La storia di Malika, ripudiata dalla famiglia perché gay, ma sommersa da affetto e solidarietà

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Westend61 - Getty Images
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From ELLE

Torna in mente la vicenda terribile accaduta lo scorso settembre a Caivano, in provincia di Napoli, quando Maria Paola Gaglione è stata uccisa dal fratello Michele Antonio perché non accettava che da anni fosse fidanzata con Ciro, un ragazzo trans. Un caso di transfobia che ha scatenato una violenza indicibile, con l'aggravante che chi ha colpito per "punire" era parte della famiglia. Un caso, fra tanti che rimangono sommersi, di odio tra le mura di casa, e viene da dire che, nel 2021, nemmeno quello è un luogo sicuro, per le persone che fanno parte della comuità LGBTQI+, perché omofobia e transfobia sono così radicati, così rabbiosi, che uccidono i legami sulla carta più preziosi. Di violenza, fisica ed emotiva, e di odio, parla anche la storia di Malika, 22enne di Castelfiorentino, cacciata di casa dai genitori perché lesbica. "Mi hanno detto- ha raccontato a la Repubblica, prima su Rai Uno - "meglio una figlia drogata che lesbica", mi hanno mandato dei messaggi vocali dove urlavano "Se torni ti ammazziamo, meglio 50 anni di carcere che una figlia lesbica", ma il momento peggiore è stato quando i miei genitori mi hanno cacciato da casa. Ho provato paura, infinita tristezza, rabbia. Hanno cambiato la serratura, non ho potuto neanche recuperare le mie cose. Non riuscivo a crederci. In quei giorni ho avuto pensieri terribili, ho anche pensato di farla finita". I messaggi audio, conservati da Malika, sono uno degli elementi probatori grazie ai quali la procura della Repubblica di Firenze ha potuto aprire un'inchiesta per violenza privata e inosservanza degli obblighi di assistenza familiare.

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Quella che ha investito Malika è stata una spirale di violenza, culminata, come ha spiegato a Repubblica, "a gennaio, per una lettera. Ho scritto ai miei genitori per dire che mi ero innamorata di una ragazza, e da quel momento è crollato tutto. Mia mamma mi ha umiliato in ogni modo, con offese, minacce, parole irripetibili. Ricordo anche un messaggio di mio padre, la sera stessa. Diceva: "Hai distrutto la famiglia"". Un altro caso, uno di quelli che escono dal sommerso del non detto, del non denunciato, grazie a video, come quello dell’uomo che il 26 febbraio scorso ha aggredito un ragazzo gay per la semplice ragione che stava baciando il proprio compagno alla stazione Valle Aurelia di Roma, o grazie alle denunce, casi che chiedono giustizia e che finalmente stanno trovando solidarietà ed appoggio non solo tra i gruppi attivisti, ma anche tra personaggi con un seguito enorme. Per Malika, infatti, si sono mobilitati Elodie, Mahmood e Fedez, che hanno non solo solidarizzato con lei e la sua fidanzata, ma hanno anche dato una bella spinta alla campagna di raccolta fondi, per darle una mano a trovare un nuovo posto in cui vivere. Perché, certo, c'è il trauma da elaborare, ci sono le ferite emotive e il danno psicologico che l'essere ripudiati (provate anche solo ad immaginare) porta con sé, ma per la 22enne ci sono da sbrogliare anche questioni molto pratiche, ed affatto irrilevanti, tipo sostenere la spese legali per la causa in corso.

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"Ho sporto denuncia - ha scritto Malika in un post - contro i miei genitori il 18 gennaio 2021, ma fino a ieri l’altro non è stato fatto praticamente nulla di concreto (solo dopo il video di in cui la ragazza fa sentire i messaggi audio violentissimo della madre, la Procura di Firenze ha infine aperto un'inchiesta, ndr) Ho dovuto ricorrere alla stampa per farmi sentire, sono felice che alla fine la mia richiesta di ascolto sia arrivata, ma mi chiedo: quante grida di aiuto si perdono nelle maglie della burocrazia italiana? ⁣⁣Io ho dovuto urlare per vedere riconosciuto quello che è un mio diritto, se non l'avessi fatto sarei ancora invisibile". ⁣⁣Dice Malika che da quando la stampa ma anche i social, hanno fatto diventare la sua storia virale, ha ricevuto "una quantità esorbitante di messaggi di persone che si sono trovate in situazioni analoghe alla mia, ma non hanno avuto il coraggio di denunciare per paura di ritorsioni o per mancanza di ascolto e affiancamento da parte delle forze dell’ordine. ⁣⁣Questo non dovrebbe mai succedere.". Si citano spesso i precedenti, nel mondo della giurisprudenza ma non solo, che segnano un cambiamento, una piccola rivoluzione nelle dinamiche sociali, o, come in questo caso, famigliari, ed anche se, purtroppo, l'omofobia non potrà essere estirpata da una sentenza, ci auguriamo che questa storia serva alle vittime dell'odio per denunciare. E sì, si dovrebbe poter smettere di rivolgersi alle vittime, e parlare ai loro carnefici, per dire che non la passeranno liscia, che le conseguenze per le loro azioni sono certe e severe, ma questo è compito della politica, impantanata in un disegno di legge, per altro basilare e non certo rivoluzionario, che è lo Zan, ed è compito delle forze dell'ordine, che ancora faticano ad essere un riferimento sicuro per la comunità LGBTQI+. E questo, come dice Malika, non dovrebbe più accadere.
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