La vita, i viaggi, gli amori di Virginia Oldoini, la contessa di Castiglione, Imperatrice senza Impero

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Photo credit: Heritage Images - Getty Images
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È passata alla storia come contessa di Castiglione ma di nomi ne aveva altri, molti altri. Si chiamava Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini, poi coniugata Verasis Asinari. Nata a Firenze nel 1837, era figlia di marchesi e per matrimonio diventò cugina di Camillo Benso conte di Cavour. Una parentela che le cambiò la vita e che forse cambiò anche la storia. Considerata la donna più bella del suo secolo, ebbe tra gli amanti – se ne riportano 43 – anche Napoleone.

Nicchia, che diventò contessa

Fu educata in casa dal nonno che la chiamava Virginicchia (da cui il soprannove Nicchia) e presto dimostrò la sua irrequietezza. Quando il padre trovò alcuni bigliettini sconvenienti la spedì dritta in convento ma se ne tirò fuori simulando per una settimana un profondo pentimento che convinse le monache a rimandarla a casa. Dove riprese a immegersi nelle galanterie. Della sua bellezza era ben conscia ma era anche brillante, intraprendente, intelligente. A 17 anni sposò Francesco Verasis Asinari, conte di Costigliole d’Asti e Castiglione Tinella. Un vedovo, di 12 anni più vecchio, trovato in fretta dai genitori per allontanarla da uno dei suoi troppi corteggiatori che l’aveva sedotta. Virginia era convinta che il matrimonio sarebbe stato una noia mortale – e lo fu davvero – ma le consentì anche di entrare a corte. Negli accordi pre-matrimoniali pretese e ottenne una clausola chiave: la libertà di muoversi a piavimento in società.

A Torino, dove si stabilì la nuova coppia, entrò alla corte dei Savoia. La ammiravano tutti, dal re Vittorio Emanuele II ai fratelli Doria. Attirò anche l’attenzione del banchiere Rothschild. Non solo per la sua bellezza e il suo carattere si faceva notare. Sfoggiava uno stile audacissimo, con abiti estremamente ricercati (e costosi) ma soprattutto inconsueti: non seguiva le mode, le inventava. Nessun’altra osava tanto ma tutte riconoscevano la sua bellezza. La principessa di Metternich la definì “una statua di carne”. Per partecipare a un ballo si cosparse di colla e poi si attaccò addosso solo piume. Le sue giarrettiere erano tempestate di pietre preziose o ricamate con frasi piccanti.

In missione per Cavour

Cavour si accorse presto del suo talento: sapeva servirsi del suo fascino per ottenere quel che voleva, così nel 1855 le chiese di recarsi alla corte di Napoleone per incoraggiare un’alleanza, con il consenso del re ma all’insaputa del marito. L’alleanza era indispensabile per sconfiggere gli austriaci e conquistare l’indipendenza. “Cercate di riuscire, cara cugina, con il mezzo che più vi sembrerà adatto, ma riuscite!”

Costantino Nigra, ambasciatore sabaudo a Parigi, la prese sotto la sua ala per istruirla, sarebbe diventata una spia. Virginia parlava già quattro lingue ma apprese anche un codice cifrato da usare nella corrispondenza con il governo piemontese. Ma c’era un altro codice che utilizzava per scopi personali. Il soggiorno parigino è registrato in un diario su cui Virginia ha annotato tutti i suoi amanti. Ogni nome cifrato era accompagnato da sigle che indicavano il tipo di relazione: E se c’erano state solo carezze, B per un bacio, BX se si era andati oltre i baci, F per un rapporto sessuale completo.

Il suo più celebre amante fu l’Imperatore, che la chiamava Minà, le regalava gioielli e le passava una sostanziosa rendita. Virginia usava gli uomini per i suoi scopi, chiedendo in cambio denaro oppure favori. Non nascose mai i suoi obiettivi, sapeva cosa voleva e come averlo. Ma se gli amanti furono tanti, il suo vero amore fu se stessa.

450 fotografie per fermare il tempo

Per immortalare la sua bellezza si servì della fotografi collaborando per anni con un fotografo francese, Pierre-Louis Pierson. Il risultato furono 450 fotografie che la ritraggono nei panni di moltissimi personaggi. Inclusa se stessa. Si travestì tra le altre da Madonna, da Medea, da Anna Bolena, da Beatrice. Posò anche per una serie di studi sui piedi scoprendo caviglie e gambe, qualcosa di inconcepibile per l’epoca.

Le donne la detestavano perché seduceva i loro mariti, rapiva tutti gli sguardi. Quando diventò l’amante di Napoleone però suscitò le ire dell’imperatrice Eugenia che si racconta abbia inscenato un attentato ai danni dell’imperatore proprio mentre usciva da casa sua pur di cacciarla via. Gli scandali si susseguivano ma Virginia alza le spalle: “Io sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona, dato il mio carattere fiero, franco e libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura.” Con le altre donne non allacciò mai altra relazione che d’invidia e disprezzo: “Le eguaglio per nascita. Le supero per bellezza. Le giudico per ingegno.”

Imperatrice senza Impero

Quando l’imperatrice trovò il modo di scacciarla dalla corte francese Virginia non si arrese ma i quattro anni successivi furono difficili. Viaggiò in Inghilterra, tornò in Italia ritirandosi a Villa Gloria vicino Torino, visitò La Spezia e Firenze ma non trovava pace. Per un po’ visse a Passy e a Dieppe ma bramava Parigi. Nel 1862 chiese a Napoleone in visita in Italia il permesso di tornare in Francia e le fu concesso. Con il consiglio, però, di stare alla larga dalla corte. Non riusciva a farsi una ragione della sua posizione: “inchiodata a Castiglione” quando poteva essere lei l’Imperatrice.

Intanto aveva accumulato molti debiti. Conduceva una vita dispendiosa tanto che il marito – “il povero becco” come lo chiamava lei – aveva chiesto la separazione. Né il ritorno in Francia fu scintillante come aveva sperato. Il Secondo Impero si sarebbe disfatto presto, con la battaglia di Sedan del 1870. Dal 1873 visse in un ammezzato su Place Vendôme e portò il lutto stretto per la sua bellezza svanita. Usciva di rado, solo di notte e incappucciata, e viveva circondata dai ricordi di una vita di splendori: lettere, ventagli, abiti sontuosi.

Sfrattata nel 1893, quando l’intero edificio fu acquistato dal gioielliere Boucheron, si trasferì in una casa su Rue Cambon e lì morì sola e dimenticata nel 1899, trascorrendo gli ultimi anni con lo specchio velato da un panno nero. Non voleva guardare la sua decadenza. Fino alla fine conservò in una teca di cristallo la vestaglia di seta verde che aveva indossato la notte in cui la storia d’Italia cambiò. “La mia camicia da notte dovrebbe sventolare assieme al tricolore per celebrare l’Unità d’Italia” aveva scritto sul suo diario.

Chiese di essere imbalsamata e sepolta con quella veste e le sue perle al collo ma gli eredi ignorarono la sua volontà. Nel suo testamento aveva dichiarato di non avere eredi e aveva elencato scrupolosamente tutti coloro che potevano accampare diritti per diseredarli. Ma aveva dimenticato i Tribone di Genova, che ebbero tutto. E tutto misero all’asta, anche la vestaglia verde. È sepolta nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi anche se aveva chiesto di riposare a La Spezia senza funzioni, senza fiori, candele e clamori. Al funerale si presentarono solo in 10. Tutte le sue carte, testimonianze di relazioni con personaggi importanti, furono fatte sparire dalla polizia che le bruciò subito dopo la sua morte.

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