La valanga di licenziamenti non c'è stata. Grazie ai sussidi

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A ridosso delle scadenze del blocco dei licenziamenti - il 30 giugno per l’industria, fine ottobre per le piccole imprese - in molti avevano parlato di un’ecatombe del mondo del lavoro, di un’emorragia di posti legata all’impossibilità per le aziende di allineare la produzione alla manodopera. Non è successo e questo era stato già certificato dalla Banca d’Italia a settembre. Ora la Nota redatta dal ministero del Lavoro, via Nazionale e Anpal, allunga la validità del trend dato che l’analisi registra quello che è successo fino alla fine del 2021. E aggiunge un altro elemento: non solo non c’è stata la corsa a licenziare, ma non si è tornati nemmeno alla situazione pre crisi. Insomma il numero dei licenziamenti è inferiore rispetto a quello registrato nel 2019 e nei primi due mesi del 2020.

Se si prende in considerazione l’intero 2021, la media mensile è stata di 27mila contratti cessati, circa il 40 per cento in meno rispetto al 2019. È vero che l’anno scorso è stato coperto in gran parte dal divieto di licenziamento, ma come si evince dalla figura riportata di seguito è quello che è successo dopo lo sblocco a spiegare perché i timori di una catastrofe si sono rivelati infondati.

Licenziamenti (Photo: Banca d'Italia)
Licenziamenti (Photo: Banca d'Italia)

La tabella a sinistra quantifica i licenziamenti. Al netto dei picchi registrati a luglio e a novembre, subito dopo la rimozione del divieto rispettivamente per le grandi e per le piccole imprese, la curva si è assestata su livelli inferiori a quelli registrati prima dell’arrivo del Covid. E anche i salti temporanei che hanno fatto seguito alla riattivazione della possibilità di licenziare sono stati poco sopra (nel caso delle piccole) o addirittura sotto (l’industria) la linea dei licenziamenti pre pandemia. Ecco perché nella Nota c’è scritto che “i licenziamenti sono rimasti su livelli mediamente modesti”. Tra l’altro, si legge ancora nel testo, “gli incrementi registrati nei mesi immediatamente successivi alla rimozione dei vari blocchi appaiono avere natura temporanea e verosimilmente riflettono esuberi già previsti nei mesi precedenti”.

L’assenza di una tempesta perfetta a nove mesi dallo sblocco dei licenziamenti per l’industria dà sostanza a una considerazione, che si può estendere anche alle piccole imprese, seppure in misura minore dato che il blocco per loro è durato fino al 31 ottobre. La spiega Andrea Garnero, economista Ocse in sabbatico di ricerca, a Huffpost: “I numeri tendono a confortare l’ipotesi che la differenza non l’ha fatta tanto il divieto di licenziamento, ma gli strumenti di aiuto e di sostegno ai lavoratori e alle imprese: cassa integrazione Covid, ristori e liquidità”. Insomma anche se da un certo punto in poi è caduto il blocco, i datori di lavoro non hanno avuto la mano pesante. “Licenziare - aggiunge Garnero - ha un costo, non è gratis, ci sono questioni più articolate come quella del giudice: la disponibilità di misure straordinarie ha portato i datori di lavoro a preferire l’utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione e alternativi al licenziamento. Allo stesso tempo, però, l’impossibilità di riattivare molti di questi strumenti dal primo gennaio solleva la questione di quello che accadrà nei prossimi mesi”.

Ma torniamo al trend generale dei licenziamenti. Se quello relativo all’industria ha un suo punto di forza sul tempo trascorso, insomma nove mesi senza una valanga di licenziamenti, ma anzi con un livello più basso rispetto alla pre pandemia, quello delle piccole imprese deve fare i conti con un elemento negativo. E cioè una fase congiunturale più critica rispetto a luglio, quando è caduto il divieto di licenziamento per l’industria. Il primo novembre, primo giorno dei licenziamenti liberi nelle piccole attività, la pandemia si è aggravata e poi è arrivata l’inflazione, con il caro prezzi che ha impattato sulle imprese. Il fatto che non ci sia stato un boom di licenziamenti (al netto della risalita di novembre) può far dire che le imprese non hanno scaricato gli extra costi e in generale una situazione di disagio sui lavoratori.

Ma gennaio si apre con nuove incognite. Così come non possono più contare sulla cassa integrazione Covid o i ristori (al netto di alcune categorie che saranno tutelate con il decreto Sostegni ter), le imprese, soprattutto le piccole, devono destreggiarsi con un caro energia imponente e con tutte le incertezze che il rallentamento o la sospensione della produzione possono comportare. Anche in termini di lavoratori da impiegare. Saranno i prossimi dati a dire se la ricaduta sarà più fondata e forte rispetto a quella legata al divieto di licenziamento.

Il recupero trainato dai precari. La fiammata delle assunzioni a tempo indeterminato a fine 2021

La Nota illustra anche altre dinamiche del mondo del lavoro. La creazione di posti nel 2021 è stata sostenuta soprattutto dai contratti a tempo determinato (365mila su un totale di circa 597mila). In crescita anche il saldo delle assunzioni a tempo indeterminato, ma a ritmi più moderati. E con una differenza: nel primo semestre, il miglioramento è stato determinato esclusivamente dal numero contenuto delle cessazioni. Nella seconda parte dell’anno, invece, ha contribuito anche la ripresa delle assunzioni e delle trasformazioni, che in autunno hanno
superato i livelli pre-pandemici.

Le costruzioni compensano il rallentamento della manifattura. L’affanno del turismo

Una “marcata accelerazione” nelle costruzioni ha compensato il rallentamento della manifattura: quest’ultima non ha bruciato un numero significativo di posti di lavoro, ma “non è ancora tornata sullo stesso sentiero di crescita che aveva, in media, nei due anni prima della pandemia. In sofferenza il turismo, nonostante la ripresa della scorsa primavera e dei mesi estivi: i margini di recupero restano ampi.

Lo strascico della pandemia: i gap di genere non si sono ancora riassorbiti

La ripresa del mercato del lavoro ha favorito l’occupazione maschile, che è tornata sul sentiero di crescita del 2018-2019, mentre “rimangono ancora ampi i margini di recupero per quella femminile” che registrava segni di debolezza già prima dell’emergenza sanitaria. Le lavoratrici, tra l’altro, continuano a essere penalizzate da una minore domanda di lavoro fisso: sono circa il 42% della forza lavoro, ma incidono solo per un terzo sul saldo delle posizioni a tempo indeterminato.

L’occupazione al Centro-Nord spinta dalle assunzioni a tempo indeterminato

Incrociando la dimensione territoriale con la natura dei posti di lavoro, la Nota sottolinea come la ripresa si sia rafforzata nella seconda metà dell’anno scorso in linea con un aumento della domanda di lavoro stabile. Ma solo nelle Regioni del Centro e del Nord.

Non siamo al ritmo del 2018-2019, ma c’è comunque un trend di ripresa di un certo peso. La situazione è diversa al Sud: ha registrato tassi di crescita superiori a quelli del biennio precedente, ma solo perché le cessazioni sono risultate in calo per via del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione Covid che hanno allungato la durata effettiva dei contratti. Le assunzioni a tempo indeterminato, invece, continuano a crescere più lentamente rispetto al Centro-Nord.

Huffpost (Photo: Huffpost)
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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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