Le 7 donne del cinema che con intelligenza, forza e coraggio hanno lasciato il segno nel nostro cuore

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Photo credit: Chelsea Guglielmino - Getty Images
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Passano dalle nevrosi alle rivoluzioni, dagli incubi ai trionfi, cadono in abissi e poi rovesciano il mondo, escono dallo schermo e diventano ora nostre sorelle, ora le nostre peggiori nemiche, ora quella parte di noi stesse che cerchiamo sempre di dimenticare. Sono le nostre attrici preferite, quelle di cui sappiamo le battute a memoria ("è molto più facile credere alle cattiverie, ci hai mai fatto caso?", da Pretty Woman, anno 1990, molto, molto tempo prima delle shit storm, dell'hate speech, del cyber bullismo), quelle per cui abbiamo esultato quando hanno vinto il Premio Oscar, quelle che si fanno pure arrestare durante una marcia di protesta, com'è successo alla rossa più pasionaria di Hollywood che è Susan Sarandon, arrestata a causa di una manifestazione non autorizzata a Washington contro il presidente Donald Trump e la sua politica nei confronti degli immigrati. Insomma, in un elenco per forza di cose sommario e dal quale per forza di cose qualcuna resta fuori (ma sappiate che oltre le 8 mila battute è sequestro di persona), ecco la nostra top seven delle donne del grande schermo che non ci stancheremo mai di guardare, ammirare, ma con le quali, ovviamente, bisticciare, quando fanno cose come Mangia, prega, ama e ti fanno venire voglia di guardati un cine panettone. Ma è anche grazie agli scivoloni, che vogliamo loro così bene.

Frances McDormand

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Che si tratti della Marge di buon cuore di Fargo, dell'irritabile Olive di Olive Kitteridge o della bohémien Jane di Laurel Canyon, Frances McDormand è specializzata nel ruolo di donne con visioni del mondo. Puoi dire subito cosa gli piace e cosa non piace, con chi saranno amichevoli e chi non sopporteranno. L'ultima sua interpretazione, che le ha fatto vincere il terzo premio Oscar della sua carriera (solo Katharine Hepburn la supera) nel dramma della regista Chloé Zhao Nomadland McDormand è diventata Fern, una vedova che mette le sue cose in un furgone e si unisce a una tribù di lavoratori itineranti più anziani, per trascorrere il tempo con loro facendo lavori occasionali in tutto il West americano. McDormand aveva a lungo nutrito la fantasia di voltare le spalle a Hollywood, cambiare il suo nome e partire in camper una volta raggiunti i 60 anni. "Chloé ha sfruttato la verità", ha detto, e il risultato è una performance come mai prima, che ha meno a che fare con la recitazione e più semplicemente con l'essere . Come ha scritto il critico del Los Angeles Times, Justin Chang nella sua recensione Nomadland: “McDormand non scompare in Fern; viene rivelata da Fern e Fern viene rivelata da lei. "

Valeria Bruni Tedeschi

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Valeria è colei che normalizza la nostra sensazione di inadeguatezza, è l'amica tormentata, nevrotica, magica, che incrocia il senso naturale per il buffo di Margherita Buy all'intellettualità di Franca Valeri allo charme di Valeria Golino. Valeria Bruni Tedeschi, attrice da impazzarci per la bravura ma anche regista, è una che sta naturalmente nella femminilità, accarezzandone gli aspetti più tragicomici e facendoci un gran bene allo spirito. Torinese di origini, di stanza a Parigi da quand’era ragazzina, ha nel mix Italia-Francia la chiave del suo tono agrodolce, dell’equilibrio perfetto tra commedia e dramma. Dell'ironia dice che "aiuta a vivere. La condizione umana è fondamentalmente ridicola. Se riesci a rimanere in contatto con quest’idea, a ridere di te stesso, vivi meglio. Io, come regista, guardo con ironia ai miei personaggi che spesso ironici non sono per niente". Perché sì, la risata è un balsamo

