La storia di Fernanda Gattinoni, un secolo in atelier

Di Antonio Mancinelli
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Photo credit: Courtesy Archivio Gattinoni
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From Marie Claire

Il 20 dicembre era il giorno del suo compleanno. Se fosse ancora viva, lo avrebbe festeggiato nell’unica maniera che le sembrava possibile e giudiziosa: lavorando. Me la ricordo bene, la signora Fernanda Gattinoni. A Roma, già ultraottantenne, nel 1988 aveva ufficialmente deciso di mollare le redini della sua celeberrima maison d’alta moda al suo unico figlio, l’amatissimo Raniero. Lui avrebbe volentieri proseguito negli studi umanistici e filosofici (ma poi si rivelò un grandissimo talento) e, innamorato com’era dello stile d’avanguardia francese e giapponese, in contrasto la mamma, aveva deciso di rilanciare il marchio chiamando per le note destinate alla stampa un giovane giornalista di moda timido, impacciato e maschio: un’anomalia. Cioè: me. Lei aveva solennemente dichiarato che, una volta ceduto l’atelier di via Toscana al figlio, si sarebbe ritirata a vita da eremo. Naturalmente, era sempre in sartoria. Minuta, in tailleur neri o grigio ferro, con l’unico vezzo di una spilla preziosa, giganteggiava minuta, composta, con i capelli sempre in piega: un’illusione ottica? No, l’autorevolezza di chi sa cosa sia l’eleganza. Cioè: non me. Non credo di averla mai vista mangiare una sola volta: forse un vol-au-vent, svogliata, durante una prova di un abito drapé sfumato. Mi guardava con occhi un po’ perplessi, un po’ scettici: io ne avevo timore come lo si può avere di fronte a uno scarabeo sacro, la prima immagine che mi veniva in mente quando tentavo di guardarla e mormoravo: «Buongiorno, signora». E già sbagliavo. Per tutti lei era Madame Fernanda.

Photo credit: Courtesy Archivio Gattinoni
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«Ha avuto un carattere determinatissimo, fino alla fine dei suoi giorni, nel 2002», ricorda oggi Stefano Dominella, allora socio di Raniero e destinato a una carriera in ascesa come manager, docente, imprenditore, curatore di mostre internazionali, Grande Ufficiale dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”, conferito da Giorgio Napolitano. Oggi è anche Presidente onorario della maison Gattinoni e custode dell’Archivio della maison, che fa conoscere in tutto il mondo con mostre itineranti. Ma all’epoca, era un Kofi Annan della couture italiana, cercava di mettere tra madre e figlio, mediava, sanciva accordi e armistizi. «Del resto, era difficile tenere testa a una donna che, quando si trasferì con la famiglia paterna a Londra, andò negli anni Venti a lavorare da Molyneux, il sarto più chic dell’epoca che aveva anche una sede parigina, da cui si vestivano regine e divine. Una volta, quando arrivò la più spendacciona, Mae West, che si manifestava a orari sregolatissimi ma regolarmente ubriaca, chiedendo a ogni pie' sospinto innumerevoli whisky allungati con acqua, durante la prova di un abito preziosissimo, le scappò la pipì. In piedi. Tutte le altre sarte abbassarono gli occhi, mentre l’attrice hollywoodiana bofonchiava parole sul richiamo della Natura. Fernanda, non ancora Madame, la fissò intensamente. Disapprovava. Credo che perfino la West dovette tacere. Del resto, poi Fernanda guardò dal buco della serratura le prove di una giovanissima Elisabetta II e della sorella Margareth». Ascoltare Dominella raccontare un mondo irripetibile, dove vestirsi era un rito e una religione da seguire secondo precetti rigorosi in cui nulla poteva sfuggire e si impazziva per un punto di nero, è veder un mondo proustiano di sofisticazione e classe in versione pop-up. È ancora tutta da scrivere la storia della moda per donne fatta dalle donne. E che donne. Dure, durissime eppure di enorme cultura, senso del gusto, cosmopolite per scelta e per vocazione.

Photo credit: Courtesy Archivio Gattinoni
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«Era nata in provincia di Varese, a Coquio Trevisago, ma da Molyneux divenne una Mademoiselle: una sorta di consigliera, oggi diremmo una stylist, ma anche una confidente. Fernanda, anzi Madame Fernanda non ha mai voluto diventare amica intima delle sue clienti, perché le avrebbe inquinato la capacità di giudizio». La sua bravura si diffonde talmente che un’altra e più famosa Mademoiselle, Coco Chanel, la convoca a Parigi per offrirle lavoro: lei trova insostenibile quella zitella parigina tabagista e capace di pronunciare volgarità da carrettiere. Le dà il benservito. Chiuso l’atelier di Molyneux per sopraggiunta morte del proprietario (che belli, i tempi in cui quando moriva uno stilista si chiudeva baracca e burattini e non si imbalsamava il suo cognome per poi metterlo su un paio di sneakers!), Fernanda torna in Italia, a Roma, come Mademoiselle della mitica Madame Anna, inflessibile regina della sartoria Ventura. Due regine non possono condividere lo stesso castello: ed ecco Fernanda inaugurare prima un piccolo atelier nel ’46 e poi un altro, più grande, nel ’65 proprio in via Toscana, dietro via Veneto. Un matrimonio lampo, il tempo di concepire e dare alla luce Raniero per essere abbandonata dal marito che, tanto per cambiare, di fronte a una moglie che macina soldi su soldi, scappa con una modella e la fa rimanere sola con un bebè e un piccolo impero. Arrivano le prime clienti importanti: l’attrice Clara Calamai è la prima (un tailleur verde), Anna Magnani (solo abiti di chiffon neri. Una volta, dimenticata la mise da sera per un Capodanno, le si piazza sotto casa gridando: «Fernandaaaa! Me manni giù er vestito?», però le stava molto simpatica), Lucia Bosé, Kim Novak, Lana Turner.

