La storia di Goliarda Sapienza, la scrittrice ribelle che ci ha insegnato l'arte della gioia

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Photo credit: Wikimedia Commons
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Per riscoprire Goliarda Sapienza dovremmo forse mettere via il suo libro più famoso, L'arte della gioia. Dovremmo leggere le sue opere teatrali rimaste inedite, le sue poesie mai pubblicate. Dovremmo forse rivedere i film che la vedono impegnata come figurante, comparsa nelle mani di registi del calibro di Blasetti, Visconti, Comencini, Maselli. Forse ci aiuterebbe a scalare i contorni di un'artista che si è sempre messa in gioco, con immensa passione. Ed è proprio quella passione a guidarci alla scoperta di una delle voci più ribelli, appassionanti e anticonformiste del Novecento. Nata a Catania in una famiglia estremamente attiva politicamente - sua madre era una sindacalista, ed è stata la prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino, mentre suo padre era un avvocato socialista - cresce in un clima insolito per l'epoca. I suoi genitori sono infatti entrambi vedovi, con figli avuti dai precedenti matrimoni, e così Goliarda si ritrova in una famiglia "allargata", intrisa di idee socialiste e progressiste.

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Sia la madre che il padre partecipano attivamente alle lotte per l’espropriazione delle terre in Sicilia e pagano a caro prezzo il loro coraggioso impegno poetico: nel biennio rosso, il primogenito del padre viene ucciso dalla mafia. Si chiamava Goliardo e la futura scrittrice erediterà da lui il nome. Sono gli anni del Fascismo, e Goliarda non viene mandata a scuola proprio per evitare di entrare in contatto con le idee del regime: cresce così libera, e questa libertà l'accompagnerà per tutta la vita. A sedici anni si iscrive all'Accademia nazionale d'arte drammatica di Roma e comincia a lavorare come attrice teatrale, recitando principalmente in commedie di Pirandello. Si lascia ben presto sedurre dal cinema, ma ottiene solo piccole parti, molto spesso non accreditate, seppur in film d'autore. Fin da bambina aveva mostrato grande interesse per la recitazione e il ballo, ma sopratutto per l'affabulazione: Goliarda è un vulcano, spesso non accetta le regole, ama provare strade nuove. Alla fine dell'Accademia di arte drammatica decide di non diplomarsi, in aperto contrasto con le regole retrograde ed eccessivamente rigide dell'allora direttore Silvio D'Amico. Fonda allora una compagnia di teatro d'avanguardia insieme ad altri ex studenti, attratti, come lei, dal metodo Stanislavskj. Sono anni intensi in cui Goliarda frequenta gli ambienti intellettuali prendendo parte attivamente alla corrente del neorealismo italiano: arte e impegno civile si intrecciano, anche se la sua posizione spesso è di aperta critica se non addirittura di contrasto con le "mode" dell'epoca. Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli, che sposerà poco dopo. Si tratta di una relazione intensa, importante, un legame che li unirà per tutta la vita, anche quando si lasceranno dopo 18 anni di matrimonio. Passionale, ma anche fragile, Goliarda si ritrova a affrontare malattie più o meno gravi, ma anche momenti di depressione, che la porteranno a tentare il suicidio per ben due volte. Questo alternarsi di luci e oscurità sarà la base per la crescita e l'evoluzione umana e artistica della scrittrice che, finalmente, approda alla scrittura.

Photo credit: Amazon Prime
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Abbandonate le luci del mondo del cinema, ritrova sé stessa tra le pagine bianche di una macchina da scrivere, pagine che riempie della sua passione e dell'urgenza di raccontarsi. Il suo primo romanzo è Lettera aperta, nel quale racconta la sua infanzia in Sicilia, seguito da Il filo di mezzogiorno, nel quale invece affronta il tema della psicanalisi. Quando viene arrestata e detenuta in carcere per tre mesi in seguito a un furto in casa di una amica, la sua vita sembra toccare il fondo. Eppure, anche se scrive poco, non smette mai di scrivere. La sua esperienza carceraria prende forma nel romanzo L'Università di Rebibbia. Goliarda riconosce il fatto che si è sentita maggiormente apprezzata dalle sue compagne di cella che dagli intellettuali italiani. Il romanzo Le certezze del dubbio viene pubblicato e ottiene un buon successo di critica, ma è L'arte della gioia, uscito postumo, a consacrarla definitivamente nel gotha della letteratura italiana del Novecento. Scritto e terminato nel 1976, viene pubblicato solo l'anno della morte della scrittrice, nel 1996. Fondamentale fu il contributo di suo marito, lo scrittore e attore Angelo Maria Pellegrino, ma anche un'amica, a cui leggeva quotidianamente i suoi scritti e a cui chiedeva consiglio. L'arte della gioia fu rifiutato negli anni Settanta perché considerato troppo sperimentale e immorale: il tema è la sessualità senza inibizioni, vissuta dalla protagonista, Modesta, che racconta la sua vita dall'infanzia fino all'età adulta. Ambientato in Sicilia, il romanzo affronta il tema della condizione della donna tra pregiudizi e violenze, ma anche l'amore appassionato e libero che la protagonista cerca negli uomini e nelle donne che incontra. L'arte della gioia è un libro che va letto per molti motivi: perché è stato dimenticato per anni, insieme alla sua autrice, perché è stato portato alla luce anche grazie al marito della scrittrice, che forse più di tutti sapeva quanta passione ci aveva messo nello scriverlo. Ma va letto sopratutto perché è un libro coraggioso, affascinante, anticonformista. E di coraggio, fascino e anticonformismo, ne abbiamo sempre un gran bisogno.

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