Julia Roberts

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Million Dollar Smile, la ragazza di Smyrna, Georgia, che voleva “solo fare cinema e avere un po’ di attenzioni”. Seguì il fratello maggiore Eric a New York: lui rimase ai margini, lei diventò la regina del box office. Negli Anni 90 era l’unica donna, in un mondo di uomini, capace di attirare le folle al cinema. Con Erin Brockovich fu la prima attrice a farsi pagare 20 milioni di dollari per un ruolo e vinse un Oscar. “Come Audrey Hepburn, Marilyn Monroe e Natalie Wood”, hanno scritto di lei, “Julia ha una translucenza: quando sorride illumina lo schermo”. Carisma o magnetismo che sia, lei ne ha in abbondanza e può permettersi di fare di scegliere con cura i ruoli, senza alcuna fregola di continuare ad esserci, ad ogni costo. Fino a qualche anno fa i suoi bambini neanche sapevano che lavoro facesse, poi l’hanno capito e le hanno chiesto chi fosse più famosa: "Tu o Taylor Swift?". Sposata con Danny Moder, professione cameraman da quasi vent'anni, un ranch in New Mexico lontano dalla pazza folla, l'amico del cuore George Clooney e l'induismo abbracciato ormai dieci anni fa, la "diva Julia" è molto poco diva, basta spulciare il suo profilo Instagram, ma nella sua naturalezza è assolutamente, totalmente divina.

Natalie Portman

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La carrellata di film in cui Natalie Portman ha recitato divinamente sono tantissimi, uno, Il cigno nero, le è valso il Premio Oscar più ambito, e cioè quello di Miglior Attrice Protagonista, altri sono dei cult assoluti, come Closer e V per Vendetta, eppure se si parla di lei a qualcuno che, assurdamente, non la conosce, si finisce spesso con il dire "massì, la bambina di Léon". Ecco, proprio quel primo ruolo da co-protagonista al fianco del grande Jean Reno nel film del 1994 di Luc Besson, le ha causato un trauma, un blocco emotivo, e di questo ha parlato qualche mese fa nel podcast Armchair Expert di Dax Shepherd. "Ero assolutamente consapevole - ha spiegato Natalie durante quest'ultima intervista - del fatto che mi stessero ritraendo come una Lolita e il fatto di essermi sentita sessualizzata da bambina ha condizionato il mio modo di vivere il sesso, ha danneggiato la mia sessualità perché avevo paura". Ecco, da queste dichiarazioni in poi, la Natalie per molti quasi austera, infallibile, è diventata più umana, pur rimanendo una tipa del tutto fuori dal comune. Oltre ad essere l'attrice di straordinario talento quale è, Portman è, infatti, anche un'intellettuale, che su Instagram ama condividere le sue (tantissime) letture, un'attivista (evviva) vegana, che consuma e compra solo prodotti cruelty free.

Susan Sarandon

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Su Susan La Rossa non basterebbe un saggio, tanto è immensa. Perché nella sua vita, certo, ci sono tanti, ottimi film, alcuni, anzi, del tutto iconici come Thelma & Louise e Le Streghe di Eastwick ma anche La morte ti fa bella, c'è un Premio Oscar nel 1996 per Dead Man Walking e c'è il fatto che ha continuato a lavorare, con solida regolarità, nella zona delicata per un'attrice quando compie 50, 60 e ora 70 anni. Tuttavia, di lei colpisce una certa noncuranza con cui ha sempre preso l'intera impresa di recitazione, traendo più palese piacere e passione dalla sua vocazione politica, in cui si è impegnata da quando ha partecipato a una manifestazione contro il Vietnam nei primi Anni 70. Mentre era sposata con Tim Robbins, era la metà della coppia più cool, liberale e famosa di Hollywood, un ruolo che Sarandon apprezza enormemente e di cui ama parlare, piuttosto che del suo ultimo film, qualunque esso sia. La sua foga attivista ha fatto sì che nel marzo 1999 Susan venne arrestata per la sua condotta nel corso di una protesta a New York contro la sparatoria e l'uccisione da parte di 4 poliziotti di Amadou Diallo, immigrato afroamericano disarmato. Ma quello non fu l'unico arresto di Susan Sarandon: l'attrice - intollerante verso ogni forma di ingiustizia - nel 2018 fu nuovamente arrestata durante una manifestazione non autorizzata contro Trump e le politiche migratore del governo americano. Lo annunciò lei stessa dal suo Twitter: "Arrested. Stay strong. Keep fighting. #WomenDisobey"

