La vittoria dei Maneskin è diventata teatro di scontro tra fazioni, quando (forse) anche meno

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Photo credit: Vyacheslav Prokofyev - Getty Images
Photo credit: Vyacheslav Prokofyev - Getty Images

Il giorno dopo la vittoria dei Maneskin all'Eurovision 2021 mi sono svegliata in un mondo che da quel fatto aveva fatto nascere una battaglia soprattutto ideologica, ma pure politica. L'Eurovision, ovvero uno dei contest più dichiaratamente tamarri, trash friendly, che da sempre accoglie la fluidità in tutte le sue libere manifestazioni, che non ha pretese intellettuali ma che vive in modo del tutto sano la sua vocazione d'essere luogo d'intrattenimento (che pare ormai essere diventata quasi una colpa), con il trionfo della band romana è diventato tutt'altro. Che cosa? Molte cose diverse, a seconda di chi sia a parlarne. Una schifezza, per esempio, per una parte di quella intellighenzia della critica musicale che s'è prodigata, attraverso post e diffusi pezzi di analisi, a farmi sapere che era incompatibile, anzi peggio: era moralmente deprecabile essere a pezzi per la morte di Franco Battiato, amare il nuovo disco di Iosonouncane e al contempo gioire per la vittoria della quota italica del festival europeo. Io, che ho provato tutte e tre le cose senza sentire di stare tradendo la mia integrità, devo essere diventata a mia insaputa un mostro bi-fronte. Eppure, nonostante gli sforzi questa élite intellettuale per farmici arrivare, proprio non trovo collegamento alcuno tra le cose sopra citate. E, nonostante a questo punto io debba fare i conti con la mia assenza di etica, trovo risibile che ci si impegni così tanto per negare la complessità degli esseri umani, che potrebbero, dico potrebbero, essere fatti di bisogni molteplici e diversissimi, nella loro vita come nell'arte di cui fruiscono, e quindi non vivono di solo "Fetus", di solo Virginia Woolf, di solo Lanthimos, ma pure di musica uscita dai talent, di reality show, di commedie sceme e di gialli "da ombrellone". Il disastro della negazione della complessità delle persone porta a questi schematismi di dentro o fuori, che una cosa che dovrebbe essere presa per quello che è, e cioè una bella notizia per l'Italia, bellissima per i fan, come la vittoria dei Maneskin, diventa occasione per sciorinare pistolotti. E accusare di tradimento chi gioisce, ma solo qualche giorno prima piangeva per la dipartita del maestro. Che cosa c'entrano l'uno e l'altro accadimento? A mio avviso, una beata mazza, ma abbiamo capito che non faccio parte della confraternita del pensiero alto.

C'è poi chi ha preso i Maneskin vincitori dell'Eurovision e li ha resi manifesto un politico, portavoce dell'attivismo che si batte contro la mascolinità tossica, contro gli stereotipi di genere, l'omofobia, la transfobia. Parto dicendo, consapevole di stare per addentrarmi in un territorio periglioso assai, che sono certa che Damiano, Victoria (che per altro ne ha parlato anche qui da noi, di come i cliché la facciano incazzare) Ethan e Thomas siano dei ragazzi sensibili a queste tematiche, perché ne parlano su i loro profili privati e nelle interviste, ma non sono una band tra mille virgolette "impegnata" e hanno tutto il diritto di non esserla. Così come hanno tutto il diritto di fare i loro show come gli pare, liberi di esprimersi nel modo che gli pare, senza che questo debba per forza diventare simbolo di altro. Chi dice che Damiano con i tacchi ha affossato decenni di mascolinità tossica non sa, forse, dell'esistenza di un certo David Bowie, che stava su i tacchi, truccato e androgino e dichiaratamente bisessuale, già a inizio anni Settanta, ma che, purtroppo, nonostante sia stato (e continua ad essere) amato da milioni di persone, non ha certo distrutto l'omofobia. Fosse bastato Bowie, o Renato Zero, o più di recente Achille lauro e Harry Styles, certo non personaggi di nicchia, a disintegrare gli stereotipi di genere, non saremmo al punto in cui siamo.

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Damiano è un ragazzo da tempo fidanzato con una ragazza, che si esprime contro il catcalling, che bacia sula bocca i suoi compagni di band, e che ama l'estetica fluida del glam rock e che incarna benissimo la sua generazione, molto più allergica di quelle che l'hanno preceduta alle etichette. E allora perché chi tendenzialmente è altrettanto contro l'incasellamento, li incasella, in qualche modo appropriandosene, mentre si infuriano contro ogni forma di appropriazione? I Maneskin, io credo, hanno il diritto ad essere una band rock, che performa benissimo, e che quando vorrà, se vorrà, diventare anche attivista ed impegnata lo farà, e sarà una decisione dei suoi membri, non di altri. I Maneskin, io credo, hanno vinto perché il pezzo era forte ed è piaciuto, perché stanno da dio sul palco, perché sono carismatici, hanno stile, suonano bene. Sono ottime ragioni per portare a casa un premio, non c'è alcun bisogno di prendere questa cosa e renderla altro. I Maneskin, e finisco, vengono da un talent nel quale Damiano aveva già ballato la pole dance su stivali con tacco, hanno fatto un Sanremo pieno di strass, make up, tutine color carne, questa è la loro meravigliosa cifra stilistica, non hanno mai detto di voler andare all'Eurovision (ripeto, una manifestazione già di per sé e da tempo queer e LGBTQI+) per, come hanno scritto in molt*, distruggere la mascolinità tossica, sono andati per fare bene il loro spettacolo e per consolidare una carriera che tassello dopo tassello si sta trasformando in qualcosa di strabiliante. Lasciamoli essere artisti, musicisti, liberi, senza auto sabotarci volendoli usare per veicolare, il nostro, di messaggio. Sono bravi e maturi abbastanza da poter parlare da soli.