Photo credit: Courtesy Archivio Gattinoni
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In quegli anni Roma è l’“Hollywood sul Tevere”, nella capitale si girano i kolossal e Fernanda, con i suoi tailleur in flanella grigia, di chiaro gusto british, o gli impalpabili drappeggi, di chiaro gusto francese e dall’esecuzione difficilissima, sono visti come un fenomeno esotico. «Fernanda vestì in flanella grigia, nettamente anglosassone, la maharani di Palampur, abitualmente drappeggiata d’oro. Vestì in semplicissime sete lombarde Evita Perón, abitualmente ruscellante di svolazzi e piume», scrive in quegli anni la puntuta giornalista di costume e intellettuale sopraffina Irene Brin. Lascia ad altri il compito di vestire le signore meno adatte a lei, tipo Liz Taylor che «andava dalle Sorelle Fontana», ricorda Dominella. E lei: «Io non conosco le sorelle Fontana, ma loro conoscono me». Con la nomination agli Oscar, nel ’56, con la costumista Maria de Matteis per gli abiti di scena di Guerra e pace, le piomba sulla moquette dell’atelier Audrey Hepburn, che nel film porta con così tanta grazia i panni della contessina Natascia. Sorpresa: a Madame, la Hepburn non piace poi tanto, «troppo perfettina», rivelerà poi. Le riconoscerò anche il merito di aver anticipato lo stile Impero, che la rende conosciuta in tutto il mondo, esattamente sei mesi prima che lo faccia Christian Dior. «Fernanda non avrebbe mai detto: “Dior mi ha copiato”, il che può anche essere plausibile, ma: "Ho ispirato a monsieur Dior la linea Impero" che, se vogliamo è una frase ancora più sottile e perfida», ricorda Dominella. Ma tra lei e Audrey, non scocca la scintilla. Fernanda non ama trovare la cliente ideale bell’è pronta, ma ne vuole una di cui costruire da zero (o quasi) il fascino. E poi Audrey è troppo smidollata per i suoi gusti (si mormora che l’attrice si facesse portare caraffe di succo d’arancia per tenersi su, mentre Fernanda andava avanti per ore e ore di prove infinite). Niente, non funziona. L’unica amica vera che trova nel mondo fatato e cattivo della couture è Ingrid Bergman, che le viene presentata nel ‘50: alla prima visita, senza tanti giri di parole, le spiattella che con quei piedoni (l’attrice aveva il 41) non è il caso di mostrare troppo le gambe. L’attrice ubbidisce, remissiva. La sua bellezza da sgrezzare viene levigata, lucidata, ammorbidita già da Stromboli (1950) Europa 51 (1952) con la regia di Roberto Rossellini, fino a Fiore di cactus, di Gene Sacks (1959).

Photo credit: Courtesy Archivio Gattinoni
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La Bergman è una sua creatura. Lo è un po’ anche Anita Ekberg, anche lei in Guerra e pace, di proporzioni giunoniche: Madame le realizza l’abito nero del bagno nella Fontana di Trevi ne La dolce vita di Fellini, dicendo: «Ogni donna trova facilmente le proporzioni favorevoli». Seguita come un’ombra dal fedele maggiordomo Gaetano, si mormora abbia avuto per anni una liaison con il conte Enzo Paolozzi, raffinatissimo dandy che l’aiuta negli arredi e la introduce nelle famiglie di quella forma di aristocrazia italiana che sono i veri ricchi: le Buitoni, le Barilla, le Falck. Ma non ufficializza mai la loro unione: uno vive al primo piano, l’altra al quarto dello stesso palazzo. La prova più difficile l’attende nel 1993, anno in cui non ebbi neanche il coraggio di andare a trovarla per il dolore che provavo io, figuriamoci lei: la morte di suo figlio Raniero, a soli quarant’anni.

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«Eravamo pronti a vendere tutto, avevamo più di 15 licenze, fatturavamo moltissimo», afferma Dominella. Ma è lei a decidere che si deve continuare. Il direttore creativo sarà Guillermo Mariotto, che ora raccoglie applausi e consensi come giudice di Ballando sotto le stelle. Quando la griffe sarà venduta, lui continuerà a creare abiti esclusivi d’alta moda. Fernanda Gattinoni si è spenta serenamente a 96 anni e ora è sepolta accanto a suo figlio. Un secolo in atelier.

Photo credit: Courtesy Archivio Gattinoni
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Sono molto felice di aver ammirato gli ultimi fuochi di quando la moda era matematica poetica, concepita per risolvere la valorizzazione del corpo femminile. Mi dispiace, Madame, di non averla mai potuta salutare così. Ero un ragazzo semplice. E forse lo sono ancora. Però, sapesse pure quanto sono cambiate le sue clienti. Le guarderebbe come bacarozzi (in romanesco, "scarafaggi"). Altro che scarabeo raro.