L'altra metà dell'Africa: Lizz Ntonjira e i talenti del Continente

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A 34 anni, Lizz Ntonjira è una forza della natura. Fearless, si direbbe in inglese: una che non ha paura di correre rischi, di farsi spazio, di rivendicare il diritto a vedere il bicchiere mezzo pieno, anche quando il mondo sembra spingere nella direzione opposta.

Kenyota, a capo della comunicazione globale dell’ong Amref Health Africa, due anni fa ha lanciato il Lizz Ntonjira Network, una piattaforma che propone mentoring e coaching per i giovani. L’anno scorso ha pubblicato un libro il cui titolo riassume la sua filosofia: #Youthcan. Significa che la gioventù africana può sognare in grande, soprattutto se prende ispirazione da quelli che già l’hanno fatto: come i 50 personaggi raccontati nel volume.

Ma #Youthcan è anche un messaggio inviato fuori dai confini continentali affinché si cambi la narrazione dell’Africa: un continente giovane, ricco di talenti e capacità innovative, i cui punti di forza sono regolarmente oscurati da una rappresentazione monotematica, che dà visibilità solo alle sventure.

Cosa l’ha spinta a creare il suo network e a scrivere il libro?

Sento spesso parlare dei giovani come di una microwave generation (generazione “micronde”) che vuole ottenere tutto in fretta. Ma non si possono fare paragoni con il passato: il costo della vita e la società sono cambiati drasticamente e se trent’anni fa si ambiva a diventare medici, ingegneri, avvocati, ora si parla di mestieri, come il data scientist, che prima non esistevano. Si discute ancora del rischio di assumere le donne, perché potrebbero restare incinte. Per non parlare del fatto che ai colloqui solo a noi viene chiesto se abbiamo intenzione di sposarsi e diventare madri. Un altro motivo per cui ho creato il network è che mi sono accorta che nei colloqui le donne sono molto più brave e disinvolte, forse perché sono più abituate a raccontare di sé: quindi i maschi hanno bisogno di migliorare le loro soft skills. Quando da ragazzina lavoravo come giornalista mi è capitato di incontrare persone diversissime, da amministratori delegati a dodicenni incinte. Mi sono accorta che a tutti i livelli c’è una mancanza di mentorship, perché coloro che dovrebbero essere i mèntori hanno poco tempo, mentre chi avrebbe bisogno di una guida pensa che solo persone famose come Oprah Winfrey possano esserlo. Invece anche una sorella o un amico che hanno vinto delle sfide possono essere fonti di ispirazione. Il mio obiettivo è far capire ai giovani che non sono da soli e possono avere successo. In tutta l’Africa, che sia anglofona, francofona o lusofona, le esperienze e le sfide che affrontiamo sono simili. Possiamo imparare molto gli uni dagli altri.

Come funziona il network?

Abbiamo una piattaforma di mentoring in cui facciamo incontrare chi ha bisogno di consulenza con il mèntore più adatto alle sue esigenze. Facciamo anche coaching su come parlare in pubblico e acquisire altre soft skills. La maggior parte dei servizi è gratuita, grazie a mèntori, psicologi, trainer che si offrono volontari. Uno dei motivi per cui ho scritto il libro è dare sostenibilità economica al mio progetto, che verrà finanziato con una parte del ricavato della vendita.

Il suo lavoro principale, però, è ad Amref.

Sì: come Global Communications Director gestisco un team di professionisti della comunicazione tra Europa, Usa e Africa, definendo le strategie di comunicazione per implementare i nostri programmi, le campagne di advocacy e di fundraising.

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Quali sono ostacoli maggiori che incontrano i giovani africani nel costruire il proprio futuro?

Il maggiore è l’esclusione dal discorso politico. Siamo tagliati fuori dal processo democratico, il che è ironico considerato che oltre il 60 per cento della popolazione africana ha meno di 35 anni. La corruzione rende difficile per i giovani partecipare alla vita politica: nei ruoli chiave sono meno dell’1 per cento. Solo il Rwanda sta investendo sulle nuove generazioni; qui in Kenya i ministri sono sopra i 50 anni, mentre l’età media degli abitanti è di 19,5 anni. Sulla strada troviamo molti ostacoli strutturali. Intanto la scarsità di opportunità professionali, le cui radici sono nel sistema educativo: i programmi scolastici non sono aggiornati e non riflettono la situazione attuale del mondo del lavoro. È difficile esercitare il diritto alla salute, soprattutto in campo sessuale: non avendo accesso alla contraccezione, le ragazze rischiano gravidanze premature che impattano sulla loro traiettoria di vita. Le leggi penalizzano le piccole imprese: il livello di tassazione è proibitivo per i giovani. I politici si disinteressano al climate change: dato che in Africa ci sono problemi di cibo, lavoro, accesso alla sanità, dicono che sono queste le priorità. Non vogliono capire che il climate change influenza molte altre questioni; tra trent’anni loro non ci saranno più e il peso del cambiamento sarà tutto su di noi. Infine l’instabilità politica complica le cose: in Paesi come la Repubblica Democatica del Congo e il Ciad molti giovani perdono la vita. E da tutto il continente scelgono di partire. Non è colpa loro.

Come si può attuare il cambiamento?

Solo i giovani possono farlo, decidendo di prendere il toro per le corna e affermare il loro diritto a restare nel Continente e costruire qui il proprio futuro. In Amref io sono più la giovane ad avere un ruolo di leadership e spesso mi viene chiesto: “Come hai fatto?”. Rispondo che ho creduto in me: è fondamentale. Così come avere modelli a cui ispirarsi. Ho scritto #Youthcan nella speranza che, leggendo le storie che vi sono contenute, qualcuno possa dire: se l’hanno fatto loro, perché non io? Dobbiamo essere motori del cambiamento, prendere la parola, usare i mezzi digitali. Non è un caso che il titolo del libro sia un hashtag: l’80 per cento delle persone di cui racconto le storie l’ho incontrato online. Voglio far arrivare il messaggio che si possono usare i digital media in maniera costruttiva, per dar vita a collaborazioni e progetti. Basta una piccola comunità per cambiare il mondo, non si è mai troppi piccoli: un fiammifero può bruciare un’intera foresta. Da quando il Rwanda ha un leader che crede nei giovani, tra i ministri ci sono trentenni e molte donne: la nazione sta crescendo in fretta, sia economicamente, sia socialmente. Raggiungeremo i nostri obiettivi. Ci vorrà tempo, ma succederà.

Quanto è dannosa per l’Africa e i suoi giovani la rappresentazione distorta che se ne fa?

Molto. Tempo fa ho trascorso quattro mesi negli Usa con la Mandela Washington Fellowship. Quando, facendo lavoro sociale, mi capitava di parlare con dei bambini, non riuscivano a credere che fossi africana. Mi chiedevano: “Ma in Africa ci sono le auto? E i leoni girano per le strade?”. Un giorno sono andata da una parrucchiera e quando ha scoperto che ero africana ha esclamato: “Io ho un’amica in Ghana!”, come se non stessimo parlando di un intero continente di 54 Paesi. Noi abbiamo dimestichezza con la geografia dell’Europa e degli Stati Uniti perché la studiamo: sarebbe importante che anche gli europei e gli americani studiassero la geografia e le molte culture dell’Africa. Inoltre, noi come Amref siamo estremamente attenti a usare, per la nostra comunicazione, solo immagini in cui chi ha beneficiato dei nostri servizi appare soggetto attivo, campione delle circostanze e non vittima. Sarebbe auspicabile che tutte le ong e le associazioni facessero lo stesso. Quando abbiamo bisogno di foto o riprese, poi, ci impegniamo a usare talenti locali: non occorre inviare un cameraman dall’Europa per realizzare un servizio in Kenya, ce ne sono di bravi anche qui! Insomma, la rappresentazione falsata dell’Africa cambierà grazie a un sistema educativo migliore, ma tutti possono fare la loro parte. I media, per esempio, possono smettere di focalizzarsi su tragedie e guerre e dare spazio a storie di successo, a ciò che accade in campo artistico e culturale. E c’è davvero tanto da raccontare.

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Acquistabile su Youthcan.Africa, il libro #Youthcan racconta 50 storie di successo attraverso 22 Paesi africani. Incluse quelle di Nataliey, Judicaelle, Eno e Michèle che potete leggere qui sotto.

Nataliey Bitatura, 31 anni, Uganda

Figlia di un imprenditore che le ha insegnato a pensare out of the box, ha ideato dei carrelli per venditori ambulanti alimentati a pannelli solari e batterie, dotati di fornelli e frigo. A Kampala, la capitale del suo Paese, ci sono più di 100 mila venditori abusivi che lavorano in condizioni precarie. Chi si associa a Musana Carts, l’organizzazione no-profit di che Nataliey, oltre al carrello riceve una licenza per la vendita, un’assicurazione e un training. Ed essendo i carrelli eco-friendly, c’è anche un vantaggio per l’ambiente.

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Judicaelle Irakoze, 25 anni, Burundi

Cresciuta in una società patriarcale è diventata, per contrasto, una femminista radicale. Ha fondato un’organizzazione no-profit che si chiama Choose Yourself, con uno staff tutto al femminile e la missione di “Costruire un mondo in cui regna l’uguaglianza di genere”. Fa attivismo anche presso organizzazioni internazionali come Civicus (la rete all’interno dell’ONU che riunisce associazioni della società civile) e Oxfam. Il suo sito è judicaelleirakoze.org

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Eno Essien, 39 anni Nigeria

Intorno ai 25 anni, mentre era a casa di un’amica, dei rapinatori fecero irruzione e portarono via tutto, auto inclusa. È così che le è venuta l’idea per il suo business: montare sulle auto un device che possa garantirne il tracciamento e il recupero in caso di furto. Si chiama Rheytrak. «Ho identificato un problema quando ero in una situazione difficile e ho deciso di offrire una soluzione al posto di lamentarli: questa è imprenditoria», dice.

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Michèle Mbo’o Tchouawou, Cameroon

Dopo aver studiato economia ha sviluppato un forte interesse per l’agricoltura, settore che - dice lei stessa - in Africa si è continuamente reinventato per rispondere a una richiesta di cibo sempre in aumento, ma che non è ancora visto come un settore attraente nel quale lavorare. Lei ci crede e come Deputy Director dei programmi di Award (African Women in Agricoltural Research and Development) si occupa di sostenere programmi per lo sviluppo agricolo nel continente.

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