La Turchia si ritira dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, ed è un grave problema

Di Elena Fausta Gadeschi
·4 minuto per la lettura
Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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From ELLE

Tutte le persone sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Liberamente tratta da George Orwell, questa frase esprime bene la condizione delle donne in Turchia, che a 10 anni dalla proposta della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica – anche nota come Convenzione di Istanbul – registrano un clamoroso passo indietro nella tutela dei loro diritti. Promosso dal Consiglio d’Europa nel 2011 come "primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza" ed entrato in vigore nel 2014, il documento definisce la violenza contro le donne una “violazione dei diritti umani” e una forma di “discriminazione”. Di questo trattato internazionale, che per primo contenne una definizione del concetto di genere, la Turchia è stata il primo Paese firmatario, un primato spesso rivendicato dallo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan, che in passato non ha mancato occasione di ricordare come l’adesione alla Convenzione fosse la dimostrazione dei presunti avanzamenti della Paese nell’ambito della parità di genere.

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Dal 2014 ad oggi però lo stile di governo di Erdogan è molto cambiato e questa decisione non è che il termometro della deriva autoritaria del suo governo, che fino a pochi anni fa aspirava all’ingresso nell’Unione Europa e da cui oggi invece non potrebbe essere più lontano per valori, diritti e libertà riconosciute. E pensare che a settembre l’ipotesi di un ritiro di Ankara dalla Convenzione aveva indignato la stessa primogenita del presidente Sumeyye Erdogan Bayraktar, leader dell’associazione di donne islamiche Kadem, che oggi invece in una nota riportata dall’Ansa afferma che "la Convenzione di Istanbul è stata un'importante iniziativa per combattere la violenza contro le donne”, ma “al punto in cui siamo arrivati, ha ormai perso la sua funzione originaria e si è trasformata in una ragione di tensioni sociali”. Una virata integralista cui fanno eco le parole della ministra per la famiglia Zehra Zumrut Selcuk, secondo cui i diritti delle donne sarebbero già garantiti nella legislazione, e che trova accordo con le frange islamiche più conservatrici che addirittura sostengono che la Convezione indebolisca la famiglia tradizionale, incoraggi i divorzi e promuova la cultura Lgbt+.

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La verità è che nonostante una precoce adesione al Trattato, la Convenzione non ha prodotto gli effetti sperati e solo l’anno scorso in Turchia sono state uccise 300 donne mentre 171 sono morte in circostanze sospette, secondo il movimento per i diritti delle donne We Will Stop Feminicide Platform, che si è dato appuntamento con diversi movimenti femministi nelle piazze di molte città per protestare contro quella che viene considerata “una decisione assolutamente inaccettabile”. In questi termini la considera la scrittrice e attivista turca Elif Shafak, che ai microfoni di Cbc News ha parlato di “una decisione così sbagliata e pericolosa che ha ripercussioni sulla vita di milioni e milioni di donne, ma anche di bambini e minoranze” e che ha ricordato come ogni giorno in media 3 donne vengano uccise in Turchia. Secondo Elif il trattato, che riconosce una serie di delitti contro le donne quali la violenza psicologica, lo stalking, la violenza fisica, la violenza e le molestie sessuali, ma anche il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali femminili, l’aborto forzato e la sterilizzazione forzata, e stigmatizza i crimini commessi in nome del cosiddetto “onore”, in Turchia è rimasto lettera morta e non è mai stato realmente applicato. “Ci sono così tante storie di cui non sentiamo parlare. Il sistema legale in Turchia chiaramente ancora non funziona. Ancora oggi le donne trovano difficile andare alla polizia e quando lo fanno molte volte viene chiesto loro di tornare a casa perché il posto della donna è a casa e qualsiasi cosa accade dentro le quattro mura della casa deve rimanere lì all’interno”.

Mentre l’opposizione annuncia ricorso al Consiglio di Stato e i leader europei condannano il governo turco, sui social è nato un movimento di supporto alla Convenzione che in rete si esprime attraverso l’hashtag #istanbulconventionsaveslives, (la Convenzione di Istanbul salva vite) e che promette di dare battaglia al governo, sottoponendo la decisione al giudizio della Corte Costituzionale del Paese.