Le Case Arcobaleno di Milano a 50 anni dalla nascita del primo movimento Lgbtq+ in Italia

Di Elena Fausta Gadeschi
·4 minuto per la lettura
Photo credit: LINDSEY PARNABY - Getty Images
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Si chiamano Case Arcobaleno e sono i luoghi-rifugio per ragazzi Lgbtq+. Rinnegati dalle famiglie per il loro orientamento sessuale, molti giovani dai 18 ai 25 anni si trovano costretti ad abbandonare la propria casa, senza poter contare sull’aiuto di nessuno. A tutti questi ragazzi il Comune di Milano, in collaborazione con la cooperativa Spazio Aperto Servizi, mette a disposizione due strutture – la prima inaugurata nel 2019, la seconda due mesi fa – al fine di garantire una vita dignitosa e sicura all’interno di un ambiente di comunità protetto. Agli ospiti delle Case Arcobaleno, che possono accogliere in totale sei ragazzi per volta, viene offerta una dimora, ma anche assistenza legale, psicologica e lavorativa. Sotto il vessillo della bandiera a sei colori e con il supporto di un team multidisciplinare che sostiene questi giovani nell'elaborazione della propria storia personale e nell'esperienza di abbandono, i ragazzi vivono un importanti momenti di socialità in un gruppo di persone accomunate da esperienze dolorose di rifiuto da parte della loro famiglia d’origine, che non accetta l’omosessualità e considera la transessualità un’incongruenza di genere da “curare”.

Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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Nelle Case Arcobaleno i ragazzi sono accompagnati nel percorso di crescita a partire dalle semplici attività quotidiane, come fare la spesa, cucinare, ma anche scrivere un curriculum e prepararsi a un colloquio affinché possano trovare un lavoro e raggiungere presto un’indipendenza economica che consenta loro di andare a vivere eventualmente insieme ad altri ragazzi, sostenendo l’affitto calmierato di un appartamento in condivisione. Un progetto che accende un lume di speranza su una realtà disseminata ancora di tante, troppe manifestazioni di omotransfobia, come quelle riservate a Malika Chalhy, la ventiduenne di Castelfranco Fiorentino finita sulle pagine di tutti i giornali per essere stata allontanata dalla famiglia e aver ricevuto minacce di morte dopo aver fatto coming out.

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Proprio in queste settimane in cui ancora si discute sull’opportunità di calendarizzare in Senato la legge Zan contro l’omotransfobia, ricorre il cinquantesimo anniversario del primo movimento Lgbtq+ in Italia, sorto nell'aprile del 1971 in seguito alla pubblicazione di Diario di un omosessuale di Giacomo Dacquino. Psichiatra, psicoterapeuta e sessuologo cattolico, Dacquino aveva registrato senza il suo consenso le sedute di psicoterapia con un ragazzo gay, le aveva trascritte e aveva inventato una fantomatica guarigione, sostenendo che grazie al suo percorso terapeutico il giovane aveva superato la sua "immaturità" relazionale e sessuale ed era diventato etero. Oltre a essere una pratica oggi deontologicamente sconfessata dalla psichiatria, la diagnosi stessa dell'omosessualità come malattia mentale è un principio clinicamente non più accettato. All'epoca però tutti presero per buone e soprattutto per vere queste teorie. Tutti tranne un gruppo di gay torinesi, chiamati a raccolta da un coraggioso libraio molto noto in città, Angelo Pezzana, che protestò contro il libro e contro la lusinghiera recensione che La Stampa ne aveva fatto.

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Il piccolo movimento di protesta sorto attorno alla figura del Pezzana chiese al giornale di pubblicare una propria lettera per denunciare "le falsità" contenute nel libro. "Di questo argomento si parla fin troppo" fu la risposta della redazione, che respinse la richiesta, rifiutando il confronto. Preso atto dell'impossibilità di instaurare un dialogo sul tema, Pezzana e gli altri firmatari si organizzarono per dare voce ai propri diritti e fu così che nacque il Fuori!, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, un movimento di protesta dotato di un proprio organo di informazione. Per la prima volta le persone Lgbtq+ italiane prendevano voce per raccontarsi fuori dai pregiudizi e far valere i propri diritti civili. Era la nascita del primo movimento Lgbtq+ in Italia, sorto appena un anno più tardi del primo Gay Pride della storia, il Christopher Street Gay Liberation Day March, che venne organizzato nel 1970 nel Greenwich Village di New York e che da allora ogni anno e in ogni parte del mondo si ripete per festeggiare i progressi fatti negli ultimi 50 anni, ma anche ricordare la strada che ci separa dal finale traguardo dell'uguaglianza. Nel loro piccolo le Case Arcobaleno sono un altro concreto modo per ribadire che nessuno dovrebbe essere invisibile e che tutti, omosessuali e transessuali compresi, hanno diritto di fare pienamente parte della nostra comunità. Per tutte le richieste di aiuto è sempre attiva la mail antidiscriminazioni@comune.milano.it e uno sportello presso la Casa dei Diritti di via De Amicis 10 (a cui si accede su appuntamento, telefono 02.88441641).