La triste storia della pallavolista Lara Lugli, citata per danni dalla società perché incinta

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Chris Futcher - Getty Images
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From ELLE

“Ci ho pensato tanto prima di rendere nota la citazione per danni e l’ultimo capitolo della mia vicenda personale", spiega Lara Lugli al Corriere della Sera, "ma ho presto capito che non era un tema sul quale si poteva passare sopra ed essere indifferenti. Non tanto per me, quanto per le tante ragazze che in queste condizioni spesso rinunciano a reagire". La vicenda della pallavolista citata per danni dalla società Volley Pordenone (ora Maniago Pordenone) dopo essere rimasta incinta e aver poi subito un aborto spontaneo sta giustamente indignando il Paese: com'è possibile che nel 2021 ci sia ancora la possibilità di interrompere legalmente un contratto di lavoro perché la diretta interessata è incinta? E come si può arrivare al punto di citarla per danni per "non aver reso nota la sua volontà di diventare madre"? Questa è la cruda realtà delle atlete italiane.

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Lugli ha deciso di raccontare la sua vicenda su Facebook in occasione della Giornata Internazionale della donna e il risultato è un quadro a dir poco agghiacciante che dovrebbe far riflettere urgentemente. Nel mese di marzo 2019 la giocatrice di pallavolo aveva comunicato al suo club l'impossibilità a proseguire la stagione perché incinta. A quel punto il contratto si era automaticamente risolto dato che le atlete di volley in Italia non sono professioniste e quindi non esiste per loro nessuna forma di garanzia a tutela della maternità (e già qui...). La storia però non è finita: Lugli, infatti, ha successivamente chiesto alla società di saldare lo stipendio di febbraio (di circa mille euro) che non aveva ricevuto nonostante fosse scesa in campo. Per tutta risposta il club non solo ha respinto l’ingiunzione dell'ex giocatrice ma ha inviato una citazione per danni. I motivi? I più svariati: dall'aver taciuto al momento dell’ingaggio la propria intenzione di avere figli fino all'aver chiesto un compenso troppo alto per la sua età. "Chi dice che una donna a 38 anni, o dopo una certa età stabilita da non so chi, non debba avere il desiderio o il progetto di avere un figlio?" scrive la pallavolista, "Non è che per non adempiere ai vincoli contrattuali stiano calpestando i Diritti delle donne, l’etica e la moralità?".

"Di fronte alla maternità ci siamo limitati a interrompere consensualmente il rapporto mantenendoci in costante contatto con la giocatrice" replica la società, "Solo quando ci è arrivata l’ingiunzione di pagamento ci siamo opposti e abbiamo attivato le clausole del contratto". Il problema, però, è proprio che tutto questo venga visto come "normale" e che le atlete siano ancora considerate di serie B e private di tutela. I casi sono tantissimi: lo scorso settembre la pallavolista di origini statunitensi Carli Lloyd della VBC Casalmaggiore ha annunciato di essere incinta e, visto che in Italia questo significava la perdita del contratto con la società, ha preferito tornare negli Stati Uniti non prima di ricevere pesanti insulti sui social. Lo stesso vale anche all'estero: nel 2018 Allyson Felix, la velocista statunitense pluripremiata, fu minacciata di licenziamento dallo sponsor dopo la maternità, nel 2014 la mezzofondista Alysia Montaño gareggiò negli 800 metri all’ottavo mese di gravidanza per non perdere il contratto e la maratoneta Kara Goucher, nel 2010, fu costretta a rinunciare all’allattamento per tornare in pista a tre mesi dal parto.

Photo credit: Christopher Morris - Corbis - Getty Images
Photo credit: Christopher Morris - Corbis - Getty Images

In Italia le cosiddette "dimissioni in bianco" firmate senza data per permettere al datore di lavoro di concludere il contratto all'inizio della maternità non sono illegali da molto: solo nel 2015, infatti, il Jobs Act ha posto fine a questa pratica becera anche se le donne si sentono ancora domandare durante i colloqui se hanno intenzione di avere figli nel breve periodo. Per le atlete, però, questa garanzia non vale e questo perché non sono considerate professioniste. “In Italia praticamente tutti gli sportivi sono dilettanti, tranne calciatori, cestisti, ciclisti, pugili e coloro che praticano golf e motociclismo" spiega a Ateltanews Daniele Muscarà, avvocata specializzata in diritto sportivo.

"Tutte le atlete in Italia sono dilettanti. Non hanno un contratto vero e proprio ma solamente un compenso per le attività sportive prestate e le norme vigenti prevedono anche la rescissione unilaterale quando l’atleta non svolge l’attività sportiva per un determinato numero di mesi". Il contratto di Lugli infatti prevedeva la risoluzione del rapporto per giusta causa in caso di "comprovata gravidanza". Tutto ciò è inaccettabile e per questo, dopo il racconto della pallavolista , l'Associazione Nazionale Atlete ha annunciato che scriverà al presidente del Consiglio Mario Draghi e al presidente del Coni, Giovanni Malagó, per chiedere di mettere fine una volta per tutte a questa situazione. “Se una donna rimane incinta non può conferire un danno a nessuno e non deve risarcire nessuno per questo" conclude Lugli e il suo grido non può restare inascoltato.