Le avventure di Renée Hamon, viaggiatrice in Oceania che navigò per 20 mesi tra le isole del Pacifico

Di Sara Mostaccio
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Photo credit: Tetra Images - Getty Images
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From ELLE

Le sue avventure in Oceania hanno attirato l’attenzione e le hanno fatto meritare l’appellativo di “piccolo corsarso”. Così la definiva Colette nelle sue lettere e nella prefazione per il suo reportage di viaggio dalla Polinesia francese. Questa è la storia di Renée Hamon, viaggiatrice e scrittrice francese che navigò per i mari del Sud a inizio ‘900.

Una bretone a Parigi

Renée nasce a Vitré nell’Ille-et-Vilaine, in Bretagna, il 24 Giugno 1897. La madre viene dalla regione della Limousin a sud, mentre il padre è bretone. La famiglia è di idee liberali e decide che la bambina non sarà battezzata. Di più: nel 1900, quando Renée ha solo 3 anni, la madre lascia la famiglia e si risposa affidandola alla nonna. Dopo il liceo a Orléans si iscrive all’università a Quimperlé ma abbandona gli studi al secondo anno per sposare Auray Micheò-Paul Faure, incisore dell’esercito. È il 1917, Renée ha 20 anni e un bambino che muore subito dopo il parto.

Il matrimonio dura poco e nel 1920 divorzia. Nello stesso anno inizia a viaggiare. Lo fa al seguito di un ufficiale americano conosciuto durante la guerra incontrato nuovamente a Parigi. La relazione fallisce quasi immediatamente. Quando Renée arriva in Texas si accorge che il suo affascinante soldato non è che un modesto sellaio senza interessi culturali. Si ritrova sola e senza un soldo negli Stati Uniti e per mettere insieme il denaro necessario per il viaggio di ritorno in Europa lavora alla Knox School nei pressi di New York.

Al ritorno in Francia un giornalista di Nantes le suggerisce di proporsi come modella per pittori e fotografi a Parigi, dove tutto accade. Così Renée inizia a frequentare l’ambiente degli artisti. Nel 1924 incontra il celebre sarto Paul Poiret, è lui a presentarla alla scrittrice Colette. Diventeranno grandi amiche. Così la descriverà in una lettera:

“Si è messa in testa, da un po’ di mesi, di andare a vedere dall’altra parte della terra! Il suo caso si spiega in una sola parola: è bretone… Leggera di valigie quanto di denaro, Renée Hamon c’è andata… Non teme Dio, né il diavolo, né gli uomini, né i climi mortiferi, né vagare per il Pacifico su una goletta dov’è l’unica donna, dove non c’è nemmeno un Bianco! Buona fortuna, allora, a questo piccolo Corsaro che, partito con le mani vuote, riporta un bottino da poeta, fiori d’Oceania, conchiglie bisbiglianti per offrirli a coloro che, immobili, sognano viaggi lontani!”

In Oceania

Nel 1928 Renée si sposa con lo svedese Harold Heyman, traduttore di 30 anni più grande di lei. La relazione è insolitamente aperta tanto che tra il 1933 e il 1936 Renée viaggia liberamente intorno al mondo. Lo fa in bicicletta, eccetto che quando si imbarca per visitare le Nuove Ebridi. Al ritorno dai suoi viaggi su due ruote Pierre Borel le mostra un bastone scolpito da Paul Gauguin e accende la sua curiosità: che eredità avrò lasciato l’artista a Tahiti? Il desiderio di partire verso quelle isole remote è bruciante. Lo stesso Borel le procura un passaggio sulla Recherche della compagnia commerciale Messageries Maritimes che fa rotta verso l’Oceania. Salpa da Marsiglia verso Tahiti via Martinica e Panama.

Percorre le isole da sola o insieme al fotografo Pierre Potentier inviato dalla rivista L’Intransigeant su cui Renée pubblica alcuni reportage. Altri escono su Eve e Vu e non riguardano più, non solo, le tracce che Gauguin ha lasciato in Polinesia ma le sue proprie impressioni sul mondo che le si spalanca un’isola dopo l’altra. Visita Tahiti e poi le Tuamotu, “isole degli uomini senza paura” dove erano approdati anche Bougainville e Jeanne Baret: “avvolti da correnti vorticose, spazzati dai cicloni, stranamente simili eppure diversi, gli atolli delle Tuamotu si elevano appena a fior d’acqua.” Poi si spinge fino alle Marchesi, “isole della morte lenta”. Descrive le piantagioni di cocco, i pescatori di perle, barriere coralline e lagune, le tradizioni ataviche del popolo maori e i problemi quotidiani che devono affrontare. Denuncia la povertà e le malattie che attanagliano gli indigeni schiacciati dalla colonizzazione. I nativi la chiamano vagabonda, vahine oppure Vita, come abbreviazione di vitamina per la sua inesauribile energia. Le occidentali invece, con sprezzo, Regina Madre o l’Acidula. Non la sopportano, si mescola ai maori, vive come loro, con loro. Non si è mai vista una donna bianca che accetti di vivere così!

Il ritorno

Al ritorno Colette la incoraggia a scrivere un libro di viaggio, che sarà Verso le isole luminose (Voland), per raccontare i mesi trascorsi tra le isole polinesiane. Lo fa con tono frizzante e talvolta lirico ma anche con un lucido occhio giornalistico. Non le interessa il cliché del viaggio avventuroso ed esotico, si concentra più sulle condizioni di vita degli indigeni e le ingiustizie che hanno subito senza sconti alle nefandezze del dominio coloniale che ha spogliato i popoli nativi di ogni potere sulle proprie terre e spesso anche sulle proprie vite. Al rientro in Francia dà seguito alle sue denunce impegnandosi perché si attuino politiche più rispettose. E ci riesce. È Colette, ancora lei, a metterla in contatto con il ministro delle colonie Georges Mandel.

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“Nessuno viaggia invano se riporta dal viaggio un nobile sogno. Io riporto dall’altro emisfero la speranza che si possa salvare quello che rimane – qua e là – della poesia nel mondo.”

Il secondo conflitto mondiale arresta ogni avventura e dopo la guerra ci pensa un tumore a impedirle di ripartire grazie a una borsa di viaggio concessa proprio da quel Mandel a cui le aveva cantate. Muore in una casa di cura a Vannes il 27 Ottobre 1943, a 46 anni, dopo aver dovuto lasciare la piccola casa a La Trinité-sur-Mer che aveva chiamato Moana. L’amica Colette la ricorda come un “piccolo essere tanto solitario, che se n’è andato via senza far male a nessuno.”

“Ho viaggiato per il mondo in lungo e in largo: bighellonato, una sera di luna, nella boscaglia delle Ebridi, raccolto le pallide orchidee della giungla di Angkor. Ho respirato i giardini profumati di Peradeniya, dove cantano i bonzi cingalesi avvolti in mussola d’oro... E non ho mai, mai incontrato una terra così armoniosa come Tahiti, un cielo più sereno, albe più lattiginose, notti più luminose e cariche di stelle così basse... Eppure perché dopo tanti sogni in riva alla laguna, ho avuto improvvisamente il desiderio di ripartire? Di lasciare quest’isola che mi apparve – il tempo di una luna – il paradiso in terra? Perché in realtà non esiste per il Bianco un ritorno alla vita primitiva... Porta con sé troppe leggi, e soprattutto abitudini. È capace di abbandonare impunemente tutto quello che fu fino ad allora la sua ragion d’essere? Sottrarsi senza vergogna al suo passato? E vivere a Tahiti, senza l’idea del ritorno?”