Viola Davis

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Viola Davis è una che si arrabbia, per usare l'unico termine che m'è qui consentito, ma la realtà è che va pure un po' oltre, Miss Le Regole del delitto Perfetto. Si infuria, diremo allora, per sé, ma non solo: lo fa anche per la sua categoria, quella delle attrici nere, che sono ben lontane, nonostante i passi avanti degli ultimi due anni, dall'ottenere parità, in tutti i sensi. Anche quello economico, di cui Davis parla schiettamente. Lei, prima attrice black a ottenere la "Triple Crown of Acting", il che significa che le sue incredibili interpretazioni le hanno fatto guadagnare un Oscar (come Miglior Attrice Protagonista in Barriere), un Emmy e un Tony e pure quest'anno era candidata per Ma Rainey’s Black Bottom, è anche ben consapevole di non avere il rispetto né la retribuzione che si merita a Hollywood. In un discorso durante un talk con Tina Brown durante l’evento Women of the World del 2018, Davis ha detto: "Ho una carriera che è probabilmente paragonabile a quella di Meryl Streep, Julianne Moore, Sigourney Weaver, sono laureata alla Julliard ed anche tutte le altre vengono da Yale, da Julliard, dalla New York University. Hanno fatto il mio stesso percorso, eppure io non sono come loro, sia in materia di soldi, sia per le opportunità di lavoro. Insomma da nessun punto di vista”. Dalla sua vita complessa Viola Davis, nata a St. Matthews, nella Carolina del Sud, l'11 agosto 1965, ha tratto una lezione importante che oggi è la sua bandiera, sventolata con orgoglio, per ricordare a tutti che c’è sempre una possibilità di riemergere, anche dalle condizioni più disperate: "Più mi ritrovo in una posizione influente, più capisco di essere portavoce di tante altre persone che non hanno la possibilità di dire la loro, e più sento di ricevere fiducia. Sono diventata artista, e ringrazio Dio se ce l'ho fatta, perché noi artisti siamo gli unici a fare un lavoro che celebra il senso del vivere la vita".

Lupita Nyong'o

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Chissà il nervoso di Leonardo DiCaprio, che ha aspettato anni per stringere fra le mani l’ambita statuetta, quando ha visto che è possibile vincere un Oscar anche con il primo film. Lo ha fatto Lupita Nyong’o, l’attrice keniana che nel 2013 ha incantato pubblico e critica con la sua interpretazione in 12 Anni Schiavo di Steve McQueen. Il ruolo di Patsy, una giovane schiava nera violentata ripetutamente dal suo proprietario (Michael Fassbender) e denigrata dalla moglie di quest’ultimo (Sarah Paulson), le ha spalancato le porte di Hollywood, rendendola una delle attrici più richieste. Dopo la vittoria, ha detto che "nelle scuole di recitazione ti preparano ai fallimenti, ma non ti insegnano ad affrontare il successo". Prudente e assennata com’è, Lupita ha trovato il modo di conquistare quell’invisibilità senza davvero sparire: accettando ruoli che le consentissero di lavorare proteggendo quel suo fisico così chiacchierato. Regalando, grazie alla tecnica della motion capture, lineamenti ed espressioni alla piratessa spaziale Maz Kanata di Star wars-Gli ultimi Jedi. Prestando la sua voce a Rakcha, la lupa bianca che adotta Mowgli nell’ultima versione de Il libro della giungla. O, ancora, mascherandosi da supereroina nel blockbuster Marvel Black Panther. Ma soprattutto è stata protagonista straordinariamente brava e inquietante e spaventosa e strabiliante (basta, mi fermo, giuro) in Us, horror diretto dal premio Oscar Jordan Peele, già regista e sceneggiatore di Scappa - Get out. Ora è di nuovo sul set del secondo capitolo di Black Panther, ma senza l'amico e compagno di set Chadwick Boseman, l'attore scomparso venerdì a 43 anni a causa di un tumore. Su questo, Lupita ha parlato sì di una ferita aperta, ma anche del fatto che questo "questo secondo film è spiritualmente ed emotivamente corretto. E spero che quello che faremo sarà ritornare insieme e onorare quello che ha cominciato con noi e continuare a far splendere la sua luce. Perché ci ha lasciato tanta luce dentro la quale ancora siamo immersi, lo so con sicurezza.”

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