La storia eccezionale di Ghitta Carell, la colta fotografa che ha immortalato l'Italia degli anni 30

Di Daniela Ambrosio
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Copyright Archivio Fotografico Fondazione 3M
Photo credit: Copyright Archivio Fotografico Fondazione 3M

From ELLE

Coraggiose, glamorous, osannate, sconosciute, avventurose. Sempre vigili e pronte a cogliere l’attimo più fuggevole, oppure estremamente riflessive, alla ricerca dell’inquadratura perfetta. Sono le donne fotografe, coloro che sono riuscite, attraverso l’obbiettivo, ad abbattere i pregiudizi di una pratica considerata “maschile”. Ma non solo: hanno lavorato in situazioni di pericolo, mettendo spesso a rischio la loro stessa vita. Si tratta di donne che hanno contribuito a cambiare i costumi, a far uscire le donne dalla loro posizione di "angeli del focolare", per conquistare, finalmente anche se faticosamente, il loro posto nel mondo.

La storia di Ghitta Carell forse ancora deve essere raccontata per intero. Questo perché sono tante le sfaccettature della sua personalità - di donna e di fotografa -che è difficile, ancora oggi, tracciarne un profilo delineato. Nata in Ungheria alla fine dell'Ottocento, aveva origini modeste, che tuttavia non le impedirono di avvicinarsi alla fotografia e di frequentare un corso di fotografia per "signorine". In quegli anni andava di moda il cosiddetto "ritratto pittorico": pose languide, luci soffuse, composizioni romantiche. La giovane Ghitta fece tesoro delle prime esperienze, ma ben presto cominciò a concepire un modo nuovo di realizzare il ritratto, più vicino alla personalità ritratta e più intimo. Armata di buona volontà e con una vecchia macchina fotografica -una grande e pesante macchina con cavalletto, di fabbricazione italiana, che utilizzava con destrezza - , si trasferì prima a Vienna poi a Lipsia, affamata di imparare cose nuove e fare esperienze. Poi, scelse di trasferirsi in Italia, a Firenze, città che aveva imparato ad amare grazie allo scrittore russo Merezkovskij. Erano gli anni del regime fascista e Ghitta entrò nella cerchia degli intellettuali più noti del Paese, ma non solo.

Photo credit: Copyright Archivio Fotografico Fondazione 3M
Photo credit: Copyright Archivio Fotografico Fondazione 3M

Fu in Italia che la giovane fotografa ungherese conobbe la fama, che arrivò con la fotografia di un bambino che venne successivamente utilizzata dalla propaganda fascista. Diventata una delle ritrattiste più richieste del momento, si trasferì a Roma. Le cronache del tempo la descrivono vestita solitamente con "tailleur nero, piccolo gioiello antico, aria sempre un po' stupita". In quegli anni fotografò intellettuali, gerarchi, principi della Chiesa, aristocratici e, ovviamente, Mussolini. Farsi fotografare da lei era quasi un obbligo sociale a cui nessuna celebrità poteva sfuggire. Nasce uno stile inconfondibile, lo "stile Carell": la fotografa andava oltre i lineamenti del volto, cercava l'anima delle persone ritratte, per poi ritoccare a tavolino le loro sembianze, i loro corpi, smagrendoli, ringiovanendoli, facendoli apparire bellissimi, perfetti. Di Ghitta Carell si ricorda in particolare un'amicizia "importante": quella con Margherita Sarfatti, anima del mondo artistico e culturale dell'epoca, nonché amante di Benito Mussolini. Hanno tanto in comune queste due donne: sono colte, affascinanti, sono entrambe di origini ebree. Condivideranno lo stesso triste destino in seguito alla promulgazione delle Leggi Razziali, che porteranno alla loro definitiva emarginazione. C'è tuttavia anche un'altra amicizia importante per la fotografa: è quella con Edda Ciano Mussolini, la figlia prediletta del Duce. La sua fama e la sua posizione non le impediranno però di essere censurata per le sue origini ebree: dopo anni di interruzione, riprenderà a fotografare solo dopo la guerra, con il suo trasferimento in Israele. I suoi soggetti non erano più le celebrità, ma la gente comune. Il suo archivio, che conta oltre 50.000 lastre, è stato da lei ceduto al al Centro informazioni Ferrania ed è oggi proprietà della della 3M. «Non fotografo il volto ma l'anima» è una delle sue frasi che meglio la rappresentano. Perché la foto, oggi come ieri, ha sempre a che fare con l'anima.