La Terra in 90 minuti: a tu per tu con Samantha Cristoforetti, orgoglio italiano

·6 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy Esa
Photo credit: Courtesy Esa

A 44 anni AstroSamantha si prepara a riprendere il volo. Dopo la missione Futura del 2014, che la portò nello spazio per 200 giorni, l'astronauta dell'Esa (European Space Agency), tornerà sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2022 come comandante della missione Expedition 68: un incarico di cui lei si dice onorata e che mai prima è stato affidato a una donna europea.

Lei è attualmente impegnata nel training di preparazione alla partenza dell’anno prossimo. Come procede?

Bene. Ci sono nuove conoscenze da acquisire, ma quelle vecchie sono state talmente martellate all’epoca che basta un ripasso veloce... Diciamo che è come andare in bicicletta.

Rispetto al 2014 lei ha adesso due figli piccoli (Kelsi Amel nata nel 2016 e Dorian Lev nato nel 2020): come si fa a gestire la famiglia con un’attività impegnativa come la sua?

Immagino come fanno tutte le persone che hanno lavori impegnativi. Intanto, quando a crescere i figli sono due genitori, la gestione non è del singolo ma della coppia: e quando uno dei due per un paio di anni è molto occupato, è normale che l’altro si dedichi di più alla cura della famiglia. Lo vedo succedere continuamente intorno a me.

Non prova il senso di colpa tipico di molte madri che lavorano?

Ma no... I miei figli sono circondati di cura, amore, stimoli. Sono felici, sani e sereni: se vedessi motivi per preoccuparmi lo farei, ma non mi pare ce ne sia bisogno.

La questione che sollevo però è reale: in molti casi sono ancora le donne che si fanno più carico della cura dei figli.

L’umanità è varia. Si possono fare affermazioni corrette da un punto di vista statistico ma che non si applicano a ogni singola persona. Nella nostra coppia non sono mai stata io a occuparmi di più dei figli, se non nella primissima fase della loro esistenza. Esistono modalità di gestione della vita familiare diverse da quelle ritenute più comuni.

Cosa prova all’idea di tornare in orbita?

Sono curiosa, ma in un modo diverso dalla prima volta. Allora si trattava di un’esperienza totalmente nuova. Oggi provo una curiosità più consapevole. Ho avuto la possibilità di guardarmi indietro, anche grazie alla stesura del mio libro (Diario di un’apprendista astronauta, edito da La nave di Teseo, ndr) che mi ha consentito di elaborare l’esperienza. Credo che avrò più energie mentali per osservare, prendere nota, approfondire.

Photo credit: Courtesy Esa
Photo credit: Courtesy Esa

Ci dice qualcosa che ha voglia di rivivere con occhi nuovi?

La fase di adattamento iniziale. Se penso a com’è stato adattarsi alla vita in orbita, ne ho una visione macroscopica. Sì, avevo difficoltà a muovermi, perdevo le cose, ma non avevo né il tempo né le risorse cognitive per registrare gli adattamenti minimi, le sensazioni fisiche che cambiavano. Ricordo che all’inizio avevo dolore e un senso di pressione alla testa, per via dei fluidi che si spostano nel corpo: ecco, vorrei osservare meglio tutto questo.

Com’è guardare la Terra da lassù?

C’è una parola inglese che rende perfettamente l’emozione: awe. Non so se ne esista una traduzione esatta: è una sorta di sgomento – ma non spaventoso – davanti a qualcosa di grande con cui c’è anche il piacere di confrontarsi. Ma è anche uno stupore. A causarla è sicuramente la componente estetica, che è imponente. Ma anche la consapevolezza di avere accesso a un punto di vista strano, perché osservi l’umanità da “fuori”, mentre siamo abituati a essere “dentro” la società, le relazioni umane. Lì diventi quasi un osservatore esterno. La distanza alla quale si trova in orbita la Stazione Spaziale in realtà non è grandissima: sono solo 400 km. Ma l’effetto combinato della distanza, del punto di vista straniante e della velocità che ti permette di girare intorno alla Terra ogni 90 minuti circa, sono incredibili. Non hai mai una visione di insieme di tutto il pianeta: non siamo sulla Luna, siamo vicini. Quindi ogni volta ne vedi un pezzetto, ma facendo il giro in 90 minuti è come se abbracciassi tutta l’umanità.

Lei dice di aver saputo sin da piccola di voler fare questo lavoro. Ricorda com'è successo?

Credo che a portarmi fin qui sia stata una combinazione di fattori. Il carattere: sono sempre stata una bambina avventurosa, mi piaceva l'idea dell’esplorazione. La fantascienza: guardavo Star Trek alla tv! Qualche libro da adulti che mi è capitato tra le mani, in cui si parlava di astronomia. E poi il fatto di essere cresciuta in montagna: perché se in città hai più opportunità di formazione culturale, crescere in un paesino (Malè, in provincia di Trento, ndr) ti consente di vivere un’infanzia poco supervisionata dagli adulti perché non ci sono pericoli. E questo forma la tua personalità. Non sviluppi la sensazione del pericolo esterno, anzi: io ero ingenua, tutto il mondo era il mio parco giochi, tutti gli esseri umani erano miei amici. Forse ho anche corso dei rischi, ma il risultato è stata una grande sicurezza. Crescere in montagna, infine, significa vedere il cielo da vicino: ne ricordo la presenza, nelle mie notti da bambina.

L'Esa incoraggia la candidatura delle donne: perché è importante?

Sono convinta che in tutti gli ambiti della vita – economica, sociale, politica, professionale – sia necessaria una presenza il più possibile equilibrata dei due generi. Nel mio campo, dato che stiamo lavorando perché i viaggi nello spazio diventino più frequenti, è importante che anche le donne contribuiscano a dare forma al futuro. All’Esa incoraggiamo la partecipazione femminile perché vogliamo evitare che là fuori ci siano ragazze perfette per il ruolo che si autocensurano temendo di non essere abbastanza brave.

Dunque lei sottoscrive che la carriera di astronauta sia assolutamente accessibile a una donna.

Non lo sottoscrivo perché mi sembra una banalità: è da tempo ormai che ci sono donne astronaute.

Il suo diventa mai un lavoro come un altro?

Si tratta certamente di un lavoro particolare, soprattutto durante gli anni di addestramento per una missione e durante la missione stessa. Forse si può paragonare a ciò che fanno agli atleti che si preparano per le Olimpiadi: c’è un obiettivo intorno al quale gira tutto e che coinvolge il lavoro di tante persone. Per dei lunghi periodi hai poco controllo sulla tua vita, perché sono altri che la gestiscono per aiutarti a ottimizzare la preparazione. Per certi versi è anche più facile di un lavoro “normale”: la tua unica responsabilità è seguire il percorso, addestrarti. Non hai altro a cui pensare, il tuo obiettivo è unico e riempie la vita quotidiana. In pratica non può succederti ciò che accade a molti, ovvero domandarti: cosa dovrei fare oggi, per dare senso alla mia giornata?

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli