LaMelo fa quello che ama

Di Claudio Pellecchia
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Photo credit: Tim Nwachukwu - Getty Images
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From Esquire

Al termine della partita contro gli Atlanta Hawks che lo ha consacrato, a 19 anni e 140 giorni, come il giocatore più giovane di sempre a mandare a referto una tripla doppia – per di più nell’epoca in cui Luka Doncic sembra essere l’unico “più giovane di sempre a fare qualcosa” in NBA – LaMelo Ball ha detto che “è solo basket, faccio semplicemente quello che faccio da quando avevo tre anni, che poi è quello che amo”.

Si tratta di un’affermazione dal sottotesto molto più ampio di quello che si crede e che va oltre i 22 punti, 12 rimbalzi e 11 assist in faccia a Trae Young e a poche ore dalla vittoria nel derby in famiglia contro Lonzo e i Pelicans: con quelle parole il più giovane dei fratelli Ball ha voluto ribadire che lui a questo sport, e a questo livello, può e sa giocare. E che non serviva una performance da record alla decima partita da professionista per dimostrarlo.

Dal punto di vista tecnico, infatti, non c’è un motivo per cui LaMelo non possa essere considerato un giocatore degno della NBA del XXI secolo. Parliamo di una combo guard multimensionale, figlia dei tempi di James Harden, Steph Curry e Damian Lillard, dal range di tiro potenzialmente illimitato, in grado di creare indifferentemente per sé e per gli altri e dal talento riconosciuto e riconoscibile nonostante gli ovvi difetti, soprattutto nella metà campo difensiva, su cui dover lavorare.

Ball è un giocatore intrigante, un ball handler creativo nel senso letterale del termine e dai margini di miglioramento molto ampi, soprattutto come passatore: se, da un lato, appare chiaro che si tratti di un assistman ancora piuttosto istintivo, diretto e verticale, abituato a dare il meglio di sé quando si tratta di incendiare la transizione degli Hornets, dall’altro le qualità del suo playmaking in situazioni di difesa schierata risultano vastamente sottovalutate. La spettacolarità o la complessità del singolo passaggio sono elementi del tutto incidentali o, comunque, subordinati all’idea di utilità: ogni assist è prima di tutto, un assist giusto al momento giusto. Se poi c’è anche qualche concessione all’estetica buona per finire nella court side countdown della notte tanto meglio.

In questo video di qualche mese fa, in cui viene definito “il miglior passatore del Draft 2020”, si nota come LaMelo sia un eccellente giocatore di pick and roll che manipola a piacimento spazi e tempi della giocata e che è in grado di adeguarsi alle caratteriste del bloccante/rollante: il quale, quindi, viene trovato sia in situazioni dinamiche per un comodo appoggio sotto canestro che in quelle in cui in cui necessita di una frazione di secondo in più per un una conclusione dalla media distanza ad alta percentuale.

In queste prime partite di regular season, inoltre, ha dimostrato come sia già in completo e totale controllo dei suoi grandi mezzi tecnici e atletici: il modo in cui attacca gli ultimi metri di campo prima di riaprire in angolo per i tiratori perimetrali e la capacità di costruirsi e prendersi un tiro dal palleggio anche con l’uomo addosso, costituiscono la miglior base di partenza possibile per una carriera in linea con le aspettative che circondano una terza scelta assoluta.

Dopo la vittoria con i Pelicans – prima volta nella storia in cui si sono affrontati due fratelli scelti nella top 5 di due Draft diversi – coach James Borrego ha elogiato il modo in cui gestisce la pressione e la maturità con cui scende in campo: “Sembra un veterano, gioca e si comporta come tale e come se tutto quello che gli sta accadendo non fosse una novità: è un giocatore fantastico che non si fa condizionare dalla pressione del momento”.

E allora perché fatichiamo così tanto a riconoscere e riconoscergli uno status che sta dimostrando di meritare?

