Le architetture da cartolina sono anzitutto progetti politici?

Di Ciro Marco Musella
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Photo credit:  Foto di Laurian Ghinitoiu
Photo credit: Foto di Laurian Ghinitoiu

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Galeotto fu il nuovo Gran Teatro di Guangzhou? Proprio così, perché il progetto dello studio londinese SCA|Steven Chilton Architects è diventato il punto di partenza per Rowan Mooresulle che dalle pagine del The Guardian riflette sull’Urban clickbait, l’architettura acchiappa-click. Il teatro-nastro ai confini di Guangzhou, una città dalle torri brutaliste e con un passato agricolo appena lasciato alle spalle, è solo l’ultima nella lunghissima lista delle architetture eye-popping, edifici tanto strani quanto stupefacenti pronti a catturare like e diventare famosi nel mondo, anche se per meno di 15 minuti.

Il più delle volte gli strabilianti progetti diventano veri e propri biglietti da visita per quelle città che ambiscono ad affermarsi soprattutto come potenze economiche a livello mondiale. Questo accade perché l’architettura da sempre ha un ruolo da icona, simbolo e strumento comunicativo globale, così come si legge sull’Enciclopedia Treccani e se nel Medioevo maggiore era l’influenza di una famiglia maggiore era l’altezza della loro torre, oggi le grandi potenze si contendono il podio a colpi di aeroporti-stadi-musei da record. É questo il caso dell’ambizioso centro congressi Silk Road inaugurato a Xi’an, in Cina, dove il capoluogo della provincia di Shaanxi e un tempo parte più orientale della Via della Seta resta oggi uno dei crocevia commerciali più importanti del Paese. Il progetto dello studio GMP si presenta come una piazza coperta dalle dimensioni monumentali, soddisfando così la richiesta di un luogo dove poter ospitare eventi, convegni e incontri politici internazionali con vertici bilaterali e multilaterali.



Sempre in Cina abbiamo potuto ammirare la citazione dell’architettura forse più rappresentativa di sempre, il Pantheon di Roma. Così per il centro artistico Aranya Art Center di Qinhuangdao, il duo di architetti Lyndon Neri e Rossana Hu dello studio Neri&Hu ha riproposto una versione più in grande della famosa cupola romana che diventa il fulcro del percorso espositivo.

E ancora l’aeroporto di Pechino Daxing è destinato a diventare il più grande del mondo superando anche lo Hartsfield-Jackson di Atlanta. Il suo progetto non poteva che essere firmato da uno studio d’archistar del calibro di Zaha Hadid, che con le sue architetture dalle forme sinuose sembra aver creato l’estetica di una moderna monumentalità.

Proprio lo studio Hadid ha saputo interpretare i desideri dei committenti che spesso vogliono lasciare un segno, “glorificarsi ed esaltarsi”, come scrive Rowan Moore.

Pensiamo all’ultimo The Opus, il grattacielo di Dubai che in base a dove lo si guarda si presenta o come due torri binate unite da un ponte o come un enorme monolite bucato al centro. Proprio la città degli Emirati Arabi ha saputo costruirsi un’immagine nel quale lo skyline dalle vette che sfidano le leggi di gravità guarda il mare e le isole, ça va sans dire, artificiali.

Mai come prima, sottolinea l’architetto Maurizio Bradaschia sulla Treccani, tutti hanno cominciato a parlare di progetti: “più concreta della letteratura, a volte più comprensibile dell’arte contemporanea, immediata e facilmente assimilabile, criticabile in maniera sia colta sia superficiale, l’architettura è divenuta così oggetto di discussione diffuso, tema letterario, più o meno sofisticato, e tema giornalistico”. Un’architettura a portata di tutti, di like e di consensi più o meno diffusi.

A rendere poi possibili questi grandi progetti wannabe-iconic secondo Moore ci sono principalmente due fattori: la grande disponibilità economica e le nuove tecnologie. La prima, propria delle grandi potenze, permette le trasformazioni urbane di cui tutti oggi sono informatissimi e ferratissimi; la seconda consente di ricorrere a quelle forme stupefacenti e mai viste d’ora. Un esempio? Il Museo del Futuro di Dubai interamente progettato su un algoritmo.

L’Europa, sostiene The Guardian, è un terreno meno fertile per questo tipo di sperimentazioni. Non del tutto vero, aggiungiamo. Pensiamo ai progetti della Hadid (un archistar non a caso) nella regione Campania: la stazione marittima di Salerno e la stazione ferroviaria di Afragola, vera e propria cattedrale nel deserto, sono innanzitutto progetti politici e poi architettonici. A questi si aggiungono le torri entrate di diritto nel nuovo volto di Milano, in parte legate alla crescente globalizzazione che coinvolge anche l’Architettura che, da sempre, è riflesso e rappresentazione formale della società, in altra parte alla volontà (ancora una volta) di affermare un ruolo e una potenza della città. L’eredità che lascerà questa situazione ce la dice ancora una volta Maurizio Bradaschia: “Una sorta di riscoperta del mondo costruito, anche se solo rappresentato, sembra pervadere il contemporaneo. Per la prima volta, gli architetti sono star assimilabili ai personaggi dello sport e dello spettacolo, quando, in positivo o anche in negativo, vengono utilizzati le loro opinioni e i loro edifici per scopi e finalità prefissati.”