La storia di Chiara Fumai, artista ribelle che ci ha raccontato il femminismo nell'arte con libertà e anarchia

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Photo credit: Apalazzogallery, Brescia
Photo credit: Apalazzogallery, Brescia

Ci sono artisti che, anche in un tempo breve, riescono a lasciare segni indelebili. Ci sono donne che, con il loro talento e il loro coraggio, entrano nella storia dell’arte, spesso affrontando mille difficoltà e infiniti sacrifici. Ci sono persone che, anche con la sola presenza, riescono a non passare inosservate, a imporsi allo sguardo. Come Chiara Fumai, artista scomparsa a soli 39 anni, che da tre anni ha lasciato un grande vuoto nel mondo dell’arte contemporanea e che oggi viene ricordata e celebrata con una mostra, a cura di Milovan Farronato e Francesco Urbano Ragazzi, con la partecipazione di Cristiana Perrella, al Centro Pecci di Prato. Nata a Roma nel 1978 e cresciuta a Bari, ha avuto una carriera precoce e fortunata: dopo gli studi, si fa conoscere al grande publico dapprima come dj e performer, poi imbastendo opere in cui videoarte, performance e fotografia si fondevano.

Photo credit: © Ela Bialkowska
Photo credit: © Ela Bialkowska

Correva l’anno 2010 e Chiara presentò alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo l’opera “Chiara Fumai presenta Nico Fumai”, in cui l’artista metteva in scena un’immaginaria figura paterna trasformata per l’occasione in una star della Italo-Disco. Una performance, un’opera d’arte, un inganno: su questo labile confine ha lavorato l’artista per tutta la sua carriera, sviscerando un’ideologia femminista profondamente radicale. Non a caso, per Documenta 13 presentò un lavoro che “faceva rivivere” gli spiriti di celebri femministe del passato. Un po’ casetta alla Hansel e Gretel, un po’ casa stregata, questa installazione rifletteva su temi anarcoidi-femministi, ripercorrendo uno spirito di rivolta e la necessità di “rievocare” voci del passato che oggi appaiono sepolte. Lo spirito anarcoide-femminista della Fumai ha sempre legato con un filo rosso tutte le sue opere, spesso fondendosi con elementi mistici e magici. E, non per ultimo, il bisogno di mantenere un legame con le grandi donne del passato, coloro che con il loro pensiero e con le loro azioni hanno fatto sentire la loro voce e rivoluzionato il sistema. La critica d’arte Carla Lonzi, la rivoluzionaria e terrorista Ulrike Meinhof, la femminista radicale Valerie Solanas e la donna barbuta Annie Jones rivivono sotto forma di spiriti per parlarci ancora. La retrospettiva ospitata dal Centro Pecci, dal titolo Poems I Will Never Realease è un atto d’amore nei confronti di un’artista indimenticabile. La mostra è parte di un ampio progetto che mette insieme diverse istituzioni europee con lo scopo di rivotare il lavoro dell’artista e trasmetterlo a un pubblico sempre più ampio.

Photo credit: Wikimedia Commons
Photo credit: Wikimedia Commons

Sono tante le opere che l’artista, a causa della sua prematura scomparsa, non realizzerà, ma sono assai significative quelle che invece oggi ci fanno comprendere il peso del lavoro di una donna che è sempre andata controcorrente. Coraggiosa, anarchica, Chiara Fumai ha sempre rifiutato gli stereotipi dell’artista donna, adottando un linguaggio estremamente personale composto da un vocabolario fatto di minaccia, rivolta, vandalismo e violenza, finalizzato a creare situazioni scomode in cui poter dar voce ai suoi ideali di femminismo anarchico. La voce di Chiara non impallidisce con il tempo, è ancora tra noi.