Da quando i Ball brothers hanno cominciato a gravitare intorno all’universo NBA, il problema sembra essere sempre lo stesso e sempre legato alla proiezione di che LaVar ha voluto dare dei suoi figli: dei campioni di default, dei predestinati per diritto di nascita e, per questo, estranei alla logica dell’ “earned not given”. Nell’immaginario comune e in una percezione completamente distaccata dalla realtà dei fatti, LaMelo è ancora l’adolescente arrogante di Chino Hills che indicava agli avversari il punto da cui avrebbe tirato (e segnato), uno dei tanti personaggi in cerca d’autore del discusso e discutibile universo mediatico di LaVar, un ragazzo più attento alle mèches, alle auto e ai gioielli da sfoggiare sul proprio feed Instagram che al lavoro da fare sulla meccanica di tiro, un montato che si è preparato al Draft gigioneggiando tra Lituani e Australia invece di confrontarsi con la realtà della NCAA, che aveva già fagocitato e respinto con perdite LiAngelo prima ancora che mettesse piede in campo.

Ed ecco perché quando, il 23 dicembre scorso, La Melo ha esordito a Cleveland con un inglorioso 0/5 dal campo e 3 palle perse in poco più di 15 minuti, il comune sentire si è sostanziato in un “io l’avevo detto” collettivo che mirava a demolire l’uomo più che l’atleta, il personaggio LaMelo più che il giocatore Ball: il tutto sulla base di narrazioni stereotipate, ridondanti, superficiali, polarizzanti ben oltre il necessario e di cui, comunque, il diretto interessato poteva (e può) essere considerato più vittima che autore e/o complice.

Photo credit: Jared C. Tilton - Getty Images
Photo credit: Jared C. Tilton - Getty Images

Perché oltre le mèches, le cabriolet, i social, i vestiti lisergici e l’ombra lunga (e fastidiosa) di LaVar, c’è tanto altro, c’è sempre stato tanto altro. LaMelo Ball è un giocatore vero, diventato tale grazie all’apprendistato australiano nella NBL con gli Illawarra Hawks e a un’etica del lavoro che sorprende solo chi è abituato a parlare di lui sulla base dei sentito dire, e che sta sviluppando quella durezza mentale che gli tornerà buona quando si troverà di fronte il suo personale “rookie wall” o quando dovrà prendersi responsabilità ulteriori a quelle di leader della second unit uscendo dalla panchina.

Intanto, alle difficoltà della Quicken Loans Arena, avevano già fatto seguito i 13 punti in 15 minuti contro i Thunder e, soprattutto, i 22 (più 8 rimbalzi e 4 assist) nel 118-99 in casa dei Mavs (e di Doncic) il 30 dicembre, con la chicca del 4/5 da tre: “Melo è un grande giocatore: del resto ci sarà un motivo se è una terza scelta assoluta. Quello che mi fa piacere, però, è che sta crescendo e migliorando gara dopo gara davanti ai nostri occhi. Tutta la squadra non desidera altro che vederlo giocare al suo meglio e divertirsi”, aveva detto Miles Bridges, anticipando quel che sarebbe stato in una prima decade di gennaio da 14.5 punti, e 7.5 assist di media.

Al di là del contesto tossico da reality show perenne in cui è cresciuto e che ha parzialmente contribuito a fargli terra bruciata intorno, parte della scetticismo che circonda LaMelo è legato al modo in cui i suoi difetti rischiano, sul lungo periodo, di prevalere sui pregi: dal punto di vista fisico è un giocatore tutto da costruire e, difensivamente, i suoi notevoli istinti off the ball – che si sostanziano nella capacità di occupare e sporcare le linee di passaggio altrui, come dimostrano le quasi 2 rubate di media a partita – non sempre mascherano l’eccessiva porosità nell’uno contro uno, soprattutto quando viene preso in messo dal pick and roll avversario.

E anche nella metà campo offensiva le discrete percentuali dal campo – 43.5% complessivo, 35.6 dall’arco – non sempre raccontano le difficoltà nella selezione e nella pulizia di tiro e la necessità di ricalibrare la sua creatività in un contesto non sempre settato sulla sue soluzioni visionarie e ambiziose. Ma per chi è abituato, da sempre, a dover dimostrare di esser all’altezza, migliorare e migliorarsi è solo l’ultima delle tante sfide che LaMelo ha già affrontato e vinto. Anche se non ce ne siamo mai resi conto fino in fondo, troppo presi da quel che credevamo fosse più che da quello che aveva già mostrato di essere.