuore dovuto a complicazioni della sua salute ormai fragile, secondo altri per via di massicce dosi di farmaci prescritte da un medico assunto da Lafferty che progressivamente la avvelenarono. Contrariamente alle sue volontà – desiderava donare i suoi leggendari occhi azzurri alla New York Eye Bank e il corpo al Pacifico perché se ne nutrissero gli squali – fu cremata meno di 24 ore dopo la morte e le sue ceneri furono sparse in mare.

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