Le attiviste di Pangea Onlus sono riuscite ad arrivare in Italia, salve ma con il cuore spezzato

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Photo credit: WAKIL KOHSAR - Getty Images
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"Stamattina abbiamo parlato al telefono con le nostre colleghe, in questo momento sono a Kabul, chiuse in casa, nascoste, impaurite". Da giorni ormai seguiamo con ansia la pagina Instagram di Pangea Onlus che dal 2003 opera a Kabul a favore dei diritti umani e del sostegno alle donne afghane. "Al momento la nostra priorità è mettere in salvo lo staff afghano", hanno fatto sapere in un aggiornamento, "donne che in questi anni hanno lavorato con coraggio per aiutare le donne. E che ora rischiano violenze, stupri e di essere uccise". Sapevamo che in qualche modo, per mettersi in salvo, queste donne sarebbero dovute arrivare in Italia, ma con il caos all'aeroporto di Kabul l'impresa era tutt'altro che scontata. Ieri, però, è finalmente arrivata la buona notizia: le attiviste di Pangea sono salve in Italia. "Gli abbiamo promesso che le portiamo al mare perché qui è ancora estate", ha commentato ad AGI Luca Lo Presti presidente dell’organizzazione milanese, "Compriamo un bikini a tutte e ci andiamo davvero. Faremo un grande tuffo. Sarà la prima volta che vedranno il mare, immagino i loro occhi".

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"Avevamo bisogno di un lasciapassare per le donne di Kabul e le loro famiglie", si legge nell'ultimo post di Pangea,"Di un segno che permettesse la loro identificazione immediata da parte dei militari italiani all'entrata dell'aeroporto di Kabul, prima dei controlli più approfonditi. Non ci abbiamo pensato un secondo: una P sul palmo della mano". "L’idea di far disegnare una ‘P’ sul palmo è venuta a me perché l’aeroporto è diventato un tritacarne", spiega Lo Presti raccontando il panico vissuto dalle attiviste, alcune delle quali sono rimaste chiuse fuori dal gate dalle 3 del mattino fino alle 6 del giorno dopo senza cibo né acqua e senza potersi mai sedere. L'associazione ha deciso che era necessario portare in Italia anche i cari delle attiviste che per loro ormai sono "famiglia". Nei giorni scorsi, infatti, raccontano che "dopo che abbiamo messo in luoghi protetti le ragazze, i talebani se la sono presa con i loro parenti, portando via fratelli e bambini, oltre a bruciargli le case".

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"Il progetto di Pangea a Kabul in questo momento è un problema", ha spiegato l'associazione sui social, "Non è un progetto sanitario, non è utile ai talebani. È un progetto che li infastidisce perché ha permesso ad oltre 5mila donne di fare corsi di alfabetizzazione, aritmetica, igiene, salute riproduttiva, formazione professionale". Ora che le attiviste sono state evacuate le cose cambieranno necessariamente, sarà necessario ripensare al al progetto e trovare nuove soluzioni, ma c'è la voglia di continuare a lavorare perché quello che si è costruito negli ultimi anni non vada perso. "Non sappiamo ancora come, ma la cosa di cui siamo certi è che Pangea non abbandonerà l’Afghanistan" spiega l'associazione, "continuerà a lavorare per le donne e i loro bambini". Intanto, però, dopo l'angoscia di questi giorni è tempo di riabbracciarsi, tirare un sospiro di sollievo e, chissà, magari farla davvero quella gita al mare.

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